Nella cornice di Palazzo Diedo, la mostra “Strange Rules” – a cura di Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist, in collaborazione con Adriana Rispoli – sviluppa una riflessione sulle regole sottese, ma determinanti, che accompagnano la produzione, la distribuzione e la percezione della cultura nell’era digitale, introducendo il concetto di Protocol Art.
Algoritmi, modelli di intelligenza artificiale, protocolli, piattaforme informatiche e infrastrutture tecnologiche sono divenuti elementi imprescindibili e architetture invisibili della cultura contemporanea. Muovendo da questa premessa quantomai attuale, la mostra Strange Rules, visitabile a Venezia presso Palazzo Diedo fino al 22 novembre 2026, non intende semplicemente descrivere i modi e le forme in cui questi strumenti sono impiegati nel processo di creazione dell’opera d’arte, ma vuole, invece, esporli come materia artistica.
Sviluppando questo assunto teorico, Strange Rules si configura come un ambizioso progetto espositivo, volto a introdurre il concetto di Protocol Art, nel tentativo di delineare le possibilità offerte dallo sconfinamento di questi “protocolli” dell’era digitale nel campo dell’arte e dalla loro ibridazione.
LA MOSTRA STRANGE RULES A VENEZIA
Il percorso espositivo è emblematicamente aperto dall’installazione ambientale Attention Guild (2026) di Mat Dryhust e Holly Herndon, in collaborazione con SUB, in cui, per tutta la durata della mostra, un software viene costantemente tradotto in linguaggio musicale, predisponendo da subito lo spettatore al confronto con i protocolli e i codici propri del mondo digitale e tecnologico contemporaneo. Insistendo sulla medesima linea, una prima selezione di opere e installazioni vanno a sondare i molteplici ambiti d’impiego dei protocolli protagonisti della mostra, dalla biologia all’ecologia passando per la cultura pop e la generazione procedurale di immagini.

Gli interventi in mostra al primo piano approfondiscono ulteriormente gli spunti e i temi della Protocol Art con una serie di video, dipinti, installazioni site-specific e la notevole commissione permanente The Diambulist Humself (2026) di Philippe Parreno, una complessa scultura mobile il cui comportamento non è programmato, ma definito da sensori che, leggendo l’ambiente interno ed esterno, traducono i dati fisici in movimento e luce, come un organismo vivente inserito nel contesto veneziano. Al secondo piano, infine, una video room presenta lavori che si confrontano con altri aspetti del rapporto fra tecnologia, vita e arte. Complessivamente, la mostra non è strutturata secondo un percorso rigidamente costruito in cui avanzare una riflessione univoca attorno al concetto di Protocol Art, ma come un banco di prova in cui le molteplici possibilità di questi “protocolli” si sviluppano in parallelo e le differenze, formali o concettuali, tra le opere non intaccano il senso di unità della mostra, dovuto all’atmosfera essenzialmente coerente che l’attraversa.
IL CONCETTO DI PROTOCOL ART
Fil rouge dell’esposizione è, infatti, il concetto stesso di Protocol Art, di cui le opere esposte sono possibili declinazioni. Sebbene lo spostamento dell’attenzione dall’oggetto d’arte in quanto tale ai processi produttivi e culturali che vi sono attorno sia una riflessione storicamente già sviluppata, la portata innovativa dell’idea di Protocol Art è nella natura squisitamente contemporanea delle opere, che possono esistere solo grazie alle possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico attuale e, in particolar modo, grazie all’impiego di forme d’intelligenza artificiale il cui uso è accettato come pratica e realtà ormai sedimentata. La Protocol Art si configura, quindi, come una forma organica e coerente di sviluppo del rapporto tra arte, tecnologia e cultura digitale nel mondo contemporaneo, mettendo in luce i processi che potrebbero caratterizzare in modo sempre più marcato il discorso culturale.

PROTOCOL ART E CURATELA
Se, nel 1993, un giovane Hans Ulrich Obrist iniziò il progetto do it raccogliendo da alcuni dei più grandi artisti dell’epoca le istruzioni per dare forma a opere d’arte – consapevole che queste non sarebbero potute divenire facilmente tali – a distanza di più di trent’anni, Strange Rules mette in mostra quei processi che, per via dello sviluppo tecnologico, possono finalmente consentire a delle semplici istruzioni di farsi opera d’arte. In questo contesto, il curatore assume una fondamentale funzione di mediazione tra gli ambiti eterogenei toccati dalla Protocol Art, individuandone le potenzialità estetiche e approfondendone le diverse declinazioni. Parallelamente, il suo ruolo si rivela centrale nella lettura critica delle trasformazioni della cultura contemporanea e nel tentativo di valutare le molteplici prospettive aperte dall’evoluzione tecnologica, cercando di far emergere quelle “regole anomale” che la caratterizzano.
Elia Castello








