L’architettura come azione interdisciplinare: intervista a Bianca Felicori

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Partendo dal successo del progetto “Forgotten Architecture” sino a raggiungere le radici della sua ricerca, questa conversazione con Bianca Felicori approfondisce i punti cardinali del suo lavoro, situato all’incontro tra architettura, arte e vita. Facendo propria l’eredità radicale, la sua pratica diventa medium d’indagine e di intervento per il tempo presente, connettendo la disciplina architettonica a tematiche sociali e culturali.

Bianca Felicori (Bologna, 1994) è un’architetta e ricercatrice attiva tra Milano, Parigi e Bruxelles, dove ha conseguito il dottorato di ricerca approfondendo la confluenza tra le ricerche artistiche e architettoniche degli anni Sessanta e Settanta a cavallo tra l’Europa e l’America. Nel corso della sua carriera ha curato progetti indipendenti e collabora con brand e istituzioni in qualità di moderatrice e autrice.

Nel 2019 hai dato vita a Forgotten Architecture, un progetto volto al recupero e alla condivisione di opere architettoniche novecentesche lasciate fuori dalla scrittura istituzionale della storia dell’architettura e dei suoi grandi maestri. Nato come una pagina su Facebook, ha creato in poco tempo un fenomeno di ricerca collettiva, aperta a chiunque volesse contribuire con progetti, immagini o fotografie; fondamentale è la sua premessa come spazio open source per una possibile forma di valorizzazione e tutela dal basso. Ritieni necessaria una maggiore orizzontalità nella cultura architettonica per permettere alla disciplina di generare ragionamenti anche al di fuori della sua cerchia più ristretta?
Assolutamente sì, è un aspetto fondamentale. A distanza di tanti anni dalla sua pubblicazione, quello che posso dire di aver capito con Forgotten Architecture è che per evitare che ci sia tantissima ignoranza sulla cultura architettonica, o che questa venga ridotta a un bacino d’utenza d’élite, è necessario aggiornare gli strumenti attraverso cui la storia dell’architettura viene discussa e divulgata. Questo non vuol dire sminuirla, ma fornire le giuste informazioni a un pubblico più ampio possibile, in modo da far comprendere anche molti trend ricorrenti ‒ come il Brutalism o il Minimalism ‒ a un pubblico che non per forza deve conoscere la storia di questi neologismi che di fatto non esistono, ma che si ritrovano abusati nei titoli di tutte le riviste, dal Corriere ad AD. Secondo me, quindi, tutti i mezzi utili per parlare della storia dell’architettura andrebbero sempre di più esplorati con una dovuta precisione scientifica, traducendo con altrettanta consapevolezza le informazioni a nostra disposizione in qualcosa di accessibile a tutti. Questa via però non è del tutto semplice, così come non è facile psicologicamente per le persone che portano avanti questa lotta: per esempio, molto spesso sono stata additata di essere un’influencer e ho dovuto affrontare attacchi a volte anche molto misogini. Avere voce in questo capitolo richiede numerose energie e una capacità notevole.

Forgotten Architecture ha assunto in seguito la forma di progetto editoriale che tu stessa hai curato, concretizzandosi nella pubblicazione dell’omonimo volume nel 2022 (NERO), poi seguito da una seconda edizione ampliata nel 2024. All’interno della cornice di quello che si può definire un archivio partecipativo e accessibile nella sua dimensione online, quali sono stati i criteri curatoriali che hanno guidato la selezione delle architetture da inserire nel libro?
Per me è sempre stato molto interessante tradurre un archivio digitale nella forma e nel medium più tradizionale possibile, ovvero il libro. Questa domanda sulla struttura è dunque importantissima perché rappresenta una delle parti più divertenti della produzione di Forgotten Architecture: non è stato facile capire come strutturarlo, ma oggi che sono passati abbastanza anni dalla prima edizione posso dire che mi piace ancora come l’ho impostato. 
Di base il libro è stato diviso in capitoli, ciascuno dedicato a una delle categorie più ricorrenti nel gruppo Facebook; questo mi ha portata a ragionare sugli anni che sono andati più in voga, ovvero il periodo del post Seconda Guerra Mondiale e in particolare direi tra gli anni Cinquanta e Settanta. Poi ho affidato ogni capitolo ad autori che sapevo essere interessati a quel un determinato tema, molti in realtà non li conoscevo e li ho incontrati proprio per scrivere questo testo; loro hanno fatto una selezione dei progetti che fungono da appendice a ogni capitolo, ma direi che la maggior parte li ho fatti io.
Per restituire l’idea di gruppo e di open source, come l’hai giustamente definita tu, ogni progetto riporta una serie di informazioni, e nelle didascalie sono indicati i nomi delle persone che li hanno selezionati e pubblicati nel gruppo Facebook. Questa per me era, e tutt’oggi è, la via migliore per restituire l’orizzontalità del progetto. Ora ho in mente di realizzare un secondo libro, sicuramente le modalità saranno diverse ma cercherò di mantenere questa orizzontalità il più possibile.

