Nella riservatezza di uno spazio in penombra, il Padiglione Egitto alla 61. Biennale Arte di Venezia ospita le sculture e le riflessioni di Armen Agop. Il “Padiglione del Silenzio” obbliga a un ascolto profondo, sfida l’abitudine e trasforma i tabù della sacralità. A partire da questi temi, abbiamo chiesto all’artista di parlare di icone, alchimia e proteste, in una conversazione che intreccia la storia personale di Armen Agop a quella dell’Egitto e dell’umanità.
Che cos’è sacro, soprattutto in una società come quella contemporanea? Le opere di Armen Agop (Il Cairo, 1969) recuperano un’idea di sacro legata all’intimità e a una vicinanza fisica ed emotiva tra spettatore e opera. Le sculture, disposte in tre spazi bui all’interno del Padiglione Egitto alla Biennale Arte di Venezia 2026, si possono – e si devono – toccare, annullando i tabù che da secoli definiscono le norme artistiche.
Il granito delle sculture riporta al presente una storia dalle radici antiche, quella del rapporto tra essere umano e pietra. Con un chiaro riferimento alla civiltà egizia – come suggerisce l’essenza del fiore di loto che pervade l’ultima stanza – a emergere è una richiesta di silenzio, di ascolto e di riconnessione con il proprio io interiore. Il padiglione è aniconico – e anti-iconico, data l’esplicita richiesta di non scattare fotografie –, alla ricerca di una coralità umana priva di immagini di riferimento e per questo universale.
Abbiamo intervistato Armen Agop per approfondire questa cornice meditativa e per capire come il silenzio sia, oggi più che mai, necessario e non sempre immobile. Capire come stare in silenzio possa essere anche una protesta, come non accogliere un invito possa diventare segno di introspezione, come, senza parlare, si possa dire molto.

L’INTERVISTA AD ARMEN AGOP
Rappresenti il Padiglione Egitto alla 61. Biennale Arte di Venezia, una Biennale molto travagliata dal punto di vista politico. Come ti senti riguardo a questo incarico?
L’Egitto contribuisce da millenni alla nostra civiltà ed è un pozzo molto profondo di esperienze umane. Un luogo dove sono nati e passati diversi dèi, lingue e culture; un luogo dove si è sempre andati oltre, dove si è riusciti a trasfigurare. Un luogo in cui si sono sapute accogliere e integrare diverse etnie, assorbendone le culture e arricchendo quella locale. Per questo rappresentare l’Egitto è un’enorme responsabilità, specialmente nella mostra più importante al mondo, la Biennale di Venezia.
Tra le turbolenze politiche che hanno interessato questa edizione della Biennale c’è la presenza del padiglione israeliano, motivazione principale per la quale, lo scorso 8 maggio, ANGA (Art Not Genocide Alliance) ha organizzato lo sciopero al quale hanno aderito anche molti partecipanti alla Biennale. Come commenteresti la tua adesione simbolica allo sciopero?
Credo che l’arte possa andare al di là del momento temporaneo. Nel Padiglione del Silenzio l’invito è ascoltare la nostra voce interiore. Credo che l’arte possa guidare verso una coscienza più chiara e risvegliare ciò che è addormentato e nascosto dentro di noi. Il silenzio non è muto. Credo nella forza dell’arte poiché siamo più umani quando facciamo arte e ne godiamo, interagendo con essa.
Sei nato al Cairo nel 1969 da una famiglia di origini armene e ora vivi a Pietrasanta dal 2000. Cosa rappresenta l’Egitto per te e per la tua storia familiare?
Per me l’Egitto non è solo un Paese: sarebbe molto riduttivo vederlo come uno Stato limitato al presente. L’Egitto è un accumulo inquantificabile di esperienza umana e, per me, rappresenta un esempio molto significativo per i nostri problemi contemporanei. È la terra dove sono state accolte culture, lingue e religioni diverse e dove si sono fuse etnie. Io vedo questa immensa esperienza di sopravvivenza umana non pronunciata, ma che si esprime in silenzio. Osservando bene il passato troviamo diverse risposte per il futuro: serve una riflessione profonda, e per questo un attimo di silenzio.
Nel 2011 hai rifiutato l’invito a partecipare alla Biennale di Venezia. Erano i mesi della Rivoluzione egiziana e delle proteste in piazza Tahrir contro la presidenza di Hosni Mubarak che posero fine al suo governo trentennale. Hai declinato l’invito dichiarando: “Non volevo considerarla solo come un’opportunità di carriera. Non sentivo che fosse il momento giusto per far sentire la mia voce”. Quest’anno hai accettato, con il progetto Silence Pavilion. Between the Tangible and the Intangible. Che cosa è cambiato in te, come artista e come essere umano, nell’arco degli ultimi quindici anni?
L’età! A parte gli scherzi, ogni situazione in cui prendiamo posizione è un’occasione per conoscere meglio noi stessi. Da quel giorno, quando ho rinunciato all’invito, si è consolidato molto il mio rapporto con me stesso e con ciò in cui credo nel mio lavoro. Non è che avessi dubbi, ma ho scoperto di non riuscire a compromettere nemmeno una virgola della mia fedeltà al lavoro. Quello che faccio è fine a se stesso e non serve a raggiungere altro.
Non è che non lo sapessi, ma è stata un’esperienza che mi ha dimostrato l’assolutezza di una certa fede. Mi conosco con più trasparenza. Da quel momento credo di più in questa forza interiore, che mi ha aiutato ad affrontare situazioni più difficili di quelle che pensavo di poter sostenere – tecniche, economiche, emotive e psicologiche – e a mettere in secondo piano tutto ciò che la società chiama successo e tutto ciò che la scena artistica pretende.

