Fino al 18 luglio 2026 la Galleria Tommaso Calabro di Venezia presenta “See You”, mostra che indaga il ritratto come dispositivo di scoperta dell’altro e di esplorazione della propria identità. Attraverso una quadreria di volti e sguardi, l’esposizione pone in dialogo ritratti di epoche e linguaggi pittorici differenti, riflettendo sulla capacità dell’immagine di evocare l’assenza e di rendere visibile l’invisibile.
Sguardi. Sguardi che ci osservano, ci interrogano, curiosi. Occhi persi nel vuoto, che guardano un orizzonte lontano. Altri sono assorti nei loro pensieri, sembrano ignorarci. Fingono, sanno che siamo lì. Una ragazza ci volta le spalle, ma non distoglie lo sguardo, ci scruta, vuole sapere chi la sta guardando. Una signora sembra mettersi in posa, cattura la nostra attenzione. Nel frattempo, la sua vicina, visibilmente a disagio nel posare, sembra giudicare la donna, chiedendosi come possa essere felice di tale condizione. Di fronte a loro un uomo, incapace di trattenere le proprie emozioni, appare sull’orlo di una crisi di pianto, mentre il ragazzo accanto a lui ha gli occhi sbarrati, spaventati. Chissà cosa sta guardando. Cosa lo intimorisce così tanto? Forse la nostra presenza? Entrando nella Galleria Tommaso Calabro a Venezia, fino al 18 luglio 2026, ci accolgono decine di ritratti: giovani, anziani, dogi, sultani, santi, personaggi fantastici, gatti e creature immaginarie. Stanno tutti lì, appesi alle pareti. Abitano con naturalezza le loro tele, affacciandosi dalle cornici in attesa che il nostro sguardo incroci il loro, desiderosi di raccontare le proprie storie e di svelare le loro identità. In dialogo con l’esposizione veneziana di dipinti, la sede milanese della galleria propone, fino al 27 giugno 2026, un altrettanto significativo nucleo di ritratti realizzati su carta.
I personaggi ritratti sono veramente lì con noi? Chi stiamo osservando in realtà? Delle persone? Oppure soltanto la loro immagine? Per capirlo è necessario risalire alla funzione primaria del ritratto, partendo proprio dall’origine etimologica del termine: “ritratto” deriva dal latino trahere, che significa “trarre da, far uscire”. Il ritratto nasce per soddisfare una specifica esigenza umana, ovvero estrarre da un soggetto la sua immagine, rendere presente un’assenza, evocando qui e ora un originale appartenente a un altro tempo e a un altro luogo. Questo genere di rappresentazione è strettamente legato alla morte e al rituale funebre. Presso l’antica aristocrazia romana era diffuso lo ius imaginum, il diritto di far realizzare dei ritratti realistici in cera dei volti degli antenati illustri, portati in corteo durante la celebrazione dei funerali, talvolta indossati da individui simili al defunto per corporatura, con l’intenzione di sostituire la persona venuta a mancare con la sua immagine. Il ritratto, quindi, è la risposta visiva all’incapacità dell’essere umano di accettare la perdita di un proprio caro. Risulta interessante come per gli antichi romani le imagines non indicassero delle immagini qualsiasi, bensì questo specifico genere di ritrattistica. Pertanto, la morte rappresenta una delle motivazioni principali che si celano dietro il desiderio antropologico di produrre immagini, in quanto necessità di rispondere all’assenza del corpo in carne e ossa attraverso una sua presentificazione in immagine.

