Sara Piccinini, direttrice della Collezione Maramotti, la cui storia è strettamente connessa a quella della casa di moda Max Mara, riflette sulla pratica curatoriale nell’ottica di un percorso di crescita basato su una visione creativa partecipativa, diffusa, collettiva.
Dopo aver trascorso quasi vent’anni presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia, la direttrice Sara Piccinini racconta la sua visione curatoriale: collettiva, diffusa e partecipativa. Partendo dal progetto Rehang e arrivando al Max Mara Art Prize for Women, Piccinini racconta la storia della Collezione, accennando ai progetti e alle collaborazioni imminenti. Nella “turbo-incertezza” odierna, la direttrice augura a se stessa un futuro pieno di “mondi inediti” e ai giovani curatori emergenti di andare oltre la “superficie molto volatile della vita digitale”.

Sono trascorsi quasi cinque anni dalla sua nomina a direttrice della Collezione Maramotti, dopo aver già ricoperto ruoli e responsabilità diverse all’interno dell’istituzione. Considerando il suo background legato alle scienze della comunicazione, alla semiotica e al marketing dell’arte, come ha trasformato queste esperienze formative nella sua visione creativa?
Ciò che mi ha aiutata a coltivare una visione coerente con il luogo che dirigo è stato principalmente il percorso professionale all’interno della Collezione, iniziato nel 2007: conoscerla a fondo, con tutte le sue peculiarità, è stato ed è ancora un dato imprescindibile. Naturalmente anche la comunicazione è stato un background utile, nella prospettiva della condivisione pubblica di un patrimonio artistico e con modalità in continua evoluzione, nel rispetto della filosofia che anima questa specifica realtà. La semiotica nutre in qualche modo il mio sguardo sul mondo, e anche sull’arte. L’opera aperta, la stratificazione dei livelli significanti, i simboli, i sistemi di segni complessi, le ricorrenze, la centralità del contesto e l’indugio sull’iconografia sono elementi e concetti che tendo istintivamente ad applicare a quegli affascinanti testi (visivi) che sono le opere d’arte. Di recente, questi spunti sono anche affiorati in maniera diretta nelle conversazioni con Alain Urrutia, l’artista che sta preparando la sua mostra in Collezione per l’autunno. Alain si occupa, quasi ossessivamente, di rappresentazione, immagini, memoria, Pathosformeln warburghiane: si sono create le basi per una tempesta perfetta di intrecci semantici.
Dal 2019, con il progetto Rehang, proponete un riallestimento periodico e continuo della collezione, integrando sia le nuove acquisizioni sia i progetti site-specific. Quali sono le caratteristiche e le finalità di questo approccio curatoriale “work in progress”?
Con Rehang abbiamo riallestito dieci sale sulle quaranta del percorso permanente, senza intaccarne la parte più storica, che include opere fondanti dell’arte italiana, europea e americana dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Questa operazione è nata dalla volontà di restituire il work in progress della Collezione, dando forma visibile e duratura alla sua crescita più recente. Abbiamo scelto di farlo riallestendo, con l’aiuto degli artisti stessi, dieci progetti temporanei dei primi dieci anni di apertura al pubblico. Questo è stato possibile grazie al fatto che, da tutte le mostre temporanee che presentiamo, un nucleo significativo di opere entra a far parte della raccolta, fondendo pratica espositiva e di acquisizione. Percorrendo le sale di Rehang, le ultime del percorso di visita, si possono cogliere le linee di sviluppo della Collezione nel presente: i principi che la seconda e attuale generazione della famiglia Maramotti ha scelto di seguire in continuità con la raccolta del padre – una grande attenzione al linguaggio pittorico e il desiderio di intercettare momenti innovativi nella ricerca artistica –, così come l’apertura a nuove forme espressive e un approccio strutturato nel supporto alla creazione.

LA COLLEZIONE MARAMOTTI A REGGIO EMILIA
Valorizzare la voce di ogni singolo artista e il modo in cui ciascuno si relaziona allo spazio è un aspetto importante della pratica curatoriale. Come definirebbe il suo approccio curatoriale nell’ambito della Collezione?
