Sono passati più di duecento anni da quella che nella storia occidentale abbiamo definito “epoca coloniale”. Ancora oggi gli spazi museali più visitati nelle grandi città europee e non espongono patrimoni saccheggiati a quel tempo. Ocean Space, piattaforma collaborativa guidata da TBA21, ospita nell’ex chiesa di San Lorenzo a Venezia “Tide of Returns”, l’esposizione a cura di Khadija von Zinnenburg Carroll che parla di comunità e rimpatri.
Come le onde portano e riportano a riva, la mostra Tide of Returns, allestita negli spazi dell’ex Chiesa di San Lorenzo a Venezia, sede di Ocean Space, fino all’11 ottobre 2026, pone al centro del discorso una vicinanza ancestrale con la natura, facendosi portavoce di richieste di ritorni e rimpatri di patrimoni culturali. L’esposizione si articola in due installazioni site-specific che innescano una serie di riflessioni sui legami tra oggetto e territorio di produzione, ma anche sui limiti e sulle contraddizioni dello sguardo occidentale.
LA MOSTRA TIDE OF RETURNS DA OCEAN SPACE A VENEZIA
L’installazione di Repatriates Collective, From My Mother’s Country (2026), è composta di dune di sabbia in parte proveniente dalla terra di origine dell’artista Noeleen Lalara, nei pressi del Golfo di Carpentaria: una località minacciata dal tempo e dalle trasformazioni, naturali ma anche antropiche come le ondate di rifiuti costantemente portati a riva dalle maree. Davanti a questi spettri, territorio e comunità si sovrappongono in un’azione di resilienza continua: naturale e artificiale combaciano affermando un senso di prossimità e cura nei confronti del luogo. Lungo le dune sono disposte le Dadikwakwa-kwa ‒ “bambole-conchiglia” ‒, simbolo di fertilità e strumento, narrativo ed educativo, delle bambine della comunità di Warnindilyakwa. Proprio per la loro funzione sociale, le Dadikwakwa-kwa svolgono un ruolo totemico e rituale, proteggendo la comunità dalle minacce specifiche di un territorio. Parte dell’installazione è anche un video che testimonia il valore sociale delle bambole per le donne, evidenziando la profonda connessione fra totem, figura femminile e natura. I simulacri sono inoltre centrali in una storia di restituzioni: nel 2023, infatti, il Manchester Museum riconsegnò 174 beni appartenenti al patrimonio culturale dei Warnindilyakwa, tra i quali le Dadikwakwa-kwa. Emergono allora più livelli di lettura nell’installazione: un primo di connessione ancestrale tra essere umano e natura, e un secondo ispirato a una restituzione necessaria per la comunità. Appare sempre più urgente, dunque, una riflessione non solo sulla depredazione e sulla restituzione, ma anche sull’impianto coloniale intrinseco nello sguardo e nell’istituzione museale occidentale. L’atto di rinominare ed esporre le Dadikwakwa-kwa lontano dal contesto che le ha prodotte – come avvenuto in passato ‒ significa saccheggiare un oggetto ma anche tutta la cultura e la tradizione che lo ha generato. Ocean Space si propone quindi come luogo di rilettura e rivalorizzazione delle Dadikwakwa-kwa nella loro potenza collettiva e rituale.

L’OPERA DI VERENA MELGAREJO WEINANDT
Non a caso, allora, la mostra procede con Weaving Connections, risultato del lavoro di ricerca dell’artista tedesco-boliviana Verena Melgarejo Weinandt. L’installazione è formata da tessuti e da un video che vede protagoniste due donne mentre lavano una treccia di tessuto nelle acque di un fiume. Attraverso un gesto ciclico e ripetitivo, si associano metaforicamente i capelli allo scorrere delle acque e al loro intreccio, generando un ragionamento sui cicli entro i quali tutti, in quanto esseri umani, siamo compresi e legati. Weaving Connections, a partire dall’acqua, propone un cambio di prospettiva, rispetto soprattutto agli stereotipi riguardanti le popolazioni indigene nell’immaginario culturale tedesco. L’acqua e le trecce rimandano da un lato a una gestualità collettiva e rituale, dall’altro alle relazioni e alle interdipendenze che generano le identità. L’atto di intrecciare diventa fondamentale nella pratica artistica di Verena Melgarejo Weinandt come manifestazione delle connessioni e di una continua trasformazione. Nel video presente in mostra e girato sulle rive del Danubio, a Kritzendorf, in Austria, l’artista intreccia un mantello che indossa e lava in acqua, portando e facendo percepire il peso simbolico di un passato coloniale opprimente. L’acqua funge ancora una volta da elemento di trasformazione, nella speranza che quel peso, ora reso visibile, possa diventare qualcosa di nuovo.
I molteplici livelli di lettura di Tide of Returns mettono in luce la stratificazione dello stereotipo e delle dinamiche coloniali, sottolineandone le conseguenze e indicando la restituzione come possibile lieto fine. Quella proposta da Ocean Space è una posizione positiva e propositiva nei confronti di un tema che ha gravato e tuttora grava sulla storia mondiale. La restituzione deve essere il primo passo per una riconciliazione che, però, richiede un cambiamento dell’intera istituzione museale occidentale e ancor prima dello sguardo.

