Quest’anno l’Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart festeggia il suo trentesimo anniversario. Per l’occasione, il museo propone un programma che intreccia sguardo retrospettivo, ricerca e collaborazione. Al primo piano dell’ala est dell’ex stazione ferroviaria è allestita la mostra collettiva “[ materialistin ]. Matter of Care, Care of Matter”, a cura del co-direttore del museo Sam Bardaouil. Aperta dai primi di luglio e visitabile fino al 14 marzo 2027, la mostra riunisce otto artiste attive a Lipsia – Laura Eckert, Enne Haehnle, Elisabeth Howey, Lucy König, Agnes Lammert, Wibke Rahn, Theresa Rothe e Sophie Uchman – che danno vita all’omonimo collettivo, unite da una pratica comune: la scultura.
![Group photo of the materialistin team. © [materialistin] / Kay Zimmermann](https://cplusc.xyz/wp-content/uploads/2026/09/14.jpg?w=1024)
A Lipsia, otto artiste attive nel campo della scultura danno vita al collettivo [ materialistin ]; la mostra Matter of Care, Care of Matter, curata da Sam Bardaouil all’Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart di Berlino, ne presenta le opere, dalle sculture alle installazioni site-specific, offrendo uno sguardo sul panorama scultoreo contemporaneo della città e sulle nuove forme di comunità e collaborazione artistica. Varcato l’ingresso, ci si ritrova in una sala dalle pareti grigio-azzurre e dalla luce soffusa, dove le opere delle otto artiste sembrano percepire la presenza l’una dell’altra, ciascuna occupando il proprio spazio pur restando porosa verso ciò che la circonda. Più che una sintesi, è una soglia che lascia intuire la pluralità di gesti ancora da scoprire. Poi lo spazio si dispiega: la sala principale ospita le opere di ciascuna artista singolarmente. Le prime a catturare l’attenzione sono le sculture di Laura Eckert, con i suoi intriganti busti in pietra e legno, disposti su una mensola metallica quasi in ordine seriale, interrotto da variazioni di dimensione e orientamento. Non è un percorso a guidare il visitatore, sono le opere stesse a rivolgergli un invito. Nonostante questa suddivisione in singole presentazioni, esse restano in sintonia l’una con l’altra, e dai lavori di Laura Eckert si intravedono già, in lontananza, quelli di Theresa Rothe. A prima vista, questo formato sorprende: non ci si aspetta necessariamente, da una mostra collettiva, la creazione di spazi distinti in cui le connessioni siano lasciate all’intuizione piuttosto che essere affermate in modo esplicito. Eppure è proprio questa la scelta che caratterizza la proposta del gruppo: un modo diverso di costituire un collettivo. Anziché presentare un discorso condiviso, [ materialistin ] concede a ciascun artista il suo spazio espositivo, ed è proprio qui, nei margini e negli sguardi che si incrociano da uno spazio all’altro, che risiede il vero gesto collettivo. Sam Bardaouil delinea questa intenzione nel catalogo della mostra: “Il collettivo non dissolve la creatività individuale in un’identità estetica unificata. Piuttosto, crea un quadro di riferimento all’interno del quale le singole pratiche rimangono leggibili pur entrando in processi di scambio, sovrapposizione e sostegno reciproco”. Il loro incontro si svolge in modo diverso qui, nella vita come nella mostra.

COLLETTIVITÀ AUTORIALITÀ: LA PRATICA DI [ MATERIALISTIN ]
Nato nel 2019 su iniziativa di Wibke Rahn, [ materialistin ] si è costituito in risposta alle pressioni fisiche, economiche e logistiche che la scultura, come mezzo espressivo, impone alle artiste donne. Composto da artiste tutte nate tra il 1960 e il 1990 in Germania, il collettivo si presenta come un gruppo intergenerazionale e non gerarchico, che coltiva al proprio interno una stabilità capace di garantire lo scambio e la solidarietà necessari a generare e a far evolvere le rispettive pratiche. Il collettivo si sviluppa così attraverso otto voci distinte, tenute insieme dagli stessi vincoli di gesto e materia, dove l’autorialità cessa di appartenere unicamente alla figura dell’artista e diventa una funzione distribuita, condivisa tra corpo, strumento e materiale. Qui la produzione collettiva non è soltanto una scelta politica: è una necessità materiale. Un collettivo femminista di natura singolare, dunque, che non si dichiara ma si pratica: “Il collettivo non definisce il femminismo come una dichiarazione programmatica. Il femminismo emerge piuttosto come metodo: come la capacità di mantenere condizioni condivise di produzione al di là del tempo, dei vincoli materiali e dell’instabilità istituzionale”, scrive il curatore.

