Le trame invisibili di Venezia secondo Lydia Ourahmane

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Inaugurata poco più di un anno fa nella sua sede veneziana, la Nicoletta Fiorucci Foundation ha aperto le porte alla sua seconda mostra: curata da Polly Staple, “5 Works” di Lydia Ourahmane sarà visitabile fino al 22 novembre 2026, restituendo al pubblico connessioni e opere realizzate nel corso dei quattro mesi di residenza dell’artista nella città di Venezia. 

Una luce che si accende a offerta, un pontile, centinaia di lenzuola, una pentola di brodo. Sono questi alcuni dei lavori che, a prima vista così eterogenei, abitano gli spazi della Nicoletta Fiorucci Foundation, dando forma a un progetto espositivo che profondamente incarna i principi dell’istituzione. Aperta alle sperimentazioni di pratiche artistiche interdisciplinari e orientata alla promozione di progetti radicati nella dimensione locale e comunitaria, la fondazione accoglie le opere di Lydia Ourahmane (Saïda 1992), legate fra loro in una trama solo apparentemente sconnessa. Alla base dei lavori, infatti, vi è un processo di ricerca maturato nell’assiduo dialogo che l’artista ha intessuto con Venezia e con le dinamiche che la attraversano, trasformando la sua residenza in un’esperienza di ascolto e confronto con la sua collettività. Prendendo le mosse dall’indagine di diverse forme di appartenenza, la mostra si apre con Offerta luce 1€, una casetta per le offerte comunemente usata nelle chiese della città con la funzione di attivare, in cambio di donazioni, l’illuminazione delle opere. Proveniente dalla chiesa di San Giovanni Crisostomo ‒ dove era usata per fare luce sull’opera di Giovanni Bellini ‒, la cassetta assume la valenza di oggetto intrinsecamente legato alla memoria di uno dei più importanti protagonisti del Rinascimento veneziano, integrandosi perfettamente nel tessuto storico-artistico cittadino. Pur mantenendo la sua funzionalità, però, l’opera si inscrive nella mostra attraverso un atto di risignificazione: posta davanti a una finestra, non serve più a illuminare alcuna immagine, ma è essa stessa a beneficiare della luce proveniente dal cortile esterno. Il gesto della donazione si tramuta, dunque, in un momento di partecipazione, attivando un sentimento di presenza condivisa che mette in relazione l’oggetto ‒ e con esso la rete di memorie e interazioni che custodisce ‒ con il visitatore che gli si trova di fronte. 

Offerta Luce €1: Close-up of an object or sign displaying the phrase "Offerta Luce €1," drawing attention to themes of value, exchange, and everyday economic language
Lydia Ourahmane, Offerta Luce €1, 2026. Detail. Courtesy of the artist and the Nicoletta Fiorucci Foundation. Photo Marco Cappelletti, Marco Cappelletti Studio

