In occasione dell’apertura della Biennale Arte 2026, Bana Kattan ci ha parlato di “Washwasha”, il progetto da lei curato per il padiglione degli Emirati Arabi Uniti. Partendo dalle geografie sonore che danno forma alla mostra, vengono approfondite le riflessioni che hanno guidato la sua realizzazione, inserita nell’orizzonte di “In Minor Keys” ‒ 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia curata da Koyo Kouoh ‒ come spazio di ascolto e riflessione critica. La conversazione si estende, poi, alle fondamenta della sua pratica curatoriale, incentrata su forme di collaborazione orizzontale e sulla connessione di pratiche, soggettività e contesti culturali transnazionali.
Nata ad Abu Dhabi, e originaria di Betlemme in Palestina, Bana Kattan è una curatrice e ricercatrice attiva tra gli Emirati Arabi e gli Stati Uniti. Nominata Curator e Associate Head of Exhibitions al Guggenheim Abu Dhabi Project, ha curato numerose mostre presso istituzioni internazionali, tra cui la NYU Abu Dhabi Art Gallery e il Museum of Contemporary Art Chicago. Configurando il suo lavoro come campo attivo di ricerca per la costruzione di prospettive diverse da quelle dominanti, indaga le connessioni tra forme di appartenenza plurali e la dimensione storica, sociale e politica che ne ha plasmato le identità, creando una rete continua di relazioni tra contesti locali e dinamiche globali. Rivolta a quella che viene definita la “maggioranza globale”, sviluppa progetti espositivi che mettono in dialogo diverse generazioni di artisti e le loro pratiche, mantenendo un’attenzione costante verso la creazione di spazi per la condivisione collettiva.

In occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ‒ In Minor Keys, ha curato il padiglione degli Emirati Arabi Uniti, presentando il progetto Waswasha. Il titolo ‒ riprendendo la parola araba “sussurro” ‒ rimanda a suoni impercettibili e voci soffuse e si inserisce perfettamente nel tema della Biennale, che invita i visitatori a risintonizzarsi su frequenze emotive, intime, soggettive e comunitarie. Questa direzione è molto affine a quella che guida la sua ricerca curatoriale, orientata verso forme di narrazione non egemoniche che danno spazio a soggettività plurali, spesso marginalizzate o dislocate. In che modo il suo approccio si è confrontato con il tema della Biennale e che direzione ha seguito per tradurre questo dialogo nel progetto del padiglione?
In realtà ho iniziato a lavorare a questa mostra prima che venisse annunciato il tema, e non posso esprimere a parole quanto mi sia sentita fortunata quando il tema della Biennale si è rivelato così profondamente connesso alla mostra. Nel suo primo comunicato stampa Koyo ha detto una frase che riguardava il sintonizzarsi sulle tonalità minori e il ricercare i frammenti, e quando l’ho sentita me la sono subito scritta perché non volevo dimenticarla. L’ho annotata su un post-it, l’ho messa accanto al computer e ho continuato a guardarla durante tutto il periodo in cui ho riflettuto su questa mostra. Una connessione molto importante, per me, è stata poi pensare agli spazi di incontro e soprattutto alla sonorità che essi portano con sé, come si vede per esempio in Naiman ‒ la bathouse realizzata da Jawad Al Malhi ‒ che ricostruisce un luogo di memorie condivise e di storie orali comunitarie. Ho riflettuto molto sull’importanza degli spazi in cui ci si riunisce e si parla, e questo si può vedere anche nel lavoro di Lamya Gargash, che ha realizzato la serie intitolata Majlis.
In Washwasha il suono ha un ruolo centrale. Trattare il suono, anziché il visivo, porta con sé un invito all’ascolto e alla prossimità, creando un’intangibile connessione e intimi scambi comunitari. Questa direzione è una scelta curatoriale che interpreta In Minor Keys o è la restituzione di una più intrinseca rappresentazione identitaria degli Emirati Arabi?
