A Manifesta 16 nella Ruhr dodici chiese accolgono l’arte contemporanea

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Fino al 4 ottobre 2026, Manifesta 16 trasforma dodici chiese del secondo dopoguerra della Ruhr ‒ tra Gelsenkirchen, Bochum, Essen e Duisburg ‒ in sedi della sua sedicesima edizione, accompagnata dall’emblematico titolo “This is not a church”. Il progetto affronta la crisi degli edifici religiosi in Germania, reinterpretando i singoli spazi ecclesiastici come infrastrutture per la comunità attraverso il lavoro di oltre cento tra artisti e curatori. Ma che cosa significa allestire una mostra in uno spazio così caratterizzato? E quali dinamiche si instaurano all’interno di un gruppo composito di curatori? Abbiamo provato a dare risposta a queste domande.

Installation view of FailAgainFailBetter (2026) by Cabosanroque Collective. Photo: Rainer Schlautmann / Manifesta 16 Ruhr
FailAgainFailBetter, 2026 © Cabosanroque Collective. Photo © Manifesta 16 Ruhr/ Rainer Schlautmann

Manifesta 16, in programma dal 21 giugno al 4 ottobre 2026, sceglie per la sedicesima edizione l’area della Ruhr, regione industriale tedesca segnata da decenni di spopolamento e mancata riconversione economica. Considerata la biennale nomade d’arte contemporanea, Manifesta non ha una sede fissa e cambia città ogni due anni, scegliendo territori in trasformazione, ai margini dei circuiti consolidati e si fonda su un processo di ricerca che coinvolge artisti, curatori, architetti, urbanisti e comunità locali. In questo contesto si inserisce la scelta delle chiese come spazio espositivo: in Germania, infatti, quasi la metà degli edifici religiosi esistenti chiuderà, sarà venduta o demolita entro il prossimo decennio (fonte: This is not a church. Urban Vision, Verlag Kettler ‒ Manifesta, 2026). Dodici chiese del secondo dopoguerra, distribuite in quattro città della regione, diventano così le sedi della biennale, nella cornice curatoriale This is not a church, sotto la guida di otto Creative Mediator organizzati in coppie generazionali: René Block e Leonie Herweg, curatori a St. Gertrud, a Essen, Gürsoy Doğtaş, curatore presso la Thomaskirche a Gelsenkirchen, Michael Kurtz e Henry Meyric Hughes, curatori alla Kulturkirche Liebfrauen di Duisburg e alla Markuskirche di Essen, e Anda Rottenberg e Krzysztof Kościuczuk, curatori presso Christ-König e St. Anna a Bochum, coordinati dal First Creative Mediator Josep Bohigas, che firma anche il progetto curatoriale per St. Josef a Gelsenkirchen.

Installation view of kein Geläut (2026) by Marina Naprushkina. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
kein Geläut, 2026 © Marina Naprushkina. Photo © Manifesta 16 Ruhr / Ivan Erofeev

IL PROGETTO E LA RICERCA DI MANIFESTA 16

La scelta della tematica di questa edizione nasce da uno studio del territorio a livello urbanistico in collaborazione con Josep Bohigas, First Creative Mediator dell’edizione. Sono state studiate quelle che in tedesco vengono definite Pantoffelkirchen (fonte: Manifesta 16 Ruhr, Monopol, 2026), letteralmente “chiese-pantofola”: edifici costruiti nel dopoguerra abbastanza vicini alle case da poterci arrivare in pantofole. Oltre mille di queste chiese furono erette nella Ruhr nei venticinque anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, diventando un segno di rinascita della comunità (fonte: This is not a church. Urban Vision, Verlag Kettler ‒ Manifesta, 2026). Per questa edizione di Manifesta, tuttavia, le chiese si fanno strumento curatoriale, non come semplici spazi vuoti da riattivare, ma in qualità di architetture testimoni di un processo di trasformazione e ricostruzione. Dietro questa scelta c’è un anno di lavoro di ricerca sul campo: centinaia di edifici visitati e mappati in tutta la regione, consultazioni cittadine e workshop pensati per comprendere i reali bisogni dei quartieri. Il caso più emblematico degli intensi processi di mutamento economico, politico e sociale che hanno interessato la regione della Ruhr è Gelsenkirchen, una delle città più ricche dell’area nel 1865, oggi una delle più povere, con un tessuto urbano che Hedwig Fijen paragona a Los Angeles per via della cultura dell’automobile, dei centri commerciali, e dei pochissimi spazi pubblici rimasti dove le persone possano ancora incontrarsi (fonte: Manifesta 16 Ruhr, Monopol, 2026). È emersa, di conseguenza, la necessità di spazi accessibili per la comunità, che possano essere utilizzati come mete di ritrovo, centri culturali e luoghi per la collettività. Questo processo ha portato alla selezione di dodici chiese tra Essen, Bochum, Gelsenkirchen e Duisburg in qualità di sedi espositive affiancate anche da scuole d’arte, laboratori tessili e sale concerto a completare il progetto culturale. Le dodici chiese, tuttavia, non compongono un insieme uniforme: la maggior parte appartiene al modernismo religioso del secondo dopoguerra, con una grande varietà architettonica che spazia dalla struttura d’emergenza, pensata per una comunità sfollata, alla chiesa nata come convento e già precedentemente riconvertita, fino a edifici a pianta triangolare e con la dichiarata eccezione della chiesa di St. Josef a Gelsenkirchen, un edificio neogotico di fine Ottocento. Le storie e le identità architettoniche di ciascuna di esse si fanno, quindi, punto di partenza per Manifesta 16 che, senza voler ridurre la narrazione e la scelta curatoriale dello spazio al concetto di “riuso del sacro”, non designa il patrimonio dismesso come categoria generale, ma ne isola una tipologia specifica e la trasforma nell’intero impianto della biennale.