FORGOTTEN ARCHITECTURE, IL PROGETTO DI BIANCA FELICORI

Dall’espressione Forgotten Architecture emerge la volontà di rivolgersi ad architetture dimenticate. Questo recupero, però, non segue i criteri istituzionali di catalogazione e memoria storica, ma ha come obiettivo la costruzione di un archivio partecipativo, in cui le opere sono accolte come occasioni per una nuova operatività. Forgotten Architecture produce uno spostamento di sguardo dalla tradizionale logica archivistica e crea un terreno vivo di confronto tra passato e presente: in che modo questo modello di archivio può interagire con la pratica odierna?
Per rispondere partirei proprio dal nome, che è volutamente ambiguo. Può essere interpretato in maniera diversa dalle persone del gruppo, e questa è stata anche la cosa che più ha fatto incazzare: tutto si basa su un utilizzo delle parole quasi alla Umberto Eco, è un’open source nel senso di Opera aperta. Detto questo, in quanto storica dell’architettura e occupandomi di archivi, penso che oggi più che mai viviamo in un tempo in cui è necessario rivedere sia il ruolo dell’architettura, sia il ruolo dell’architetto nella società. Non possiamo pensare di fare una storia dell’architettura in modo tradizionale o fine a se stessa, ma dobbiamo indagare da dove deriva l’esigenza di conservare la memoria, studiare la storia e custodire materiali in archivi fisici; bisognerebbe fare un cross check continuo delle fonti e degli strumenti a nostra disposizione. Ad esempio, con Forgotten abbiamo reso popolare ‒ nel senso stretto della parola ‒ del materiale d’archivio che era stato dimenticato o che a lungo era rimasto in disuso, e questa per me è stata un’operazione quasi affettiva. Nel tempo, molti degli architetti citati sono morti, ma ho potuto mantenere i rapporti con le loro famiglie; anche per loro essere in una pubblicazione che è andata molto bene e che ha attratto un pubblico molto giovane è stata una ventata di freschezza che neanche io mi aspettavo potesse accadere. Questo è già un modo per rivedere l’archivio ‒ ma anche la storia e la memoria ‒ in un senso fisico, legato alla dimensione corporea e affettiva degli esseri umani. Fosse per me lo farei con gli archivi di tutti, e se ci fossero le risorse questo potrebbe essere il mio lavoro.

Luigi Ciapparella’s extension of the Cemetery of Busto Arsizio, Italy (circa 1970); photograph by Stefano Perego.
Luigi Ciapparella, Extension of the Cemetery of Busto Arsizio, Italy, ca. 1970. Image credits: Stefano Perego

