Fino al 22 novembre 2026 la monografica “Third Person” di Lorna Simpson a Punta della Dogana a Venezia conduce il visitatore in un universo visivo stratificato e sfuggente, in cui l’identità si rivela fluida, irriducibile a una definizione univoca. Attraverso dipinti, collage e installazioni, l’artista esplora i processi di costruzione dell’immagine, invitando l’osservatore a mettere in discussione il proprio sguardo e ad accettare l’intrinseca opacità del reale.
Silenziosi raggi di luce percorrono gli spazi di Punta della Dogana – sede lagunare della Pinault Collection ‒, attraversano le precarie sculture totemiche di vetro e riviste, urtano la superficie dei dipinti alterandone la percezione. Le opere di Lorna Simpson (Brooklyn, 1960) non si offrono direttamente all’occhio del visitatore, ma appaiono velate, filtrate, offuscate. La fluidità della pittura si infrange sulle tele, ne corrode ulteriormente la trama, riconfigurando con la propria viscosità gli strati di significato delle effigi rappresentate dall’artista.
La mostra veneziana, a cura di Emma Lavigne in dialogo con Simpson, è la più grande monografica dedicata all’artista in Europa, con oltre cinquanta opere tra dipinti, collage, installazioni e video. Realizzata in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art di New York, dove nel 2025 è stata presentata una prima versione dal titolo Source Notes a cura di Loren Rosati, l’esposizione a Venezia rinnova il progetto curatoriale riunendo lavori provenienti dalla Pinault Collection, da musei internazionali, collezioni private e dallo studio dell’artista, oltre a opere inedite create specificatamente per gli spazi di Punta della Dogana.

LORNA SIMPSON A VENEZIA
Nella sezione introduttiva, il legame con la città lagunare è palesato dalla presenza dei primissimi dipinti dell’artista, presentati per la prima volta nel 2015 in occasione della Biennale di Venezia curata da Okwui Enwezor. Le nere colature d’inchiostro, tracce indelebili della genealogia della violenza razziale, trafiggono le superfici serigrafate, annunciando l’opacità mai pienamente decifrabile delle opere presenti in mostra. In Three Figures del 2014 la composizione è frammentata, le figure appaiono come delle ombre in dissolvenza, destinate a perdere l’equilibrio e scivolare al di fuori del dipinto. Le macchie di vernice sfocano la fotografia originale – un’immagine d’epoca delle rivolte razziali a Birmingham del 1963 – trasformandola in un’icona universale di resistenza alla cancellazione e in un monumento indeteriorabile alla lotta civile contro la violenza.
Proseguendo lungo il percorso espositivo, il crepuscolare chiaroscuro delle scene urbane lascia il posto ai paesaggi polari dei dipinti della più recente serie Ice, dove distese glaciali, sospese tra documentazione e immaginazione, evocano una condizione liminale, quasi postumana.

In questi scenari rarefatti, attraversati da una metafisica luce blu, affiorano solitarie presenze femminili, che interrompono l’imperturbabile silenzio del ghiaccio, aprendo a spiragli onirici di nuove possibili forme di esistenza e relazione. Le grandi tele trovano una risonanza sensoriale nell’installazione Vibrating Cycles del 2026, dove campane tibetane in ossidiana nera, posate su arcaiche architetture di lastre di porfido impilate l’una sull’altra, invitano il visitatore a partecipare a un rituale collettivo: il gesto del suono diventa pratica meditativa, un atto sociale di guarigione che espande l’universo iconico dei dipinti a una narrazione multisensoriale condivisa.
Il ghiaccio ritorna come elemento scultoreo nelle installazioni disseminate lungo le sale successive: pile di riviste, talvolta alte come dei totem, che partono da terra e sono sormontate da blocchi di vetro che schermano le copertine, suggerendo un immaginario filtrato, bloccato per sempre in una dimensione non pienamente accessibile allo sguardo. I periodici Ebony e Jet incastonati nelle sculture rappresentano la memoria collettiva della comunità afroamericana, le cui testimonianze visive appaiono alterate, in equilibrio precario, forse destinate a sciogliersi e a sparire per sempre come il ghiaccio che le ricopre.
Le riviste costituiscono parte dell’archivio visivo utilizzato dall’artista nella sua ricerca, in particolare nei collage. Questi ultimi indagano i processi di costruzione delle immagini e le modalità con cui esse si fanno portatrici di significato. La scelta cromatica del bianco e nero si carica di valore semantico, dal momento che i collage accostano, in chiave stridente e provocatoria, volti di donne afroamericane a immaginari a loro alieni, appartenenti alla sfera maschile, bianca, occidentale e colonizzatrice. In questi lavori le donne diventano oggetto del desiderio, si trasformano in prede animali, vestono ingombranti armature europee, si smaterializzano nel fuoco o rischiano di affondare e sparire per sempre appoggiate instabilmente su iceberg alla deriva. Attraverso queste immagini l’artista dà voce all’instabilità della condizione femminile e all’impossibilità della cultura black di potersi appropriare efficacemente del linguaggio visuale occidentale, il quale non può quindi essere rifunzionalizzato ma per forza di cose riassemblato e reinventato.

LA PITTURA DI LORNA SIMPSON
La pittura – come emerge dalla scelta curatoriale che le attribuisce un ruolo centrale nel percorso espositivo – si rivela essere il medium più idoneo a restituire la complessa e sfuggente natura dell’identità delle donne nere. Gli anonimi ritratti femminili allestiti nel Cubo di Tadao Ando appaiono come presenze spettrali destinate a dissolversi, delle rappresentazioni ambigue che suggeriscono un equilibrio instabile tra individualità, autorialità e percezione. Lo sguardo dello spettatore – la “terza persona” evocata dal titolo della mostra – è il vero protagonista dell’esposizione: un punto di vista esterno, soggettivo e mutevole, ancora una volta indefinito. La pittura inafferrabile della Simpson sembra tradurre in immagine il concetto filosofico di “opacità” suggerito da Édouard Glissant in Poetica della Relazione: l’identità umana ha un diritto fondamentale, ovvero non essere trasparente, né cristallizzata, ma piuttosto fluida, scivolosa, irriducibile. Le donne dipinte dall’artista sfuggono allo sguardo, non sono completamente leggibili, mettendo in discussione il desiderio occidentale di chiarezza e controllo.
Infine, l’ultima sala si configura come epilogo raccolto e universale. L’opera did time elapse del 2024 rappresenta una meteorite sospesa, un elemento terzo dello spazio, che nel suo viaggio nell’universo potrebbe rimanere marginale alle vicende umane oppure sconvolgerle e segnarle per sempre. Il destino dell’essere umano nella ricerca della Simpson è costantemente minacciato dai meccanismi della cancellazione. Tuttavia, proprio tale temporalità sospesa e la natura metamorfica dell’esistenza ne permettono la sopravvivenza eterna nella memoria collettiva.
Alessandro Cerchier