Installation view of Ouranophobia 47051 (2026) by Abbas Zahedi. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
Ouranophobia 47051, 2026 © Abbas Zahedi. Photo © Manifesta 16 Ruhr / Ivan Erofeev

GLI INTERVENTI ARTISTICI A MANIFESTA 16

Il tema di questa edizione, This is not a church, ha concesso ad artisti e curatori partecipanti una notevole libertà nella selezione delle opere e degli approcci nonché nella loro collocazione all’interno dello spazio espositivo, aprendo la strada a una molteplicità di soluzioni che spaziano dalla pittura alla scultura, passando per l’incisione, la fotografia, il video, l’installazione site-specific e vere e proprie situazioni partecipative. Specchio di questa grande libertà è la varietà di tematiche affrontate nelle molte sedi espositive, dove si va dalla rilettura della storia locale della Ruhr e del complesso di tradizioni popolari che la caratterizzano alle questioni migratorie, alle molteplici reinterpretazioni contemporanee del sacro, fino a narrazioni squisitamente politiche, sociali o legate a tematiche queer. La stessa compagine di artisti è molto vasta: sono ben 107, tra personalità radicate sul territorio tedesco e profili di artisti, collettivi e studi di comprovata esperienza internazionale – fra cui Jason Dodge, SUPERFLEX, Eva Koťátková, Katarzyna Kozyra, Luc Tuymans, e Mona Hatoum. Come conseguenza delle molteplici e costanti negoziazioni con gli spazi e con l’ampia gamma di idee e sensibilità coinvolte, le dodici sedi espositive offrono percorsi dagli esiti sensibilmente differenti. Nel complesso, le operazioni meglio riuscite sono quelle capaci di reinterpretare gli ambienti, muovendo da un’idea chiara di rilettura dello spazio e creando un’atmosfera coerente. La Kulturkirche Liebfrauen di Duisburg, ad esempio, con la curatela di Michael Kurtz e Henry Meyric Hughes, ospita una serie di interventi artistici che reimmaginano lo spazio della ex chiesa grazie a installazioni realizzate con materiali di recupero – pezzi di organi dismessi e vecchie finestre della stazione di Duisburg – ed elementi luminosi, ispirati alle lanterne della tradizione popolare, con un evidente richiamo alle geometrie moderniste dalle forme nette e marcate e dal grande impatto visivo. Il tutto è stato completato da interventi di video arte volti a indagare la storia di edifici ecclesiastici. Nella chiesa di St. Josef a Gelsenkirchen, la curatela di Josep Bohigas, rilegge lo spazio della navata centrale con una grande membrana azzurra disegnata da Penique Productions e accompagnata da una distesa di sabbia sul pavimento, così da provocare una sensazione profonda di straniamento nello spettatore, invitato in questo modo a confrontarsi con gli spazi e gli elementi costitutivi tipici di un ambiente sacro in maniera inaspettata.

Installation view of Möglich Unvorhersehbar (2026) by Penique Productions / Sergi Arbusà. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
Möglich Unvorhersehbar, 2026 © Penique Productions/Sergi Arbusà. Photo © Manifesta 16 Ruhr / Ivan Erofeev

A Essen, nella chiesa di St. Marien, l’intervento curatoriale di René Block e Leonie Herweg sfrutta l’atmosfera soffusa per sviluppare una riflessione sui temi dell’abbandono e della trascuratezza, esplicitata dagli interventi di Jarosław Kozłowski, che ha dato vita a un agglomerato di sculture sfruttando il mobilio della chiesa, e di Jason Dodge, che si è appropriato dello spazio ricoprendo il pavimento di materiali poveri e scartati. Ulteriormente sviluppata dal lavoro di altri nove artisti, la riflessione curatoriale alla base di questi lavori evoca la natura dell’edificio, sospesa tra il proprio passato e un futuro incerto per lo spazio stesso e per la sua comunità. Nella Markuskirche, dove la curatela è firmata da Michael Kurtz e Henry Meyric Hughes, l’ambiente sacro viene immaginato secondo la metafora di una nave: al centro si erge un grande cubo di legno di Augustas Serapinas, realizzato con le panche della chiesa stessa. Salendo su di esso e avvicinandosi al soffitto, si percepisce in maniera migliore l’installazione sonora di Lilli Lake ispirata agli scricchiolii del legno delle navi. Infine la scultura di Sara Bichão, composta a propria volta da materiali di recupero e di chiara ispirazione marina, sovrasta le sedute della chiesa, completando una ridefinizione dello spazio all’insegna di un minimalismo sobrio e ponderato.

