In questa conversazione, Matteo de Mayda ripercorre alcuni dei suoi lavori proponendo una visione alternativa della fotografia: non solo un metodo per raccontare il mondo, ma un modo per viverlo e farne parte attivamente. de Mayda illustra come il suo processo di stratificazione dei materiali di ricerca porti a mescolare le carte, aprendo lo sguardo a nuove prospettive e diverse realtà.
Nel panorama contemporaneo della ricerca visiva, Matteo de Mayda (Treviso, 1984) si distingue per la sua ricerca stratificata, collaborativa e fortemente sociale. Che si tratti di raccontare i percorsi di riscatto, la complessità delle identità umane attraverso il pretesto del calcio o le fragilità dell’ecosistema veneziano con progetti come Laguna minore, il fotografo apre la strada al dialogo. Questo avviene grazie all’intreccio fra ricerca scientifica e umanistica, fonti d’archivio e lettura del paesaggio. Rifiutando le narrazioni iper-rappresentate e stereotipate, de Mayda costruisce una poetica dell’ascolto e dell’appartenenza. Un percorso in cui il confronto con la curatela e il design editoriale diventa uno spazio fondamentale di mediazione e compromesso, capace di mettere in discussione il ruolo stesso dell’immagine nel contesto contemporaneo. Il lavoro si trasforma così in un progetto corale dove l’identità dell’autore si fonde con quella del territorio che sceglie di raccontare e con la comunità con cui ne condivide il processo.

L’INTERVISTA CON MATTEO DE MAYDA
In passato hai indicato Nicolò Degiorgis e Alessandro Imbriaco come punti di riferimento. Con l’evolversi della tua pratica, ci sono nuovi autori che oggi influenzano il tuo sguardo?
Aver citato questi due fotografi come punti di riferimento indica il mio punto di inizio e con ciò la reazione di stupore che mi hanno innescato: “il fatto che non si avvicinassero così tanto alle cose”. Si approcciavano alla fotografia non per spettacolarizzare luoghi e vicende. Un esempio è il progetto di Imbriaco Casilino 900, dove raffigurava il campo nomadi più grande di tutta Europa, a Roma, rendendo una situazione così spettacolare meno appariscente. Questo si rifà anche a riferimenti passati come August Sander o i coniugi Bernd e Hilla Becher, che presentano una fotografia quasi senza tempo perché cercano di categorizzare degli edifici, dei volti senza localizzarli in un qui e ora specifico. Pensando, invece, a influenze più contemporanee, ho interesse verso i lavori stratificati come quello di Fabio Barile, Homage to James Hutton, per il quale aveva lavorato con il geologo Antonio Moretti sul terremoto dell’Aquila facendo fotografie del paesaggio che incorniciava il luogo solo quattro anni dopo la distruzione, senza puntare dunque l’attenzione sul terribile spettacolo. Il suo sguardo non era rivolto alla strage del sisma su cui tutti si soffermavano, ma su ciò che seguiva e che circondava quel luogo: infatti, il geologo disegnava sulle foto che Barile scattava mostrando i movimenti della terra. In questo modo si combinano due linguaggi diversi che permettono l’origine di nuovi significati e nuove idee per concepire quell’immagine, arricchendola di dettagli. Nei miei ultimi progetti ricerco proprio questa stratificazione di immagini d’archivio, elementi scientifici e mie fotografie per offrire nuove narrazioni e rendere la fotografia un mezzo strettamente legato ad altri dati che possano dare allo spettatore ulteriori indirizzamenti nella lettura di ciò che accade o che è accaduto.

Da quello che dici emerge, di fatto, la duplice realtà della fotografia, nata come mezzo tecnico e innovazione scientifica, per poi mutarsi in una delle principali tipologie di arte. In questo caso la fotografia riesce ad abbracciare e intrecciare, attraverso questo approccio stratificato, molteplici ambiti e discipline diverse tra loro e da cui siamo costantemente circondati. Molto diverso rispetto a ciò che leggiamo sui libri o siamo abituati a studiare da un punto di vista più classico e storico.