IL RITRATTO IN MOSTRA A VENEZIA
Per tutta l’età moderna il ritratto continua a essere uno strumento di memoria, con l’obiettivo di perpetuare l’identità del soggetto rappresentato nel tempo. Il ritratto rinascimentale e barocco, per quanto sviluppi una crescente attenzione alla dimensione emotiva, ricerca ancora una mimesis, una rappresentazione il più possibile fedele al dato reale. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, gli studi di fisiognomica di Cesare Lombroso – nei quali l’antropologo criminale sosteneva che da specifiche caratteristiche fisiche si potessero desumere delle predisposizioni interiori – e la pubblicazione nel 1900 dell’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud segnano per sempre il destino del ritratto, il quale diventa ora la rappresentazione visiva di un mondo interiore, attraversato da forze mai pienamente domabili e comprensibili. La drammatica scomposizione della figura umana elaborata nell’ambito delle Avanguardie Storiche è sintomo dell’angosciante incertezza nella comprensione della propria identità da parte dell’uomo contemporaneo. L’individuo non riesce più a riconoscersi nella ritrattistica classica, ma è costretto a reinventare la propria immagine. Nel XX secolo la raffigurazione dell’essere umano è investita da un complesso fenomeno di sperimentazione linguistica, determinato dall’esigenza di esprimere attraverso il volto e il corpo della persona l’indefinibile universo inconscio che ne percorre l’interiorità. Il ritratto diviene a tutti gli effetti una finestra aperta sull’anima nelle indagini condotte dal Surrealismo, in particolare nella produzione di Leonor Fini e Stanislao Lepri, già protagonisti di passate esposizioni monografiche nella Galleria Tommaso Calabro – tra le più recenti, la doppia personale dedicata alla coppia di artisti e amanti ospitata nella sede veneziana nel 2025. Nel Ritratto di Léon Delafosse (1935-1940) Leonor Fini concepisce la figura umana come uno spazio di metamorfosi, in cui l’individuo non si offre in modo univoco all’osservatore, bensì presenta una misteriosa ambiguità. I personaggi da lei ritratti, seppur realizzati attraverso una raffinata precisione tecnica debitrice alla pittura rinascimentale, scardinano le convenzioni della rappresentazione, sfidando le tradizionali pose e simbologie associate al genere di appartenenza del soggetto. In questo modo, il ritratto diventa una riflessione sull’identità, trasformando ogni volto in una testimonianza archetipica della fluidità della condizione umana. Il compagno Stanislao Lepri – presente in mostra con una cospicua selezione di opere quali Le prestidigitateur (1942), L’Homme au visage craquelé (1953), L’Homme à la chemise rouge (1955), Il pedagogo (1968) e Le Créateur des anges (1969) – sviluppa un linguaggio più fantastico e inquieto, popolato da creature ibride, in cui il confine tra umano, animale e fantastico si dissolve. I suoi personaggi abitano un teatro dell’immaginario, si fanno espressione di un colto e ironico disagio universale, in cui l’assurdo sembra essere la condizione ultima dell’esistenza.
Sebbene già nella prima metà del XX secolo la centralità della figura umana fosse stata messa in discussione, è soprattutto a partire dal secondo dopoguerra che il ritratto cessa di coincidere necessariamente con la rappresentazione del volto e del corpo, aprendosi a ricerche concettuali, processuali e linguistiche volte a indagare il tema dell’identità. In un ritratto è ora fondamentale rendere visibile l’invisibile. Nel Ritratto di filosofo (1971) di Vincenzo Agnetti non vi è più alcuna immagine da riconoscere: il soggetto diventa un’assenza e viene sostituito interamente dal linguaggio. L’identità è affidata a un sistema di segni e parole che invita lo spettatore a riflettere sulla natura stessa della rappresentazione. Nei suoi ritratti il volto scompare del tutto, lasciando il posto all’invisibile. Ciononostante, nel processo di ridefinizione del ritratto contemporaneo, la figura umana non è venuta meno in modo definitivo, ma ha semplicemente assunto nuove valenze formali.
Negli anni Ottanta e Novanta il volto umano continua a interrogare gli artisti. Emblematico è il caso di Alex Katz, autore di una ricerca pittorica piuttosto singolare. L’artista non abbandona mai la figurazione, ma la priva degli elementi tradizionalmente associati alla profondità psicologica del ritratto. Il volto di Ann (1982) è talmente essenziale nella stesura del colore da sfiorare l’astrazione. Per Katz il ritratto non è uno strumento di indagine dell’interiorità, ma il tentativo di restituire la presenza dell’altro nella sua quotidiana evidenza visiva. In Viso (1991) di Gino De Dominicis il ritratto si spinge ancora oltre, fino a mettere in discussione la possibilità stessa di conoscere l’identità altrui. Il volto, ridotto a pochi tratti essenziali e privo di ogni caratterizzazione psicologica, rinuncia a identificarsi in un individuo specifico per configurarsi come un’immagine universale, una presenza che resiste a ogni tentativo di definizione. L’artista è interessato a ciò che sfugge alla rappresentazione: l’enigma dell’esistenza umana, ciò che solitamente non appare visibile allo sguardo.
