Palazzo Grassi, sede veneziana della Pinault Collection, ospita, fino al 10 gennaio 2027, le riflessioni di Michael Armitage e Amar Kanwar su conflitti, memorie umane e delicate questioni socioculturali e politiche. Un racconto incentrato sui violenti risvolti del potere attraverso un’universalità che si fa voce collettiva.
Michael Armitage nasce a Nairobi nel 1984, Amar Kanwar a Nuova Delhi vent’anni prima. Due artisti che, attraverso linguaggi differenti, il primo la pittura e il secondo il video, descrivono la loro attualità con una profonda sensibilità espressiva. Entrambi i racconti fondono ricordi, memorie ed episodi della storia umana, unendo dimensione individuale e collettiva.
MICHAEL ARMITAGE A PALAZZO GRASSI
Michael Armitage. The Promise of Change, a cura di Jean-Marie Gallais, in collaborazione con Hans Ulrich Obrist per il catalogo, Caroline Bourgeois e Michelle Mlati, conta quarantacinque dipinti, ciascuno dei quali parla di una quotidianità vissuta da molti e (probabilmente) sconosciuta a chi non ne ha mai fatto esperienza. Armitage dipinge su grandi tele lubugo ricavate dalla corteccia degli alberi, nel solco di una pratica artistica diffusa in Uganda. La stoffa di lubugo è caratterizzata da fori e strappi, un’ambivalenza tra fragilità e resistenza che riecheggia nei temi trattati da Armitage. I buchi, definiti da Obrist “come cicatrici su un corpo”, durante l’intervista pubblicata all’interno del catalogo della mostra, nelle parole dell’artista diventano “i miei tentativi di cucire o i punti che ho dato al tessuto. […] voglio realizzare opere che abbiano un legame con la storia culturale. […] È semplicemente un modo per integrare questo aspetto nell’opera, così da poter parlare di altre cose”.

La storia culturale dell’Africa, in particolare orientale, è centrale nella produzione artistica di Michael Armitage, da un punto di vista iconografico ma anche contenutistico. A ispirare le sue opere sono frammenti di attualità: in Curfew (Likoni March 27 2020) del 2022 è la violenta repressione della polizia nei confronti di passeggeri in attesa di un traghetto, in Nyali Beach Boys del 2016, è la piaga del turismo sessuale, in Mkokoteni del 2019, “carretto” in lingua Swahili, è un mezzo di trasporto merci largamente utilizzato in Kenya. La violenza, espressiva e contenutistica, è il filo conduttore della produzione di Armitage, e prende sostanza in colori quasi astratti, con chiari riferimenti alla pittura di Goya e dei Fauves. Le tragiche vicende del presente vanno dagli scontri in occasione di manifestazioni politiche a esecuzioni sommarie pubbliche, fino alle difficoltà affrontate nella migrazione e al consumo di colla come stupefacente o ancora a violenze sessuali di gruppo. Armitage parte da una storia che conosce, che ha vissuto e che risuona nella sua memoria, per parlare al mondo di temi che diventano universali e che, universalmente, devono essere affrontati. Questa storia “sconosciuta” all’Occidente viene diffusa dall’artista, ma anche riscritta e decolonizzata attraverso i riferimenti al regista Ousmane Sembène. Emergono, così, problematiche che non possono non riguardare chiunque abbia il coraggio di prenderne coscienza e di non voltarsi dall’altro lato. Chiunque perché in #mydressmychoice (2015) la violenza subita dalla protagonista era sotto gli occhi di tutti, di chi l’ha causata ma anche di chi l’ha diffusa in rete. La mostra è lacerante perché riesce nella condivisione del dolore e nell’esortazione a un senso di collettività. Per quanto riuscita e potente, necessiterebbe di un trigger warning in apertura.
Il percorso espositivo si articola su due piani ed è scandito da sezioni tematiche. La selezione delle quarantacinque opere restituisce in maniera esaustiva la produzione di Armitage. È utile soffermarsi nella sala dedicata ai disegni preparatori e in quella che accoglie una serie di approfondimenti sulla stoffa di lubugo. Qui i video sono incentrati sul materiale, mentre i riferimenti bibliografici sono correlati alla mostra. Una valida selezione di testi che include il catalogo della rassegna a cura di Hans Ulrich Obrist e che si rivela uno strumento efficace per comprendere la prospettiva dell’artista.
LA MOSTRA DI AMAR KANWAR
Al secondo piano di Palazzo Grassi, trovano posto le due installazioni multimediali The Torn First Pages (2004-08) e The Peacock’s Graveyard (2023), protagoniste della mostra Amar Kanwar. Co-travellers, a cura di Jean-Marie Gallais. The Torn First Pages, video a diciannove canali, è esposto su cornici metalliche che corrono lungo tre sale ed è accompagnato dalla presenza di un libro – emblema della narrazione per immagini. L’installazione video combina materiali stampati e frammenti di archivio – filmati di manifestazioni ripresi da attivisti – con l’intento di omaggiare la storia di Ko Than Htay. Il titolo dell’opera deriva proprio dal gesto di protesta del libraio, che strappava ogni prima pagina dei libri venduti: la pagina che, come previsto dalla legge, vedeva stilati gli obiettivi politici del regime. L’installazione video testimonia l’impegno di Kanwar nel sostenere i movimenti democratici attivi in Birmania, documentando la complessità della lotta e le atrocità della dittatura.

In una sala separata, in un ambiente più raccolto, The Peacock’s Graveyard declina il tema della memoria in una riflessione sulla morte: il risultato è una narrazione atemporale composta da cinque racconti scritti dall’artista. Una fiaba contemporanea resa nel video attraverso una giustapposizione di testi e immagini metaforiche e il suono di un raga (melodia indiana), che aumenta la potenza poetica della narrazione inducendo una sensazione di trance. Quelle di Kanwar sono “favole senza tempo”, riprendendo le parole di François Pinault riportate nel catalogo a proposito dell’opera The Peacock’s Graveyard, recentemente entrata a far parte della sua collezione.
UNA QUESTIONE COLLETTIVA
Le due mostre di Palazzo Grassi portano alla luce tematiche oscurate o ignorate dalla storia occidentale, raccontate attraverso le opere di Michael Armitage e Amar Kanwar che, seppur distanti per modalità e geografie, sollevano interrogativi comuni su violenza, soprusi e tragedie dell’attualità. Filo conduttore è di certo la violenza nelle sue varie forme ma anche, e soprattutto, la consapevolezza di quanto sia necessario un ascolto e una reazione collettiva. Il senso di comunità identitario – in quanto esseri umani – nasce da una coscienza del presente ed è evocato dalle opere di Armitage così come dalle immagini di The Torn First Pages e dalle morali universalmente valide di The Peacock’s Graveyard.
Riprendendo il pensiero di Elias Canetti in Massa e potere (1960): “Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati”. Se quella della folla è un’esperienza umana profonda che consente di vivere un momento di uguaglianza primordiale, allora l’unico modo per essere uguali è essere toccati dai medesimi problemi, essere posti di fronte alla medesima violenza.
Rebecca Canavesi