In questo modo si tenta anche di mettere in discussione uno sguardo univoco, che tende a imporre una sola interpretazione della realtà. Rimescolando le carte, facendo dialogare immagini, materiali d’archivio e altri linguaggi, è possibile costruire nuovi immaginari e aprire a letture differenti. La fotografia, infatti, propone sempre un punto di vista, ma attraverso la stratificazione di materiali e prospettive può diventare uno strumento capace di restituire una realtà più complessa e stratificata.
I PROGETTI DI MATTEO DE MAYDA
Dalle collaborazioni con Emergency, dal progetto Una Barena Intera o ancora dal lavoro nel carcere di Padova, emerge un’attenzione al sociale e, a tratti, al suo profilo politico, anche se in modo discreto e sottile. Trovi questo aspetto rilevante nei tuoi lavori?
Sì, sicuramente l’imprinting è nato dai libri di Gino Strada che leggevo durante gli anni della maturità e che mi hanno fatto riflettere sull’ambito di lavoro che avrei preferito percorrere. Quando ho iniziato a scattare, ho contattato Emergency per partecipare al racconto delle attività che si svolgevano a livello sociale. L’anno stesso in cui ho iniziato questa collaborazione, ho avuto l’opportunità di scattare nell’ambito del Programma Italia dedicato ai migranti che raccoglievano frutta e verdura nelle campagne del sud Italia. Certamente quest’attitudine è rimasta in me e si ritrova anche in Laguna minore, l’ultimo lavoro che ho presentato a Cortona On The Move, in cui riscontro una forte valenza politica e attivista. La Laguna di Venezia soffre di una iper-rappresentazione stereotipata, frutto delle dinamiche speculative che la soffocano e che finiscono per oscurare l’ecosistema fondamentale che la tiene in vita. Ho voluto chiamare il progetto Laguna minore proprio perché si concentra sull’ambiente lagunare e sulle pratiche di riappropriazione, escludendo del tutto le classiche immagini di Venezia. Le isole di Sant’Andrea e Poveglia sono un esempio lampante delle forme di riappropriazione comunitaria, che ne impediscono dunque la privatizzazione. In particolare, l’associazione Poveglia per Tutti ha promosso una mobilitazione cittadina per restituire l’isola a un uso collettivo, mentre Sant’Andrea è stata affidata attraverso un bando pubblico all’associazione Microclima, aprendo nuove possibilità di cura e fruizione condivisa. La riappropriazione riguarda anche la flora e la fauna: abbiamo documentato, ad esempio, la colonizzazione degli ibis. Questi uccelli, storicamente legati all’antico Egitto, oggi popolano la laguna a causa del cambiamento climatico, dell’abbondanza di scarti legati all’overtourism e dell’assenza di predatori. Lo stesso vale per le innumerevoli piante che vivono adesso sulle barene: delle forme di vita fragili ma estremamente vitali per la Laguna di Venezia. La componente politica è sempre presente nella mia ricerca, non in senso partitico, ma come pratica quotidiana e civile, legata al modo in cui viviamo e ci prendiamo cura degli altri. Anche Brilla Sempre, il libro dedicato a mia madre, ha per me una dimensione politica: attraverso la nostra storia emergono temi come il lavoro precario, la maternità e le condizioni di vita di una generazione di donne spesso ai margini della memoria collettiva.

Per quanto riguarda invece il carcere di Padova, potresti raccontare come si è sviluppato il progetto e se lo stai portando ancora avanti?