Una delle particolarità della Collezione è quella di non possedere internamente vere e proprie figure curatoriali, né di affidare la curatela dei progetti a professionisti esterni. Ciò che normalmente fa capo a un curatore, nel nostro caso circola tra vari soggetti: è decisamente e coscientemente sbilanciato sugli artisti stessi, che sono al centro di ogni fase, affiancati dai collezionisti, da me e da tutto il team della Collezione. La maggior parte della nostra attività espositiva è infatti costituita da inviti ad artisti emergenti o mid-career a concepire e realizzare un nuovo corpus di opere, un progetto ambizioso e di ampio respiro, che ponga le basi per un avanzamento significativo nel loro percorso.
Penso sia fondamentale quindi che vivano in prima persona il luogo, che abbiano un’esperienza diretta e tutte le informazioni utili sul contesto, sulla storia della Collezione e sulla sua identità. A seconda del progetto, l’esplorazione può non limitarsi alla Collezione, ma estendersi alla città di Reggio Emilia, o ad altri luoghi del nostro paese. Ma lasciamo agli artisti la libertà, che riflette anche un’assunzione di responsabilità, di ragionare non solo sul concept del progetto, ma anche su come preferiscono mostrare le proprie opere. Trattandosi di progetti nuovi e sfidanti, è necessario un tempo di lavoro non compresso – elemento prezioso, tanto più oggi, che può tradursi in svariati mesi o anni di realizzazione.
In un senso più ampio, rispetto a quella che potrebbe essere definita una pratica collettiva e diffusa “di cura”: i nostri progetti nascono da incontri con opere e artisti, spesso non programmati, e si nutrono di relazioni umane, di scambi di pensiero, di esperienze condivise, di aneddoti di cui alla fine anche la mostra stessa è, in diversi modi, informata – e che spesso proseguono oltre l’esposizione.
La Collezione Maramotti si trova in un ex edificio industriale legato al brand Max Mara e al suo storico rapporto con l’arte e il territorio. In che modo l’heritage aziendale influenza le scelte curatoriali e direttive?
Il centro dei due poli è la famiglia Maramotti, la stessa che ha iniziato la raccolta d’arte e fondato Max Mara, ma le scelte di programmazione, direzione e acquisizione per la Collezione sono assolutamente personali e slegate da logiche aziendali.
Max Mara ha una sua storia autonoma di collaborazioni e intrecci con il mondo dell’arte che risale agli anni Novanta, ma parallela al percorso collezionistico di Achille Maramotti – e oggi, dei suoi figli.
Ciò premesso, ci sono alcuni progetti specifici per cui la Collezione collabora con l’azienda, primo su tutti il Max Mara Art Prize for Women, nato nel 2005 per sostenere e valorizzare il talento di artiste emergenti – e in questo, specchio dei valori del brand nato con l’intento di contribuire all’emancipazione femminile nel Secondo Dopoguerra.
Nel 2022, l’artista Eva Jospin creava Microclima, la grande opera site-specific pensata per il flagship store di Max Mara a Milano. Il confine tra pratica artistica, branding, strategia comunicativa e marketing culturale è sempre più sfumato. Da comunicatrice, curatrice e ‒ al tempo ‒ neodirettrice, che ruolo ha avuto nel dar vita a un progetto in cui l’arte dialoga con il pubblico all’interno di uno spazio commerciale?
Questo progetto è parte di ciò che anticipavo sulle tangenze tra Max Mara e il mondo artistico. Quando nel 2019 l’azienda ha deciso di valorizzare uno spazio inutilizzato del flagship store milanese, la grande terrazza che affaccia su Piazza del Liberty, e di dedicarlo a un intervento d’arte permanente, è stato chiesto alla Collezione di coordinare la parte di selezione artistica e supportare insieme ai tecnici la messa a terra del progetto. Trattandosi di un’operazione importante e complessa, è stata scelta la strada del contest, con la definizione di linee guida da condividere con tre artisti invitati a partecipare. Tutti i progetti che sono giunti erano di grande impatto, ma è stato abbastanza immediato valutare l’affascinante proposta di Eva Jospin – la costruzione di un giardino d’inverno che racchiudesse un maestoso e delicato paesaggio roccioso in cartone – come la più ambiziosa, stimolante e coerente con l’idea di “effimero permanente”, di legame con l’esterno e mutevolezza ambientale che ci interessava valorizzare. Per diverso tempo dopo la presentazione di Microclima, è stata organizzata la presenza di mediatori nella “serra”, studenti dell’Accademia di Brera che potessero raccontare l’opera, e tutto il personale del negozio è formato anche per questo. Trovo che sia un progetto speciale: certamente rappresenta un valore aggiunto per la clientela dello store, ma poiché è fruibile anche dall’esterno è diventato un elemento che connota e arricchisce l’esperienza dello spazio pubblico in un punto nevralgico della città.