IL PADIGLIONE DEL SILENZIO ALLA BIENNALE DI VENEZIA
La mostra si articola in tre spazi e immerge gradualmente il visitatore in un’esperienza contemplativa, studiata per sollecitare diversi sensi: la vista, il tatto, l’udito e l’olfatto. Lo spettatore quale ruolo assume nel meccanismo espositivo?
Credo che l’arte, in genere, sia un flusso continuo di energia tra l’essere umano che trasmette e chi accoglie. Le opere d’arte, per questo, rimangono trasmettitori continui di energia. Il ruolo più importante, quello in cui il cerchio si completa, è quando l’energia trasmessa nelle opere viene accolta dallo spettatore: allora i lavori diventano vivi. Chi interiorizza tutto questo, lo assorbe e lo fa proprio, diventa parte di tutti noi e, quindi, dell’universo. Una volta che vediamo e ci relazioniamo con un’energia esterna non possiamo più eliminare quell’esperienza, anche quando non la ricordiamo più: da qualche parte c’è, perché è dentro di noi.
All’interno del tuo padiglione offri la possibilità a chi entra di toccare le opere, infrangendo una sorta di tabù nel mondo dell’arte. Credi che la possibilità di toccare l’opera possa contribuire a mettere in discussione il retaggio dell’opera d’arte come oggetto intangibile?
Abbiamo creato questa distanza in una sacralità che ci ha condotto al distacco fisico e, di conseguenza, emotivo. In realtà il nostro rapporto con la pietra è molto stretto: i nostri primi utensili da caccia e da difesa sono stati fatti di pietre dure; abbiamo affidato alla pietra la nostra sopravvivenza, per nutrirci e difenderci, e quando abbiamo avuto necessità spirituali ci siamo di nuovo affidati alla pietra, creando i nostri dèi. Quindi abbiamo un legame molto intimo, e l’invito a toccare credo risvegli questo rapporto profondo. E non si limita a un’esperienza visiva. È un rapporto che va oltre. Il granito viene dal cuore della Terra: l’invito a relazionarsi con una parte del cuore della Terra può risvegliare il nostro legame con la Terra che viaggia nel cosmo. E niente è staccato, tutto è collegato e questo consente di toccare il cosmo.

Per l’imponenza, il materiale utilizzato e il simbolismo religioso, le tue opere risultano sculture dall’aria “monumentale”. Definiresti le tue opere dei monumenti?
Cerco di non definire niente. Sono molto attento a usare il termine “monumentale”: spesso il monumentale mette l’umano in una posizione inferiore; la dominanza crea una situazione di superiorità, in cui l’ego dell’opera monumentale è molto più presente e forte. Cerco un equilibrio tra noi e l’opera. Sono molto più attratto dalla monumentalità interiore, dalla forza invisibile che va al di là della dimensione fisica.
Essendo tu uno scultore, come ti rapporti con la trasformazione della materia e con il suo valore alchemico?
Non mi vedo solo come uno scultore, poiché non mi limito a una sola pratica. Davanti al granito agisco come scultore, davanti ai colori come pittore. La materia accende la voglia di connettermi con lei. Un artista non è indifferente davanti alla materia e penso che artista sia colui che agisce davanti alla materia o con la materia; la materia lo stimola e il rapporto è necessariamente alchemico.