Nelle ricerche degli artisti contemporanei il ritratto si ritrova spesso a fare i conti con i precedenti iconografici della storia dell’arte. Francesco Vezzoli riprende celebri modelli antichi e rinascimentali, appropriandosi di immagini già esistenti, talvolta alterandone provocatoriamente il significato. In Casa Iolas (Be my guest) e Iolas the Great – opere realizzate nel 2020 dall’artista in occasione della mostra Casa Iolas. Citofonare Vezzoli per la sede milanese della Galleria Tommaso Calabro – Vezzoli umanizza il volto eroico e iconico introducendo degli elementi di ambiguità e straniamento. In questo modo, le immagini idealizzate e senza tempo create dei grandi maestri del passato vengono catapultate inesorabilmente nella precarietà del presente, attraversate da una vulnerabilità inattesa. Anche nell’Autoritratto o “Allegoria della pittura” (2026) e Ritratto d’uomo (2026) di Andrea Loi il passato torna a essere un repertorio iconografico da riattivare attraverso un atteggiamento apertamente ironico. Le sue opere nascono infatti da una continua sovrapposizione di riferimenti visivi e stratificazioni. Il ritratto cessa così di essere il luogo di un’identità unitaria per diventare uno spazio di travestimento e di messa in scena. Il volto che ricorre ossessivamente nelle sue tele è sempre lo stesso, eppure non coincide mai pienamente con se stesso: è insieme autoritratto, citazione e personaggio. In Interlude (2026) e Room with a view (2026) di Cecilia Cocco il volto diventa luogo di sospensione, di attesa. Le sue figure, talvolta frammentarie, sembrano abitare un tempo intermedio: una pausa, un intervallo, un momento in cui qualcosa è appena accaduto o sta per accadere, senza mai rivelarsi compiutamente. Il ritratto non restituisce un’identità definita, ma costruisce una presenza enigmatica, nella quale il visibile allude costantemente a una verità sfuggente.

LA MOSTRA NELLA GALLERIA TOMMASO CALABRO A VENEZIA
Il dialogo tra antico e contemporaneo investe il progetto espositivo nel suo complesso. Attraverso una disposizione satura ed eterogenea di dipinti, l’allestimento richiama il modello delle quadrerie seicentesche e dei Salon parigini del XIX secolo, riproponendone il principio di accostamento e confronto, ma liberandolo da ogni intento enciclopedico per trasformarlo in uno spazio di continue risignificazioni. Le pareti presentano composizioni intertestuali di immagini differenti, talora appartenenti a epoche distanti tra loro, in cui la confusione è soltanto apparente, poiché in realtà vi è dietro un sottile montaggio di combinazioni e rimandi. Il risultato è una galleria di sguardi che strizza l’occhio all’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg, una raccolta visuale di immagini disposte su delle tavole nere mediante una pratica dialettica volta a disegnare una rete di parentele formali e semantiche, analogie e differenze che mettono in luce le discontinuità temporali – salti, passaggi, intervalli, ritorni – della storia delle arti visive. Allo stesso tempo questa antologia di ritratti richiama il Musée imaginaire di André Malraux, un luogo mentale, personale, un archivio privato «che ciascuno “porta dietro le palpebre”, il luogo in cui le opere manifestano pienamente la loro capacità di provocare veri e propri atti d’amore, giacché sono loro a sceglierci, più di quanto non siamo noi a scegliere loro» (A. Malraux, Le Musée Imaginaire [1947], Gallimard, Paris 1965, p. 247).
La mostra See You è l’epilogo di una ricca programmazione di esposizioni e iniziative che hanno attraversato nel corso degli ultimi anni gli spazi espositivi della Galleria Tommaso Calabro. Tuttavia, non esprime un addio definitivo, ma un “arrivederci”, “a presto”. Un’esposizione di ritratti che finisce per essere essa stessa il ritratto della storia della galleria, delle sue mostre, degli artisti emergenti conosciuti e valorizzati da Calabro attraverso progetti monografici e collettivi, di tendenze dell’arte italiana del XX secolo in passato poco studiate e riscoperte di recente anche grazie al contributo delle ricerche della galleria, come alcuni protagonisti dell’arte fantastica italiana. Una mostra che racconta una geografia di storie, persone e identità. Tra osservatore e soggetto ritratto viene a crearsi un’affinità quasi epidermica, una connessione psicologica. Una quadreria di sguardi che si fa esperienza ambientale, che invita il visitatore ad attraversarla, a entrare metaforicamente nell’universo delle immagini. Di fronte al ritratto l’individuo viene trascinato in una conversazione, non tanto con il personaggio rappresentato, bensì con se stesso, come se si trovasse davanti a uno specchio. Cosa cerchiamo negli occhi degli altri se non quella verità invisibile che ci accomuna? Nei volti altrui vogliamo comprendere meglio noi stessi. Questo è il senso dello sguardo: andare oltre l’alterità per cogliere la nostra identità. Dinanzi al ritratto partecipiamo a un’analisi introspettiva che va oltre la percezione visiva. Osserviamo nell’istante stesso in cui siamo a nostra volta guardati, interrogandoci sulla natura dell’esistenza umana, consapevoli dell’impossibilità di ottenere una risposta.
Alessandro Cerchier