LA MOSTRA DI LYDIA OURAHMANE A VENEZIA
Se il percorso si avvia con un dispositivo funzionale alla visione trasformato nell’oggetto stesso dell’attenzione, la sala successiva introduce un ulteriore slittamento. Un pontile si sviluppa per dieci metri all’interno della stanza, presentandosi al pubblico come una presenza immobile e monumentale, sospesa nel tempo e inattesa nello spazio. Emergendo dal pavimento come fosse già fissata al fondale marino, l’opera è posizionata per essere osservata dal basso, offrendo agli occhi di chi la guarda una prospettiva sulla sua esistenza molto diversa dall’usuale fruizione. Se da una parte il pontile si rivela nella mostra come un elemento essenziale del paesaggio lagunare ‒ spesso sottratto allo sguardo dall’abitudine del quotidiano ‒, dall’altra diviene sempre più chiaro che la sua presenza in questo contesto non è pensata per esaurirsi nella sola dimensione espositiva. Realizzato dall’artista in collaborazione con l’associazione veneziana Poveglia per Tutti, esso nasce infatti da un processo di ascolto e progettazione condivisa, sostenendo il ripristino dell’isola di Poveglia come luogo pubblico e accessibile per l’intera collettività veneziana. L’opera 45.3820696, 12.3294242 indica dunque le coordinate geografiche del punto in cui, una volta terminata la mostra, il pontile sarà trasferito e definitivamente installato, inserendosi come contributo duraturo per l’ecosistema lagunare, al quale ritorna nella sua piena utilità. Lasciando l’atmosfera sospesa del piano terra, la mostra prosegue al secondo piano, dove sembra addentrarsi sempre di più all’interno delle infrastrutture invisibili che vivono e regolano le dinamiche della città. Quattro lavori coesistono nello spazio e, anche se distribuiti in altrettante stanze, la loro presenza appare sin da subito intrecciata grazie a rimandi e contaminazioni sensoriali. Appena oltre le scale il visitatore si trova circondato dalle tredici gabbie ricolme di lenzuola che formano 1.3 tons of decommissioned bed linen from 200 Venetian hotels; come suggerito dal titolo, protagonista dell’opera è il cumulo di biancheria che l’artista ha recuperato da una lavanderia industriale al servizio di gran parte delle strutture ricettive della città. Materia usata e ormai dismessa, diviene qui una testimonianza tangibile dell’overtourism veneziano: oltre una tonnellata di lenzuola, tovaglie e asciugamani, infatti, rappresentano lo scarto prodotto, in appena due mesi, dall’incessante meccanismo di lavaggio, usura e sostituzione imposto dalla continua richiesta di biancheria pulita da parte delle strutture ricettive. In questo modo l’opera propone allo spettatore un momento di consapevolezza sull’impatto di un fenomeno che rimane spesso invisibile, e al contempo fa luce sull’esistenza di una trama ripetuta di gesti e di lavoro manuale a sostegno dell’intero sistema dei flussi che attraversano la città. Adiacente a questo lavoro, il cui senso si costruisce nell’accumulo, si presenta invece una stanza vuota, nelle cui pareti sono incastonati i negativi di uno stampo per statue in bronzo. Angel è il titolo dell’opera, l’unica non realizzata sul suolo veneziano. Provenienti da una fonderia napoletana, i frammenti scelti sono quelli che, se assemblati, danno forma a una figura angelica, e sono qui utilizzati da Ourahmane per interrogarsi sul vuoto come potenziale generativo di presenza. Legandosi all’architettura stessa del palazzo che ospita la fondazione, essi ne diventano parte strutturale, e al tempo stesso riattivano la memoria tradizionale cristiana dell’edificio che un tempo accoglieva un monastero. A collegare queste due stanze, caratterizzandosi insieme come soglia e luogo di passaggio, è una tenda di perline colorate. Richiamando a un elemento ricorrente dell’immaginario domestico mediterraneo, quest’opera è a sua volta il risultato di un processo di realizzazione collettiva che l’artista ha sviluppato insieme ad alcune delle donne della Casa di reclusione femminile della Giudecca, dalle quali il lavoro prende il titolo; costituendosi come dispositivo di separazione e incontro Manuela, Margherita, Mariana, Monia e Patrizia diventa così una metafora delle relazioni che innervano l’intero progetto espositivo. Mentre si attraversano gli spazi del secondo piano un gradevole e intenso odore di brodo accompagna il visitatore fino all’ultima sala, dove un pentolone colmo di verdure è lasciato a bollire su un piccolo fornelletto a gas. Recuperando un ricordo della propria infanzia, Ourahmane trasforma una memoria personale in un’esperienza sensoriale condivisa, evocando attraverso l’olfatto una dimensione familiare che unisce la sua esperienza individuale a quella collettiva. Come ultima tappa del percorso, tornando al piano inferiore, sono esposte le fotografie sviluppate dei dieci rullini utilizzati dall’artista per testimoniare la sua permanenza veneziana, tenendo traccia del lavoro svolto durante il periodo di residenza. Inteso come atto di generosità volto a restituire al pubblico un contesto visivo più approfondito, le foto documentano i luoghi che hanno fatto da sfondo al processo di realizzazione di ciascuna opera, ricostruendo gli intrecci relazionali e narrativi dell’intero progetto: dagli interni di San Giovanni Crisostomo e della lavanderia di Mirano agli scorci della Giudecca, dove l’artista ha abitato durante la sua permanenza, fino ad alcune vedute di Poveglia e del suo futuro punto di approdo.