IL PROGETTO REPATRIATES
Tide of Returns si sviluppa a partire da Repatriates, progetto di ricerca fondato dalla curatrice Khadija von Zinnenburg Carroll che, attraverso open call, borse di studio e residenze, sperimenta la creazione di piattaforme collaborative. Intento e obiettivo del progetto è il supporto alle attività di restituzione di manufatti alle comunità d’origine da parte dei musei. Attraverso modalità ibride tra arte e ricerca, il collettivo è interessato a collaborare con le comunità affinché la loro voce venga ascoltata, commissionando opere in grado di sostituire o costruire una relazione con gli oggetti che vengono – o che dovrebbero essere – restituiti. In questo modo l’esposizione negli spazi di Ocean Space non si costituisce solo come augurio per il futuro, ma anche come nuova narrazione entro la quale ridefinire il valore degli oggetti.
Il lavoro di Repatriates appare ancora più urgente in una città come Venezia. “Ma cosa significava organizzare questi discorsi a Venezia, una città le cui collezioni custodiscono un retaggio coloniale che rimane in gran parte ignorato e indiscusso?”, si chiede Francesca Tarocco, Direttrice del Centro “NICHE Centre for Environmental Humanities” ‒ nel suo intervento Talanoa in Venice: Unfinished Dialogues all’interno della pubblicazione Tide of Returns, edita da Khadija von Zinnenburg Carroll, Christopher Williams-Wynn e Verena Melgarejo Weinandt ‒ di fronte alle molteplici collezioni veneziane che espongono arte proveniente dal Pacifico.
Ecco perché, proprio a Venezia, più che in altre città, urge una posizione apertamente dichiarata come quella di Ocean Space.

LA RICERCA PROMOSSA DA OCEAN SPACE
La decolonizzazione dello sguardo è infatti alla base dell’intera attività di ricerca di Ocean Space, che propone attività e progetti volti alla sensibilizzazione nei confronti della natura, diventando portavoce di diritti e prospettive inevitabilmente intersezionali. In questo contesto si sviluppa Nature Speaks, l’iniziativa curata da Pietro Consolandi e Amalia Rossi e sviluppata in collaborazione con il NICHE Centre for Environmental Humanities dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e una rete di attivisti/e quali IDRA – Iniziativa per i Diritti delle Reti d’Acqua e la Confluence of European Water Bodies. Un progetto, quello di Nature Speaks, che prevede la creazione di un archivio consultabile dei materiali di ricerca – in una stanza all’interno dell’ex Chiesa di San Lorenzo –, ma anche un Policy Lab che guarda alla realtà territoriale di Venezia e che ha elaborato, nell’ottobre dello scorso anno, una Dichiarazione dei Diritti della Laguna di Venezia.
Così, Ocean Space riesce a dialogare con diverse comunità, da quella internazionale a quella veneziana, mettendole in relazione all’interno di un discorso collettivo. Ne sono un ulteriore esempio gli eventi del public program o correlati alle esposizioni, come The Many Venices, un programma di camminate organizzate tra giugno e settembre e realizzate in collaborazione con la casa editrice veneziana wetlands: ogni incontro è dedicato alla riscoperta della città attraverso nuove prospettive e lo sguardo delle diverse comunità che hanno plasmato il territorio.
Rebecca Canavesi







