Il Padiglione delle Bahamas, curato da Krista Thompson, presenta un dialogo postumo tra Lavar Munroe e John Beadle attorno alla memoria della diaspora africana e alla violenza coloniale. Lo spazio di San Trovaso Art Space si trasforma in un ambiente commemorativo e rituale, in cui il Junkanoo, storica processione bahamiana, emerge come filo conduttore.
Per la seconda volta, dopo un’assenza di tredici anni, le Bahamas tornano a partecipare all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia con il progetto In Another man’s yard: John Beadle, Lavar Munroe, and the spirit of (posthumous) collaboration, allestito presso San Trovaso Art Space e fondato sulla collaborazione tra due artisti, John Beadle (1964-2024) e Lavar Munroe (1982), il primo scomparso nel 2024. Il filo che lega i due è la sensibilità condivisa per ciò che viene sottovalutato e scartato, tanto nel mondo dell’arte quanto nella società: le figure marginalizzate, il migrante e il bracciante. Questi aspetti, insieme all’importanza storica e memoriale della diaspora africana, alla rivendicazione culturale e alla pratica della collaborazione postuma, evocano il tema scelto dalla curatrice Koyo Kouoh per la Biennale Arte 2026, In Minor Keys.
Il padiglione è curato da Krista Thompson, storica dell’arte e curatrice indipendente, la cui ricerca si concentra sull’arte moderna e contemporanea e sulla cultura visiva della diaspora africana e caraibica. Attraverso la sua pratica, Thompson porta l’attenzione sulle “note minori” della società e del mondo dell’arte, su ciò che è nascosto, sottovalutato, ai margini, rivendicando per la tradizione artistica bahamense un ruolo centrale nel discorso globale dell’arte contemporanea. In questo scenario si inscrive il tema portante del padiglione: la collaborazione postuma ‒ pratica sviluppata da Munroe a partire dal 2016, dopo la scomparsa del padre, come un modo per creare un dialogo con delle figure assenti e riattivare progetti incompiuti. Questa logica — dal margine al centro, dal sottovalutato alla rivendicazione — non resta affermazione teorica: struttura letteralmente la sequenza spaziale del padiglione, che si muove dalla violenza coloniale al rito collettivo, dal rito al lutto privato.

IL PADIGLIONE BAHAMAS ALLA BIENNALE DI VENEZIA 2026
Il percorso espositivo si apre con un’opera di Beadle dedicata alla storia coloniale dell’isola, proseguendo poi con un’installazione site specific costruita attorno ai machete ‒ simbolo della violenza e del passato coloniale ‒ che dà il titolo all’intero padiglione. Il fulcro dell’esposizione è, tuttavia, l’opera immersiva dedicata al Junkanoo, la processione mascherata che i discendenti degli schiavizzati bahamiani sviluppano a partire dal periodo natalizio, trasformando materiali poveri e oggetti trovati in costumi e sculture effimere. Pratica insieme festiva e rivendicativa, inizialmente affermazione culturale sotto il regime coloniale, il Junkanoo assume anche una funzione memoriale in contesti di lutto collettivo. Lo stesso principio guida l’installazione site specific realizzata da Munroe a Venezia, che riattiva materiali di scarto e di uso quotidiano ‒ tra cui gli imballaggi delle opere durante il trasporto ‒ in continuità con una pratica comune a entrambi gli artisti, accanto a costumi tradizionali ed elementi recuperati dallo studio di Beadle, come una barca di migranti haitiani. In virtù di questa doppia natura il Junkanoo si fa, quindi, principio strutturale del padiglione, in relazione a quelle note minori, che Thompson associa alla cultura bahamense. Al piano superiore, lo spazio dedicato ai viaggi di Munroe sposta il registro memoriale dal collettivo al personale, indagando il rapporto dell’artista con altri popoli e culture. Qui la collaborazione postuma si fa intima: negli undici pannelli con cui Munroe rende omaggio a Beadle, le opere attraversano cosmogonie diasporiche, il rapporto con il mare e la pioggia, per tornare ancora una volta al Junkanoo, il vero filo che lega l’intero progetto nelle sue molteplici declinazioni, dalla violenza storica al rito collettivo fino al lutto privato.

IL DIALOGO FRA JOHN BEADLE E LAVAR MUNROE
L’allestimento è volutamente essenziale: si è deciso di rinunciare a qualsiasi elemento scenografico superfluo per mettere le opere al centro. In linea con questa scelta, i colori dello spazio sono ridotti a pochi toni neutri: da un lato le composizioni monocrome dei rilievi di Beadle, dall’altro la carica cromatica delle sculture monumentali di Munroe ‒cavalli, cani a grandezza naturale, realizzati con strisce di costumi di Junkanoo dismessi ‒ e dei lavori connessi direttamente alla processione. In linea con le pratiche che individuano la propria materia prima negli scarti, anche il cartone, i remi inutilizzabili e i teloni provenienti da imbarcazioni haitiane abbandonate sulle coste delle Bahamas sono tutti reimpiegati. Una notevole attenzione è stata riservata al ruolo della luce, in quanto, proprio con le ombre che genera, le opere vengono amplificate cosicché i rilievi bidimensionali di Beadle in cartone e le forme monumentali di Munroe guadagnino una profondità scultorea e l’atmosfera rituale e commemorativa dell’intero padiglione sia rafforzata. Allo stesso tempo la luce restituisce dignità visiva a quei materiali originariamente periferici. Si crea, così, un ambiente intimo, uno spazio di riflessione ‒ determinato tanto dai colori quanto dall’illuminazione ‒ che si collega con coerenza al tema della Biennale, lasciando che la lettura in chiave minore della storia bahamiana passi anche per la materia, prima ancora che per il racconto.
Sara Collivasone
9 maggio – 22 novembre 2026
In Another man’s yard: John Beadle, Lavar Munroe, and the spirit of (posthumous) collaboration
a cura di Krista Thompson
San Trovaso Art Space
Fondamenta Nani, Dorsoduro 947 ‒ Venezia
https://www.bahamasvenicebiennale.org