LA MOSTRA ALL’HAMBURGER BAHNHOF
La mostra invita a incontrare queste variazioni. Nel lavoro di Sophie Uchman la ceramica non è mai del tutto stabilizzata: l’artista piega, torce e rimodella la materia. Presentati in coppia, i suoi interventi sono realizzati in argilla cotta e non smaltata, e conservano le tracce del processo di modellazione fino al punto esatto in cui rischiano di collassare sotto il proprio peso, come se ogni coppia mettesse alla prova la stessa ipotesi ignota. Laura Eckert, al contrario, non cerca l’istante fragile ma la lentezza geologica: nella sua opera Dialogue Piece, realizzata in marmo dell’Untersberg, un arto sembra emergere molto gradualmente dalla roccia, senza mai liberarsene del tutto. Nelle sue sculture riunisce inoltre più materiali, legno, gesso e cera, raffigurando forme in transizione, tra paesaggio, corpo e struttura organica. Altri due lavori interrogano la scomparsa della presenza umana attraverso la materia che le sopravvive. Lucy König costruisce arredi ibridi, a metà tra banco da lavoro e giardino, dove la vegetazione si riappropria di oggetti domestici mineralizzati. Con tale dispositivo, König suggerisce che qui si sia un tempo consumato un pasto, svolto un incontro, un evento sociale, senza che nessuno sia rimasto a testimoniarlo. Wibke Rahn scolpisce nel cemento la memoria di un cantiere, non per rappresentare un oggetto specifico, ma per conservare la traccia astratta di un gesto, di una costruzione o di una demolizione, come il negativo di un passaggio umano sul paesaggio e delle trasformazioni sociali e politiche che esso comporta.

Altre due artiste affrontano il tema del rifugio con mezzi molto diversi. Theresa Rothe crea mondi visivi sospesi tra sogno, grottesco e realtà. All’interno dello spazio espositivo costruisce un’opera site-specific, chiusa e scenografica, circondata da tende di plastica rossa, satura di materiali sintetici e di figure a metà tra il giocattolo e la creatura, al punto che non si sa più se si stia entrando in un rifugio o in una trappola. Al contrario, Agnes Lammert, con la sua sorprendente installazione Murmuration, sospende in aria un’architettura animale intessuta di filo d’acciaio e tessuto di fibra di cocco, che disegna, nella pura ripetizione delle sue cavità, l’idea stessa di un possibile rifugio.
Il gesto di Elisabeth Howey conserva la memoria di un allenamento corporeo: le sue forme in gesso, lana di legno e materiali di recupero, né vegetali né animali, trattengono i resti di un gesto spontaneo e coreografico che ha preceduto la loro realizzazione. Esse prolungano la pratica del butō, la danza giapponese della trasformazione che nutre questo corpo di opere sviluppato dall’artista a partire dal 2018. Enne Haehnle chiude la mostra con strutture in acciaio forgiato e filo di ferro ricotto nero, apparentemente disordinate, che seguono una logica testuale più che volumetrica, dove la linea prende il posto della massa. È un suo lavoro, un’insegna al neon nella prima sala, a dare il titolo alla mostra; qui, un secondo neon, my crying is older than me, chiude il cerchio, ricordando come la memoria e la persistenza del passato attraversino tutta la sua opera.

L’IMPORTANZA DELLA MATERIA
Il modo in cui questa mostra concepisce l’azione come distribuita trova un’eco nella nozione di materia vibrante elaborata dalla filosofa Jane Bennett, per la quale ogni capacità d’azione nasce da configurazioni ad hoc di forze umane e non umane. Nel lavoro di [ materialistin ], questa idea si sposta verso la cura: prendersi cura della materia significa prendersi cura l’una dell’altra. La materia diventa qui una collaboratrice, una condizione più che un semplice mezzo. La scultura esige attenzione e cura nel processo stesso della sua realizzazione: nel tempo che richiede, negli errori che comporta, nella ripetizione che impone. La mostra si presenta così come un laboratorio di forme che rispecchia anche le dinamiche interne del collettivo: uno spazio quasi pedagogico in cui lo scambio e il riconoscimento reciproco sono centrali e dove il sostegno è il principio fondante. È quella che Sam Bardaouil definisce una condizione di “sopravvivenza”, intesa non in senso biologico, ma come mantenimento attivo delle condizioni stesse del lavoro.
Héloïse Robinot
3 luglio 2026 – 14 marzo 2027
[ materialistin ]. Matter of Care, Care of Matter
a cura di Sam Bardaouil
Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart
Invalidenstraße 50, Berlino
[ materialistin ] Matter of Care, Care of Matter
Il testo è stato tradotto in italiano usando l’IA








