Da più di vent’anni Antonio Frugis è impegnato nello studio e nella valorizzazione dell’opera di Pino Pascali. Questa intervista approfondisce il lavoro della Fondazione con sede a Polignano a Mare attorno a un artista che, a sessant’anni dalla sua scomparsa, continua a sfuggire alle definizioni e a interrogare il presente.
In Puglia, a Polignano a Mare, ormai dal 2010 si affaccia sulla costa Adriatica la Fondazione Pino Pascali, che omaggia e rende viva la memoria dell’omonimo artista. Pino Pascali (Bari, 1935 ‒ Roma, 1968) ha attraversato come una meteora la scena dell’arte contemporanea degli anni Sessanta, imponendosi in pochissimo tempo come uno dei più importanti esponenti della creatività italiana nel mondo e distinguendosi per il suo eclettismo e per una pratica che non rimane confinata in una collocazione storica precisa ma risulta attuale e proiettata verso il futuro. Un atteggiamento, questo, che rende la produzione di Pascali sempre meritevole di studio e fonte d’ispirazione. In questo articolo abbiamo analizzato il lavoro della Fondazione; il suo ruolo nel rapporto con le istituzioni e i curatori internazionali che indagano l’opera di Pascali; abbiamo approfondito alcuni risvolti teorici e pratici della gestione della sua legacy e ci siamo soffermati sul significato e sulle implicazioni di una ricerca curatoriale che si sviluppa nel tempo attorno alla figura di un singolo artista, approfondendo come questo tipo di continuità possa tradursi in nuove prospettive di ricerca, interpretazione e valorizzazione della sua opera e del suo territorio. Ne abbiamo parlato con un interlocutore privilegiato: Antonio Frugis ‒ Senior Curator e Coordinatore Generale della Fondazione ‒, che da più di vent’anni dedica la sua carriera allo studio accurato dell’opera di Pino Pascali.

L’INTERVISTA CON ANTONIO FRUGIS
Come si cura e si tutela in maniera etica e scientifica la legacy di un artista scomparso così precocemente?
Lo studio resta sicuramente il primo passo fondamentale per governare in modo efficace l’eredità di Pascali poiché senza la comprensione profonda dell’artista sarebbe impensabile attivare i dispositivi utili per tutelarne l’identità e, quindi, l’eredità; Pino Pascali, benché abbia operato per così poco tempo, resta (e resterà) uno dei paradigmi fondamentali nella Storia dell’Arte, il suo ecclettismo offre indubbiamente molti spunti di riflessione che bisogna saper cogliere nella loro giustezza. Personalmente non ho mai sentito l’urgenza di incanalare la ricerca sull’artista perimentrandola in confini istituzionali; ogni ricercatore e studioso deve riuscire a sentirsi libero di condurre una ricerca e studio seguendo i modelli che si ritengono più opportuni e, in tal senso, aver cura dell’eredità artistica di Pino Pascali significa fornire i migliori strumenti di comprensione degli Archivi, dei documenti e di quel know how che si acquisisce dopo molti anni di studio e di frequentazione quotidiana con questi materiali. Essenziale resta poi il confronto con studiosi e ricercatori che, dagli anni Sessanta a oggi, si occupano tanto storicamente che criticamente del lavoro di Pascali; le ricerche, lo studio e le pubblicazioni restano essenziali poiché rivelano spesso punti di vista inediti o aggiungono sottigliezze meritevoli di ulteriori approfondimenti declinati rispetto al proprio background. Infine, nella domanda c’è già la risposta migliore possibile: senza etica e onestà intellettuale il rischio è quello di far sconfinare la comprensione in una verità arbitraria che, senza dubbio, non sento personalmente di possedere.
LA CURATELA DELLA LEGACY DI PINO PASCALI
Gestire l’eredità di Pino Pascali significa confrontarsi con materiali effimeri, industriali e con una pratica multidisciplinare che spazia dalla scultura alla performance. Quali sono le sfide più complesse che riscontrate nella conservazione, autenticazione e catalogazione di questo patrimonio?