1.3 tons of decommissioned bed linen from 200 Venetian hotels: Large piles or folded stacks of white hotel bed linens fill the installation space, highlighting the scale and material presence of discarded textiles
Lydia Ourahmane, 1.3 tons of decommissioned bed linen from 200 Venetian hotels, 2026. Detail. Courtesy of the artist and the Nicoletta Fiorucci Foundation. Photo Marco Cappelletti, Marco Cappelletti Studio

LA CURATELA DELLA MOSTRA
Con un progetto curatoriale che lascia alle opere ampio respiro nello spazio, la mostra consente a ciascuna di esse di sviluppare a pieno le proprie tensioni, dischiudendo di volta in volta mondi nascosti sotto la superficie della città. Pur nella loro eterogeneità formale, infatti, i lavori descrivono le diverse sfumature della loro connessione con Venezia, e si rafforzano tra loro in virtù di una condizione d’esistenza comune. Procedendo per progressivi disvelamenti di senso, il percorso rinuncia a una narrazione lineare per dar vita a una successione di situazioni, ciascuna delle quali aggiunge un ulteriore tassello alla ricomposizione di un quadro unitario. A contribuire alla messa in atto di questa coerenza sono, infine, un insieme di rimandi che attraversano il progetto espositivo: soglie, percezioni olfattive, ma soprattutto luce, che ‒ attivata con l’offerta del visitatore a inizio percorso ‒ non rimane confinata al primo intervento dell’artista, ma per pochi minuti si diffonde nei vari ambienti della mostra grazie a alcuni led che collegano tutte le opere come elementi di un unico apparato. Con 5 Works, dunque, Lydia Ourahmane cuce un sistema di relazioni che si snoda lungo i due piani della Nicoletta Fiorucci Foundation, traducendo in esperienza partecipata la trama di economie informali e infrastrutture nascoste che sfuggono alla rappresentazione dominante di una Venezia stoica e monumentale, riconsegnando al pubblico il tessuto stratificato di memorie e forme di appartenenza condivise della città lagunare.

Alessia Leoni
5 maggio – 22 novembre 2026
5 Works
a cura di Polly Staple
Nicoletta Fiorucci Foundation
Dorsoduro 2829, Venezia
https://nf.foundation

  • 324 Photos: Hundreds of small photographs arranged in a dense grid, documenting locations across Venice and nearby islands, creating a visual archive of places and everyday scenes
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  • (45.3820696, 12.3294242): A close-up view of the artwork featuring geographic coordinates presented as a minimalist installation, emphasizing location through text and spatial placement.
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  • 5 Works (installation view): Wide view of the exhibition gallery showing multiple artworks installed throughout the space, with visitors able to experience the relationships between different pieces
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  • 1.3 tons of decommissioned bed linen from 200 Venetian hotels: Large piles or folded stacks of white hotel bed linens fill the installation space, highlighting the scale and material presence of discarded textiles
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  • 1.3 tons of decommissioned bed linen from 200 Venetian hotels: Large piles or folded stacks of white hotel bed linens fill the installation space, highlighting the scale and material presence of discarded textiles
  • Angel: Close-up detail of the artwork, focusing on its material surface, texture, and sculptural form
  • Manuela, Margherita, Mariana, Monia, Patrizia: Detail of an artwork featuring the names of five individuals, emphasizing personal identity through text and presentation
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  • Rock Soup: Detail of the artwork showing its materials and textures in close view, emphasizing the physical qualities of the installation
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