Penso che rappresenti entrambe le cose. Desideravo davvero mostrare un lato autentico della scena artistica degli Emirati Arabi Uniti, e infatti, anche se non tutti gli artisti presenti in Washwasha sono emiratini, tutti sono legati e costituiscono una parte importante della scena artistica del paese. Penso che negli Emirati, così come in ogni altro paese, non è possibile essere semplicemente una sola cosa. È molto più interessante di così. E credo che questo emerga bene attraverso la molteplicità di voci che scaturisce da questa mostra. Quindi sì, penso che l’elemento sonoro sia molto efficace in questo senso e che, allo stesso tempo, sia qualcosa che riunisce gli Emirati Arabi Uniti in un unico luogo condiviso.
IL PADIGLIONE NAZIONALE DEGLI EMIRATI ARABI UNITI CURATO DA BANA KATTAN
Nel suo lavoro è fondamentale la ricerca che ricostruisce e mette in luce costellazioni relazionali, intrecciando identità diasporiche e transnazionali. Seguendo questa prospettiva, come si è rapportata con la rigidità di un padiglione nazionale in un contesto che storicamente implica un’idea di identità e cultura legate a confini territoriali definiti?
Le tue domande sono davvero belle, grazie! È evidente che ti sei interessata a questa mostra e che l’hai compresa. Ritengo che il suono sia un modo interessante per riflettere su questo argomento, perché l’elemento sonoro non può essere contenuto dentro i limiti di un confine: il suono si diffonde, va oltre. Questa non è una mostra sul suono, ma esso è il suo punto di partenza: l’intero nucleo del progetto risiede nel sonoro e nella sua connessione con la cultura immateriale. Quando si inizia a ragionare in questa direzione, poi, elementi come il movimento e la migrazione diventano parte fondamentale e centrale per il Padiglione.
Ha descritto quella al padiglione degli Emirati Arabi come una “mostra guidata dagli artisti”, e nel suo lavoro è evidente la volontà di costruire rapporti che si allontanano da una direzione verticale. Perseguendo un modello di curatela orizzontale e collaborativa, come indirizza il suo lavoro al fine di creare un ecosistema di crescita comunitaria e di ricerca per nuove connessioni?
Dal mio punto di vista anche solo pensare in una direzione che possa mettere l’artista al centro e alla guida di una mostra è il modo giusto di concepire l’esperienza curatoriale in generale. Ho constatato che le migliori mostre che ho realizzato ‒ anche tra quelle curate dai miei colleghi ‒ avevano proprio questo principio al centro. Un altro aspetto importante è creare un tema espositivo il più possibile aperto, come Washwasha ad esempio. Questo tema permette a ciascuno dei sei artisti coinvolti nella mostra di intraprendere sei percorsi molto diversi: alcuni hanno parlato di storie orali, altri del linguaggio, e altri ancora di ansia, considerando il washwasha nella mente di una persona e anche il washwasha della tecnologia. A mio avviso, ciò che rende possibile tutto questo è offrire sostegno e autonomia all’artista.
A partire dall’esperienza professionale avuta alla NYU Abu Dhabi Art Gallery ha partecipato attivamente alla realtà locale promuovendo il dialogo tra diverse generazioni di artisti. Secondo lei, la rapida istituzionalizzazione che sta vedendo protagonisti gli Emirati Arabi porta con sé dei rischi per la scena artistica locale?
Penso che la scena artistica emiratina sia prontissima, in realtà lo è già da molto tempo, e ci sono molte istituzioni artistiche davvero straordinarie. Solo ad Abu Dhabi potrei elencare cinque incredibili istituzioni che hanno fatto e continuano a fare un grande lavoro. C’è persino un museo, il Museo di Al Ain, che fa parte dell’Emirato di Abu Dhabi e che ha aperto nel 1971, ancora prima che gli Emirati Arabi Uniti venissero ufficialmente formati. Dunque abbiamo una lunga storia di musei e sono decisamente convinta che ci sia spazio per altro!