Sì, il sistema carcerario è un altro tema che mi sta particolarmente a cuore. Trovo che l’approccio italiano alla pena sia anacronistico e poco efficace. Continuiamo a rispondere alla violenza con un inasprimento delle pene, intervenendo sulle conseguenze anziché sulla prevenzione e sull’educazione. Alcune stime indicano tassi di recidiva intorno all’80% per chi esce dal carcere senza un percorso di reinserimento, mentre per chi ha accesso al lavoro, alla formazione e a un accompagnamento psicologico possono scendere fino al 5%. Al di là delle percentuali, questa differenza dovrebbe bastare a farci riflettere sull’inutilità della punizione fine a se stessa e sull’importanza di progetti come quello della Pasticceria Giotto, all’interno del carcere di Padova, dove i detenuti imparano un mestiere, ricevono uno stipendio e costruiscono concrete possibilità per il proprio futuro. Mi piace affrontare tematiche complesse partendo da situazioni apparentemente leggere, come la produzione di un panettone o il mondo del calcio. Sono occasioni per esplorare questioni più profonde, legate all’identità, alla società e alla politica. Spesso cerco di portare questo approccio anche nei lavori commissionati da giornali e riviste, proponendo storie che rispecchiano i miei interessi personali. È successo anche con la Pasticceria Giotto, un servizio che ho proposto io stesso. Il lavoro su commissione mi permette così di continuare a fotografare, confrontarmi con situazioni diverse e finanziare le ricerche a lungo termine, che richiedono invece tempi e modalità differenti. Sono due aspetti della mia pratica che considero complementari.

LA FOTOGRAFIA SECONDO MATTEO DE MAYDA
Mentre il dibattito contemporaneo oscilla tra passato e futuro, tra il ritorno dell’analogico e l’avvento dell’IA, tu dove ti collochi? Utilizzi ancora la pellicola per alcuni lavori?
Credo che stiamo semplicemente attraversando una fase di transizione che non siamo ancora del tutto pronti a gestire. Ogni evoluzione tecnologica porta con sé un momento di scetticismo o di trauma. Pensa a quando si è iniziato a trasmettere le partite di calcio per radio: c’erano state proteste perché si riteneva che la radiocronaca allontanasse le persone dallo stadio e snaturasse l’esperienza del tifo. Lo stesso è accaduto con l’avvento della televisione e, più recentemente, con il passaggio dalla pellicola al digitale. Oggi con l’intelligenza artificiale ho l’impressione di essere in quel tipo di fase: un momento di mezzo in cui non abbiamo ancora sviluppato gli strumenti culturali giusti per integrarla. Per quanto mi riguarda, scatto prevalentemente in digitale, considerando sia i costi dell’analogico sia i ritmi dei lavori su commissione. Di conseguenza mi trovo estremamente a mio agio con il digitale anche nei miei progetti personali. Sul fronte dell’intelligenza artificiale, le criticità maggiori riguardano oggi la tutela dei diritti e della proprietà intellettuale: questi modelli generativi si alimentano rielaborando testi e immagini creati da autori e autrici, spesso senza riconoscimento. È una dinamica che ricorda quella dei social network: strumenti dalle grandi potenzialità, che abbiamo adottato rapidamente senza sviluppare una piena consapevolezza delle loro implicazioni e dei loro effetti sulla società.
È una dinamica che colpisce soprattutto le generazioni come la mia, nate in un’era e proiettate in un’altra, mentre immagino che le nuove generazioni sapranno gestire questo passaggio con maggiore naturalezza. Ho un approccio molto laico verso la professione: la fotografia è una parte importante della mia vita, ma non l’unica cosa che conta. Se un giorno il ruolo del fotografo dovesse ridimensionarsi drasticamente, troverò semplicemente altri modi e altri mezzi per esprimermi e guadagnare. Emmanuel Carrère raccontava di aver chiesto a ChatGPT di scrivere come lui: il risultato non era ancora convincente, ma secondo lui probabilmente lo sarebbe diventato nel giro di pochi anni. Osservava anche che, paradossalmente, i lavori intellettuali potrebbero essere i primi a essere sostituiti, mentre quelli manuali sarebbero molto più difficili da automatizzare.

In tutti i tuoi progetti fotografici appare fondamentale il confronto e la condivisione con l’Altro. Da un lato c’è il sodalizio storico con Cosimo Bizzarri: quanto conta l’affinità personale nella riuscita di un progetto? Dall’altro c’è il rapporto con i soggetti: quanto influenza la tua personalità e il tuo lavoro?