Bisogna comprendere bene lo spirito del tempo nel quale opera Pascali: un mondo, quello occidentale, che in quegli anni Sessanta cambiava a gran velocità e il progresso tecnologico era visto come l’ulteriore liberazione ed emancipazione dell’uomo, mentre l’economia iniziava ad assumere le forme del capitalismo vorace. C’è una società ammaliata dal nuovo ma c’è anche una parte di essa che vorrebbe superarne l’alienazione che il nuovo genera. Pascali ha utilizzato sia materiali di risulta che recuperava in giro da robivecchi romani ma anche materiali nuovi e industriali: lana d’acciaio, peluche in acrilico e persino il fibrocemento; materiali che è opportuno conoscere profondamente (es: la lana d’acciaio europea è diversa da quella americana utilizzata da Pascali) che però il tempo e le molte esposizioni hanno consumato, ponendo quesiti nel merito del restauro e, in alcuni casi, hanno portato a una sovrapproduzione di exhibition copy dell’opera. Più semplice la gestione catalogativa in quanto conosciamo tutte le opere scultoree di Pascali e la loro collocazione (solo di alcune se ne è persa completamente traccia), l’autenticità è garantita dai profili storici che ogni istituzione e gallerista ne ha tracciato.
L’IMPEGNO INTERNAZIONALE DELLA FONDAZIONE
Oltre alla preziosa opera di conservazione e tutela dell’archivio, la Fondazione è impegnata nella promozione di grandi mostre dedicate a Pino Pascali. Come si articola il lavoro che garantisce la presenza dell’artista nei musei internazionali, facendo sì che la sua pratica non resti legata esclusivamente alla narrazione del contesto italiano degli anni Sessanta?
Quasi sempre chi organizza una mostra personale o che preveda la presenza di Pascali si confronta con la Fondazione e questo ci gratifica molto per i tanti sforzi profusi che mettono l’istituzione in una condizione di autorevolezza. Pascali resta indissolubilmente legato al clima energico degli anni Sessanta eppure la sua opera sembra esser stata realizzata domani, perché conserva una freschezza aurorale che soverchia il tempo; l’artista è stato capace di creare statuti formali attraverso modelli archetipici che sconfinano la geografia fisica e appartengono all’Io recondito. Questo è uno degli aspetti chiave poiché, questa lettura nega la collocazione fisica nello spazio-tempo estendendo la pratica artistica di Pascali sulla linea dell’infinito; Pino Pascali opera nei Sessanta, volge il suo sguardo al passato arcaico e ancestrale, abbraccia il presente sino a proiettare la sua opera nel futuro, costantemente.

La Fondazione gestisce tutt’oggi il Premio Pino Pascali, istituito nel 1969. Nato con una funzione commemorativa e strettamente connesso alla cerchia dell’artista, il Premio si è evoluto nel tempo fino a diventare un riconoscimento internazionale che porta a Polignano artisti di fama mondiale. Di fronte a tale metamorfosi, quale funzione strategica riveste oggi il Premio, tanto per la Fondazione quanto per gli artisti che vi partecipano?
Il contributo tra artisti insigniti e il Premio stesso è reciproco, specialmente adesso che la sua traiettoria è stata consolidata; ogni artista premiato conosce Pino Pascali prima di entrare nelle sale della Fondazione. Eppure venire a contatto con l’incarnato dei luoghi pascaliani attiva sentori che gli artisti percepiscono. Il premio non è consegnato all’epigono di Pascali ma a coloro che sono capaci di inserirsi nel solco metodologico della ricerca linguistica attuata da Pino. La mostra che celebra, come da tradizione, l’artista vincitore diventa quindi il dispositivo capace di volgere lo sguardo a quegli artisti che perpetrano un dialogo silente ma allo stato tempo forte, capace di innescare una frattura nei linguaggi sino al punto di ribaltare gli stessi. E risponde benissimo a quanto aveva scritto Pascali, perché anche il Premio che porta il suo nome è come un serpente che ogni anno cambia pelle.