Pensavo in particolare al crescente interesse del mondo dell’arte occidentale sulla regione del Golfo…
Sì, esattamente. C’è una mostra che ho co-curato mentre lavoravo alla NYU Abu Dhabi Art Gallery insieme a Maya Allison ‒ direttrice e capo curatrice della NYUAD Art Gallery ‒ che si intitolava But We Cannot See Them e coinvolgeva un gruppo di artisti degli Emirati Arabi, attivi tra il 1998 e il 2008. Il titolo riprendeva il verso di una poesia di Nujoom Al Ghanem, una delle artiste presenti in mostra, e lo abbiamo scelto perché eravamo stanche di sentire persone venire dall’Occidente e dire che da noi non esistessero né arte né artisti contemporanei. Credo però che questa sia una conversazione che possiamo portare avanti attraverso il nostro lavoro, andando oltre il semplice parlarne, e restituendola concretamente nei fatti.

LA PRATICA CURATORIALE SECONDO BANA KATTAN
Rimanendo sul tema del rapporto tra istituzioni e identità culturale, e ricollegandomi alla sua nomina di Curator and Associate Head of Exhibitions al Guggenheim di Abu Dhabi Project, come sta pensando di radicare il suo lavoro in un’istituzione museale a matrice occidentale in modo da dare risonanza all’arte regionale?
Uno dei principali impegni geografici del Guggenheim Abu Dhabi è rivolgersi all’Asia occidentale e questo sarà il focus più importante del museo. Sono davvero entusiasta di far parte di un museo con una collezione così straordinaria – ha iniziato a collezionare opere dal 2005 – e sono molto felice di contribuire a portare l’attenzione verso l’Asia occidentale all’interno della costellazione dei musei Guggenheim.
Nella sua carriera ha curato mostre in contesti molto diversi: alla NYU Art Gallery di Abu Dhabi, al Museum of Contemporary Art di Chicago, ora alla Biennale Arte di Venezia. Questa diversità ha influenzato le sue scelte curatoriali sia dal punto di vista pratico che concettuale, nonché in termini delle diverse forme di coinvolgimento del pubblico?
Credo che una delle cose più importanti per me come curatrice sia assicurarmi che, indipendentemente dal luogo in cui realizzo una mostra, questa rimanga sempre e comunque interessante. Ad esempio, considerando il contesto del Padiglione degli Emirati Arabi Uniti, abbiamo scelto per la mostra un titolo e un concept che derivassero da una parola araba. In quanto parola onomatopeica, Washwasha racchiude nella sua pronuncia il suono emesso quando si sussurra e può pertanto essere compresa anche da chi non parla arabo. In questo caso dunque, come in ogni valutazione fatta all’interno delle mie mostre, la cosa per me fondamentale è che il progetto prima di tutto coinvolga il pubblico proveniente dal contesto dal quale esso si origina, rimanendo allo stesso tempo capace di dialogare con tutti.
La curatela ‒ come dimostra il suo lavoro ‒ non ha solo una propria finalità estetica, ma porta con sé anche una profonda valenza etica, sociale e politica. In un momento di estrema tensione e frammentazione, come si ridefinisce la figura e la responsabilità di un curatore?
Grazie per questa domanda, è stata davvero una bella intervista. Tutti quanti vediamo il mondo in cui stiamo vivendo e possiamo anche notare quanto la Biennale di quest’anno sia diversa da qualsiasi altra edizione precedente. Nello spirito di Washwasha, quello che chiedo alle persone è semplicemente di rallentare e ascoltare le comunità, ascoltare le voci che finora non sono state ascoltate ma che dovrebbero esserlo. Questo fa parte della premessa curatoriale.
Alessia Leoni
https://www.labiennale.org/en/art/2026/united-arab-emirates
https://nationalpavilionuae.org/art/2026/art-exhibition-2026/