Con Cosimo Bizzarri collaboro da oltre dieci anni. In questo tempo ha seguito da vicino praticamente tutti i miei progetti ed è sicuramente una delle persone che hanno influenzato maggiormente il mio percorso. Di lui stimo soprattutto la capacità di individuare l’archetipo al centro di ogni storia, per poi ampliare la riflessione e creare connessioni che inizialmente non avevo considerato. Di recente poi ho pubblicato con la ricercatrice e docente Amina Chouaïri Lagoonal Capriccio, un volume distribuito da Witty Books che analizza una porzione specifica dell’ambiente lagunare. Lavorare con Amina, che ha una profonda conoscenza dell’architettura del paesaggio, per me è rassicurante: confrontarmi con esperti arricchisce enormemente il progetto. Non si tratta solo di affinità professionale, ma di una condivisione di obiettivi e valori umani. Per come sono fatto, preferisco una pratica stratificata: mi viene naturale collaborare con università, istituzioni, ornitologi o persino con i ragazzi degli istituti scolastici, incorporando nel lavoro la loro visione e il loro materiale d’archivio. Lasciare che le prospettive altrui mettano in discussione le mie idee è ciò che fa emergere la vera natura del progetto. A eccezione del lavoro intimo dedicato a mia madre, mi risulta difficile pensare di operare in totale solitudine.
Ora ci troviamo in un panorama molto diviso e divisivo: siamo nel limbo tra forte collettività e forte individualismo, entrambi accomunati da una forte competizione.
Credo che fondamentalmente stiano procedendo in questo dibattito due forze parallele e opposte. Più una spinta si fa intensa da un lato, più si genera una reazione contraria. Da una parte si assiste a una forte competizione e a percorsi molto individualistici; dall’altra emergono realtà virtuose incentrate sulla pratica collaborativa. Penso ad esempio a Kublaiklan, un collettivo torinese a oggi interamente dedicato alla fotografia partecipativa. È una polarizzazione che rispecchia un po’ le dinamiche sociali e politiche attuali: così come assistiamo all’espansione dei movimenti femministi e contemporaneamente al riaffiorare di modelli ultra-conservatori, anche nel mondo dell’arte convivono spinte opposte. Tuttavia, la sensibilità più contemporanea mi sembra orientata verso una maggiore fluidità. Nelle mostre e nei progetti più interessanti di oggi mi sembra che si avverta quasi sempre il tentativo di andare oltre il singolo scatto e la singola firma, contaminando le categorie e mescolando le individualità per raccontare la complessità della realtà.

Sempre parlando di collaborazione con altri professionisti, dal punto di vista editoriale hai collaborato, ad esempio, con lo studio bruno per la realizzazione di diversi progetti. Ti affidi spesso ad altre persone per la cura della parte editoriale? È un processo di delega totale oppure intervieni anche tu in prima persona?
Con studio bruno, ad esempio, ho appena terminato Visual experiments made with the communities hit by Vaia, un nuovo libro realizzato grazie al Premio Basilico, che uscirà il 28 ottobre, nell’anniversario della tempesta Vaia. Con loro ho imparato nel tempo a fidarmi completamente del processo editoriale. All’inizio ammetto di essere stato più rigido: vedere le mie immagini smontate e ricomposte con una logica diversa mi spiazzava. Poi, guardando il risultato, mi rendevo conto che la loro visione funzionava meglio. Non li considero dei semplici grafici che scelgono un buon font o impaginano bene delle immagini: sono dei veri e propri coautori che interpretano il materiale e creano un oggetto editoriale nuovo, dotato di un proprio significato. Ci è voluto del tempo, ma oggi affidarmi a loro è rassicurante.
MOSTRE E CURATELA
Invece consideri la figura del curatore come un mediatore necessario per dare vita a un’esposizione efficace o preferisci mantenere il controllo sull’allestimento e sulla narrazione spaziale delle tue mostre? Qual è il compromesso più difficile che hai dovuto accettare?