IL MAX MARA ART PRIZE FOR WOMEN
Giunto alla decima edizione, il Max Mara Art Prize for Women si apre a nuove realtà. Quest’anno è toccato a Dian Suci e al Museum MACAN di Giacarta, ma in futuro luoghi e interlocutori saranno diversi, anno dopo anno. Quali sono le ragioni di questa scelta?
Dopo vent’anni di magnifica collaborazione con Whitechapel Gallery, e un conseguente focus sulla scena artistica britannica, ci è sembrato opportuno rivedere la traiettoria geografica del Premio, per mantenere intatti, in un mondo estremamente mutato, i valori a partire dai quali era stato concepito: supportare artiste donne – e, dal 2019, che si identificano nel genere femminile – in una fase cruciale della loro carriera, offrendo loro l’opportunità di una lunga residenza in Italia, una mostra in due tappe, il tempo, lo spazio e le risorse per sviluppare e mostrare la loro arte. Possiamo affermare che il Max Mara Art Prize for Women, nel Regno Unito, abbia in qualche modo completato la sua missione, diventando trampolino di lancio di artiste ora molto affermate, da Laure Prouvost a Emma Talbot.
Intraprendere una rotta nomadica, che cambierà paese e istituzione partner per ogni edizione, ci consentirà di avere un maggiore impatto, di contaminare gli sguardi e di costruire ponti con scene artistiche emergenti e vitali, in cui le possibilità offerte dal Premio sono ancora più essenziali.
Come sarà strutturata la collaborazione con Cecilia Alemani, la neonominata curatrice del premio internazionale?
Cecilia Alemani, Direttrice e Curatrice Capo della High Line Art di New York, è la nuova fantastica curatrice del Premio e presidente della giuria – interamente composta da donne, che cambia per ogni edizione. Spetta a lei individuare e proporre i paesi e le istituzioni con cui intraprendere una collaborazione; formare, coordinare e presiedere la giuria; verificare che le artiste candidate abbiano i requisiti richiesti dal Premio; e, ovviamente, nominare la vincitrice. Cecilia segue poi gli sviluppi della residenza e della mostra conclusiva ed è la principale portavoce del Premio. Con la sua incredibile esperienza e la visione porosa e femminile incarnata nella Biennale di Venezia da lei curata nel 2022, è la persona perfetta per accompagnarci in questa nuova fase.
Ha trascorso quasi vent’anni presso la Collezione Maramotti: è cresciuta con l’istituzione mentre essa stessa cresceva e cresce. Come immagina il suo percorso negli anni a venire?
Ho l’attitudine a vivere nel presente, o al massimo nel prossimo futuro – attitudine probabilmente sostenuta anche dalla turbo-incertezza in cui viviamo. Credo di vedermi ancora nel ruolo in cui sono, in costante interrogazione e con tutti i suoi margini di evoluzione. Ciò che vorrei, per il futuro più esteso, è guardare indietro e poter intravvedere l’impronta di qualcosa che si è depositato sul percorso: un contributo alla libertà artistica e alla generazione di senso, la traccia di deviazioni immaginifiche e il profilo di mondi inediti, costruiti all’orizzonte.
Insieme alla Collezione Maramotti, lei ha costruito un progetto curatoriale meditato e duraturo. Quale consiglio darebbe alle giovani curatrici e ai giovani curatori che fanno i conti con un’epoca segnata dalla precarietà e da ritmi sempre più veloci?
Suggerirei loro di mettersi in gioco seriamente, di trovare ancoraggi concettuali e sentimentali che possano difendere, e di andare a fondo, ricercando oltre la superficie molto volatile della vita digitale.
Vittoria Colagiovanni