Installation view of Pew Tower (2026) by Augustas Serapinas. Photo: Rainer Schlautmann / Manifesta 16 Ruhr
Pew Tower, 2026 © Augustas Serapinas. Photo © Manifesta 16 Ruhr / Rainer Schlautmann

L’APPROCCIO CURATORIALE DI MANIFESTA 16

In linea con una distribuzione territorialmente diffusa dell’esposizione e con il grande margine di libertà offerto dalle tematiche di questa edizione, anche l’approccio curatoriale di Manifesta 16 presenta alcune peculiarità significative. Innanzitutto, è stata coinvolta una compagine curatoriale composta da ben otto curatori: Josep Bohigas, Gürsoy Doğtaş e tre coppie intergenerazionali che comprendono Michael Kurtz e Henry Meyric Hughes, René Block e Leonie Herweg, Krzystof Kosciuczuk e Anda Rottenberg. Buona parte delle esposizioni allestite nelle singole chiese, infatti, è stata curata da una coppia composta da un curatore più giovane e da uno di maggiore esperienza, valorizzando così un approccio fondato sulla diversità generazionale e sull’evoluzione delle pratiche curatoriali, arrivando a coinvolgere, appunto, ben otto curatori. La conformazione stessa degli edifici, inoltre, ha influenzato in maniera decisiva le soluzioni curatoriali e allestitive: in alcuni casi si è scelto di intervenire direttamente sull’architettura, modificando e reinterpretando radicalmente lo spazio e sfruttandone gli elementi costitutivi; in altri, invece, si è privilegiato un approccio necessariamente più rispettoso dell’assetto preesistente, ricorrendo a soluzioni capaci di inserirsi nell’ambiente senza causare sostanziali alterazioni alla sua struttura e percezione. La natura circoscritta degli spazi ecclesiastici, inoltre, ha consentito di sviluppare, all’interno di ciascuna chiesa, nuclei tematici più o meno autonomi, permettendo di affrontare questioni tra loro profondamente diverse. Questa edizione sembra dunque configurarsi come un banco di prova per vagliare le possibilità dell’arte di reimmaginare spazi e realtà urbane trascurati, in cui la curatela si fa pratica di coscienza critica, con lo scopo di fra dialogare l’arte contemporanea e le necessità di rinascita di una comunità locale segnata da complesse vicende storiche e sfide sociali. Dietro una tematica apparentemente marginale nella sensibilità contemporanea, quindi, la curatela, anche in virtù del grande lavoro di ricerca svolto, diviene una mediazione fondamentale per consentire a una realtà locale di promuovere un rinnovamento culturale servendosi dei linguaggi dell’arte contemporanea, cosicché le Pantoffelkirchen, la cui funzione è a oggi quanto mai discussa, possano tornare a essere un punto nevralgico per la vita sociale e intellettuale della collettività.

Elia Castello, Sara Collivasone


21 giugno ‒ 4 ottobre 2026
Manifesta 16 Ruhr: This is not a church 
a cura di René Block, Josep Bohigas, Gürsoy Doğtaş, Leonie Herweg, Krzystof Kosciuczuk, Michael Kurtz, Henry Meyric Hughes, Anda Rottenberg
https://manifesta16.org

  • Installation view of Möglich Unvorhersehbar (2026) by Penique Productions / Sergi Arbusà. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Möglich Unvorhersehbar (2026) by Penique Productions / Sergi Arbusà. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Möglich Unvorhersehbar (2026) by Penique Productions / Sergi Arbusà. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of a work by Jarosław Kozłowski. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Ohne Titel (2026) by Jason Dodge. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Pew Tower (2026) by Augustas Serapinas. Photo: Rainer Schlautmann / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Rhythm looks for two (2026) by Lilli Lake. Photo: Rainer Schlautmann / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Rhythm looks for two (2026) by Lilli Lake. Photo: Juri Löchte
  • Installation view of She has been here before, but when or how I cannot tell (2026) by Sara Bichão. Photo: Rainer Schlautmann / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of When Animals Fall From the Sky (2026) by Eva Koťátková, created with children from Bochum and Prague. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Ouranophobia 47051 (2026) by Abbas Zahedi. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of FailAgainFailBetter (2026) by Cabosanroque Collective. Photo: Rainer Schlautmann / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of kein Geläut (2026) by Marina Naprushkina. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Minaret / Konfektion (Minaret / Ready-to-Wear) (2007/2026) by Bettina Allamoda. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Untitled, n.d. by Fatma Ceylan. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Elevation (2026) by Nasan Tur. Photo: Rainer Schlautmann / Manifesta 16 Ruhr
  • Installation view of Variation on Godspeed in 4/4 (2026) by TimeWilliam Engelen. Photo: Ivan Erofeev / Manifesta 16 Ruhr