LA RICERCA CURATORIALE DI ANTONIO FRUGIS
La tua è una traiettoria curatoriale d’eccezione: da più di vent’anni la tua ricerca è legata a una sede specifica e si concentra in modo continuativo sulla figura di un singolo artista non più in vita, la cui parabola creativa è stata fulminea, concentrata in appena quattro o cinque anni. Come si declina, nella pratica quotidiana, questa specifica forma di curatela? E come si riesce a estrarre continuamente nuova linfa da un corpus di opere inevitabilmente limitato e già storicizzato?
La mia attività con la Fondazione è giunta al ventunesimo anno, caspita! Penso di essere stato molto fortunato ad aver incontrato, in questo cammino professionale, le persone giuste che, oltre la fiducia, mi hanno aiutato soprattutto a crescere, a confrontarmi e maturare (lo spero!). Lo studio è sempre il modello vincente a cui bisogna affiancare una comprensione ulteriore: studiare Pascali richiede di conoscere e approfondire molti aspetti della Storia dell’Arte ma anche della televisione, del teatro, della sociologia, dell’antropologia e di tutti quei mondi che l’artista frequentava e, soprattutto, viveva. A me piace indagare su tutto e, sarò onesto, la fame di conoscenza la devo molto al ruolo che cerco di interpretare nel migliore dei modi possibili. Si pensi ad esempio all’opera grafica di Pascali, quella pubblicitaria e televisiva: per capire il rifiuto da parte di Algida dello spot “I Killers” bisogna sapere quali erano le regole scritte e morali di una televisione che, agli albori, sentiva la necessità di istruire gli italiani e che, grazie a essa, ha fornito per la prima volta un linguaggio iconoaudiovisivo unico per tutto lo stivale. Così come diventa difficile capire alcune scelte tecnico-stilistiche dell’artista se non si approfondisce il suo lavoro di scenografo in Rai assieme a Cesarini da Senigallia, lo scenografo della Televisione. È necessario quindi usare la lente di ingrandimento ed entrare dentro particolarismi che spesso daranno pochissimi risultati ma che, al contempo, permettono di scoprire dettagli rivelatori che il tempo può aver disperso o cancellato. Pascali si muove entro confini labili ma estesi, il rischio è che si possa perdere di vista l’orizzonte e il nostro lavoro è di essere la mappa stellare per orientarsi nella navigazione dell’artista.

La storiografia ha cristallizzato Pascali nel canone dell’Arte Povera, rischiando di semplificare la sua straordinaria complessità multidisciplinare. La mostra Pascali Memoria. Appunti per immagini, allestita al Teatro Kursaal Santalucia di Bari fino al 25 ottobre 2026, accende i riflettori sulla produzione fotografica del 1965 nata dalla committenza pubblicitaria per la Cirio. Quali sono i “punti ciechi” o gli aspetti meno indagati della produzione di Pascali su cui ritieni sia urgente puntare lo sguardo della critica oggi?
Pascali è stato un artista che, sin dal suo esordio, ha attratto l’attenzione di storici e critici che hanno riconosciuto il valore della sua opera; il suo lavoro non è mai stato inteso in prospettiva ma già contemporaneo. Chi ne ha seguito la folgorante ascesa ha ben spiegato la sua posizione nella storia dell’arte, chiarendo da principio alcuni aspetti e fugando l’impossibilità di circuire Pascali in una corrente o movimento perché l’autore stesso è movimento. La critica troverà sempre nuovi stimoli per indagare qualsiasi aspetto del lavoro di questo straordinario artista; ritengo, semmai, oggi sarebbe importante affrontare alcune questioni, come la conservazione dell’opera, migliorarne la manutenzione ed evitando, così, la produzione di exhibition copies, come dicevo prima; si potrebbe discutere delle soluzioni espositive poiché i concetti di ‘ingombro totale’ e ‘spazio scenico’, che prevedono modalità di occupazione dello spazio partendo dalla superficie, dal pavimento e che tanto condizionano la fruizione delle opere, restano fondamentali per poter capire fino in fondo il senso del lavoro di Pascali, ma capisco bene anche le ‘regole’ imposte dalla musealizzazione. Mi sembra davvero un tema interessante.
IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE CON IL TERRITORIO
La storia istituzionale della Fondazione si intreccia in modo indissolubile con i processi di rigenerazione urbana del territorio: la prima sede a Polignano a Mare ‒ all’epoca non ancora Fondazione ma museo ‒ era un ex ospedale, quella odierna ha preso forma in un ex mattatoio e la mostra a Bari abita il Teatro Kursaal Santalucia, riaperto dopo un lungo restauro. In quale maniera la Fondazione riesce a fare in modo che il recupero di questi spazi storici e industriali si traduca in un motore di reale trasformazione politica e sociale per il territorio e i cittadini pugliesi, oltre che per i turisti e gli addetti ai lavori?
Nel corso degli anni abbiamo potuto collaborare con diverse realtà e siamo grati per tutte le occasioni avute per portare l’esperienza dell’arte contemporanea in Puglia, facendo conoscere oltre che l’opera di Pascali anche il lavoro della Fondazione. Aver accesso e lavorare in spazi così prestigiosi benché inusuali è una sfida importante e così l’utilizzo di un teatro come il Kursaal sottolinea il carattere multidisciplinare delle arti e una reciproca contaminazione; così si restituiscono luoghi ai cittadini che diventano non solo centri di frequentazione ma di vero e proprio scambio culturale, affinché il dibattito non sia esclusivo appannaggio degli addetti ai lavori ma possa includere tutti. È così che un contenitore culturale diventa un generatore di pensiero e diventare identitario per una comunità; ma è un processo lungo al quale è impossibile rinunciare.

In vita Pascali trascorse solo l’infanzia e parte dell’adolescenza in Puglia, allontanandosi precocemente per conseguire gli studi prima a Napoli e poi a Roma, allora centri del contemporaneo. La Puglia, per Pascali, esisteva più come spazio del mito e della nostalgia, come serbatoio dell’immaginario ma non come mercato o spazio espositivo. Dal punto di vista curatoriale, la Fondazione, che ora ha sede nel paese natale dei genitori, luogo particolarmente caro all’artista, come evita il rischio di “folklorizzare” o regionalizzare la sua opera, mantenendo invece intatta la tensione tra le sue radici e la sua ricezione globale?
La Puglia per Pascali è stata naturalmente nutrimento antropologico, mito e mitopoiesi, non un luogo da allestire ma già abitato, dove natura e naturale avevano un significato quasi primitivo; oggi quella tensione arcaica è quasi completamente esaurita, il turismo si è imposto sino ad affettare non solo il sentimento mediterraneo ma anche la morfologia del territorio. Forse, in questo senso, ancora una volta è proprio Pino Pascali ad aiutarci, a farci capire come non si debba rinunciare alle radici e, allo stesso tempo, progredire; è fondamentale trovare l’equilibrio. Polignano oggi è una meta significativa e importante che attrae turisti da tutto il mondo, molti di essi scelgono di visitarla anche per la presenza della Fondazione: merito dell’iconicità che rappresenta Pascali ma anche del lavoro svolto proprio perché si è deciso di non segregare Pino nel suo Mediterraneo ma di lasciarlo libero di nuotare, di seguire le correnti, un moderno Ulisse che ritorna alla sua Itaca ma che, durante il suo viaggio, ha toccato le vette più alte dell’arte.
Alice Longo
23 luglio ‒ 25 ottobre 2026
PASCALI MEMORIA. Appunti per Immagini
Teatro Kursaal Santalucia di Bari