Ho avuto esperienze estremamente variegate: si va dal curatore che vedi per la prima volta il giorno dell’inaugurazione a quello che vuole discutere ogni singolo punto della scheda di sala. Non nascondo che inizialmente fare dei compromessi può costare una certa fatica, ma alla fine si rivela quasi sempre un processo di apprendimento e di crescita profonda. Anche la collaborazione con Renata Ferri per la mostra a Cortona On The Move è stata molto stimolante. Abbiamo avuto modo di confrontarci intensamente e anche di “scornarci” un po’, ma sempre con l’obiettivo comune di restituire il lavoro attraverso la mostra nel miglior modo possibile. Credo che proprio da questo scambio di idee siano nate alcune delle soluzioni più interessanti dell’allestimento. Un’altra esperienza stimolante dal punto di vista della sintonia è stata quella con Stefania Rössl e Massimo Sordi di OMNE (Osservatorio Mobile Nord Est). Mi hanno coinvolto, insieme ad altri quattro autori, in “When the Sea Moves”un progetto sull’erosione delle coste italiane che ha portato alla pubblicazione di cinque volumi distinti (tra cui il mio lavoro sulla laguna svolto con Amina Chouaïri). Con loro si è creato un dialogo fluido, umano e stimolante, favorito da una profonda affinità di sguardo e di gusto.

Quando invece capisci che l’obiettivo non è comune o non si riesce a trovare un punto d’incontro, come funziona? Perché comunque bisogna portare a termine il lavoro.
Proprio di recente ho collaborato con Giovanna Calvenzi, responsabile dell’Archivio Gabriele Basilico, alla realizzazione del libro Visual experiments made with the communities hit by Vaia. È stata un’ulteriore occasione per confrontarmi con un’esperienza e una sensibilità diverse dalle mie, mettendo in discussione alcune convinzioni. Con il tempo ho imparato che lavorare con altre figure professionali significa anche saper lasciare spazio a interpretazioni e soluzioni che inizialmente non avevo considerato. Credo sia importante non perdere di vista l’obiettivo comune. Per me il compromesso non significa rinunciare alla propria identità autoriale, ma trovare insieme il modo migliore per restituire il senso del progetto.
Hai creato un linguaggio capace di far dialogare la fotografia paesaggistica con la fotografia documentaristica, la fotografia di architettura e la fotografia di archivio. Questo si collega all’identità, un tema che affronti spesso, anche indirettamente, con i tuoi lavori. Credi di aver trovato la tua identità? Si parla spesso di filo conduttore di una mostra, quale pensi sia invece il filo conduttore della tua fotografia?
Credo di aver trovato un linguaggio e una struttura nella pratica che mi rispecchia in questo momento, ma non è detto che queste non cambieranno nel prossimo futuro. Sono una persona che tende ad annoiarsi facilmente di se stessa e delle proprie immagini, e considero naturale che il mio modo di lavorare possa evolversi. Negli ultimi tempi, la Laguna di Venezia è diventata indubbiamente il filo conduttore importante della mia ricerca. Gli amici mi prendono spesso in giro per questo legame così forte, ma è un ambiente di cui mi sento profondamente parte. Venezia è come un piccolo villaggio: con tutti i suoi limiti, conserva un senso di comunità molto forte. Esiste una sorta di attenzione reciproca, una responsabilità condivisa verso il modo in cui ci si prende cura della città, dalla cucina all’arte. Questo mi porta a interrogarmi continuamente su come scegliere di raccontare Venezia e il suo paesaggio. A consolidare questo legame si è aggiunta la dispersione delle ceneri di mia madre in laguna. Sapere che oggi è parte di queste acque ha reso ancora più profonda la mia relazione con questo ecosistema. In questa fase della mia vita mi sembra di riuscire a dare e ricevere valore soprattutto nei contesti che conosco da vicino, dove le relazioni e le idee possono svilupparsi in modo naturale. Ultimamente mi sono concentrato soprattutto sulle barene, sulla flora, sull’avifauna e sulle casse di colmata, ma non so quanto durerà questa fase. Non credo che si debba necessariamente fare il fotografo per tutta la vita: trovo sano e naturale riconoscere il momento in cui si sente il bisogno di cambiare strada. Nel frattempo sto facendo un corso di voga, magari un giorno farò il gondoliere, e andrà benissimo così.
Rubina Stradella