Il misticismo e la contemplazione sono aspetti fondamentali della tua pratica e si ritrovano anche in Silence Pavilion. Between the Tangible and the Intangible. Come si relaziona la tua arte con il concetto di sacro?
Per me l’arte è sacra, perché nasce da un’energia al di là della mano: la fonte energetica non sono le calorie, sono altre. E, allo stesso tempo, ciò che trasmette un’opera d’arte va al di là delle informazioni o della rappresentazione del conosciuto; è tutto il contrario, è proprio lo sconosciuto che mi incuriosisce. Quando guardo un quadro di Van Gogh, non c’è niente da capire; non capisco i fiori che rappresentano, vedo un’energia umana che lotta per la sua sopravvivenza, salvezza, esistenza: il sacro in tutti noi, esistere, essere, ognuno a modo suo.
Crescendo in Egitto ho visto, da giovane, sculture che rappresentavano dèi lontani dalle mie credenze, ma la forza interiore trasudava: percepivo il sacro anche se non mi relazionavo spiritualmente o concettualmente; la sacralità era innegabile eppure mi toccava. Noi abbiamo bisogno di questo rapporto con noi stessi e con l’universo. Le religioni sono cambiate nel corso della storia, ma molti riti e pratiche sono rimasti, trasformandosi e adattandosi al nuovo dio.
LA PRATICA ARTISTICA DI ARMEN AGOP
Non è possibile scattare fotografie all’interno del padiglione. Pensi che questa scelta, controcorrente rispetto al flusso di immagini nel quale siamo costantemente immersi, possa accentuare l’esperienza contemplativa di chi visita l’esposizione?
Assolutamente sì. La Biennale è la mostra più fotografata al mondo, ma qualsiasi cosa facciamo mentre ci relazioniamo con un’opera, visivamente o fisicamente (se la tocchiamo), diventa un ostacolo per interiorizzare l’energia generata. Credo che le opere d’arte trasmettano energia continuamente: dobbiamo essere aperti ad accoglierla senza distrazioni.
L’esperienza contemplativa richiede una certa intimità, con noi stessi prima di tutto.
L’assenza di figurazione e soggetti rende i tuoi dipinti e le tue sculture in un certo senso “aniconici”. Si elimina un soggetto, quindi un’individualità. Questa decisione può essere interpretata come un tentativo di dare forma a una coralità?
Noi, e la nostra mente, come umani, siamo rimasti egocentrici per millenni. Quando volevamo rappresentare un dio, spesso lo abbiamo rappresentato a nostra somiglianza, e lo stesso vale per il diavolo. Quando, da giovane, ho fatto questa osservazione, per me si è chiarita l’importanza di liberarmi da questo egocentrismo ed esplorare il resto dell’universo, sia esternamente sia internamente. L’universo interiore non possiamo immaginarlo con un approccio figurativo, altrimenti si comincia a rappresentare fegati e stomaci. Credo che ci sia altro, al di là dell’immaginazione, quell’invisibile. Siamo molto consapevoli dell’energia interna e non vedo l’esigenza di ridurla a un’immagine riconoscibile. Lo sconosciuto c’è, non voglio negarlo, lo accolgo con grande curiosità.

Come spesso accade, tu stesso sei il curatore della mostra allestita nel padiglione egiziano. Qual è il tuo rapporto con la curatela?
Sono molto contento e soddisfatto di aver curato tutto il padiglione. Tutto è stato sviluppato ed evoluto contemporaneamente, mentre lavoravo. È stata un’esperienza unica per me. È la prima volta che curo una mostra. Mi ha dato tutta la libertà di presentare i lavori come voglio e mi ha offerto l’opportunità di far maturare tutto insieme, senza interventi esterni. E mi ha fatto capire tante cose del lavoro, di me stesso e del rapporto tra noi.
Rebecca Canavesi
9 maggio – 22 novembre 2026
Armen Agop. Silence Pavilion. Between the Tangible and the Intangible
Giardini della Biennale – Venezia
Silence Pavilion. Between the Tangible and the Intangible