Nelle sezioni tematiche che compongono il volume, è dato rilievo a opere che si intrecciano con diversi momenti della vita umana: l’architettura non è ricondotta solo alla progettualità dell’abitare ma si fa portatrice di ironia, di gioco, di ideali e provocazioni. Quest’esperienza, determinata nella definizione storiografica di architettura radicale, potrebbe forse rappresentare la strada per una rinnovata attitudine pratica contemporanea. Quali elementi dell’esperienza radicale dovrebbe recuperare l’architettura odierna per rispondere alle aspettative del presente e ristabilire un dialogo attivo con le nuove generazioni?
Sono felice che tu mi abbia fatto questa domanda perché credo che questa sia la ragione che mi ha spinta a continuare la mia ricerca accademica con il dottorato, e racchiude anche le ragioni che confluiscono in Forgotten Architecture. Riprendo una frase di Beatriz Colomina in Global Tools di Borgonuovo e Franceschini (NERO, 2018): nell’introduzione del libro si chiede se questo desiderio di tornare agli anni Sessanta e Settanta sia un nostalgico revival o se ci fosse una ragione più strutturata. 
Personalmente ritengo che provare a capire come l’architettura possa essere reinterpretata non soltanto attraverso il costruito, ma anche come forma politica critica, sia una questione centrale per il futuro della nostra disciplina, soprattutto in un momento storico segnato da molteplici crisi. Specialmente con la complicità di una crisi economica che non ci permette di progettare e realizzare come una volta, sentiamo più forte la necessità di evadere i confini della messa a punto di un edificio e dell’architettura strettamente legata a una funzione vitruviana. Quello che ho sempre cercato di fare è riprendere alcuni punti chiave dall’esperienza radicale, e in particolare l’idea di rivoluzione che passa attraverso la disciplina stessa. Questo insegnamento si è tradotto nella volontà di far combaciare la mia vita con l’architettura per arrivare a restituire un punto di vista nuovo. Tale impeto rivoluzionario mi ha spinta a fare storia dell’architettura utilizzando un punto di vista femminile al limite del femminista, e adottando nuovi media che potessero creare un discorso orizzontale, non sempre facile da comprendere.

ARCHITETTURA, MUSICA E ARTE SECONDO BIANCA FELICORI

In occasione di (T)rap&Architecture il digital talk andato in scena nel 2021 negli spazi di Triennale di Milano , hai avvicinato il discorso architettonico a quello sociale delle periferie, includendo nella conversazione alcuni esponenti della scena musicale rap milanese e fondendo diversi linguaggi culturali: a tuo avviso, questa capacità di ibridazione rappresenta una direzione necessaria per il discorso architettonico contemporaneo?
Ecco, qui si connette tutto: nella mia pratica ho sempre cercato di utilizzare media diversi. Pur ritenendomi una curatrice, quasi mai ho utilizzato come medium quello della mostra in senso proprio: a mio avviso non è sostenibile, molto spesso è fine a se stesso e manca di capacità nel connettersi con il pubblico. Ci sono forme di mostra che ritengo opportune, ma ho sempre cercato di evitarle in virtù di una mia necessità di creare engagement e connessioni in forma collettiva. Detto questo, per me (T)rap&Architecture è stata una sperimentazione molto radicale, se così vogliamo definirla. Deriva da un background personale e dal desiderio di comprendere come certe narrazioni politiche vengano completamente ignorate dal mondo dell’architettura e dell’urbanistica anche per ragioni di classe. 
Questo è un argomento che ho approfondito tanto nel tempo, l’ultima volta nel 2023 quando ho avuto l’occasione di portare Ghali alla Biennale di Venezia. Per me è stata un’opportunità unica per passare dalla scala della città a quella del conflitto nel Mediterraneo e, quando sarà possibile, penso che riprenderò questo tema per spiegare come oggi sia necessario fare storia dell’architettura in relazione al presente. Conservare la memoria non significa ignorare il dibattito contemporaneo, anzi. Quello che deve diventare (T)rap&Architecture, così come Forgotten Architecture, è l’idea che iniziative di questo tipo si possano espandere ad altre discipline e ad altre forme di dialogo. 

In quali modi?
Per esempio, ho notato che questo progetto aveva portato un’attenzione critica particolare sulla periferia, aprendo a un ragionamento cruciale sui complessi architettonici disegnati nel secondo Novecento non come background scenografici, ma con una propria identità politica e sociale. Nell’ultimo periodo, invece, tale attenzione si sta fortemente perdendo e questi luoghi stanno diventando semplicemente scenografie di video musicali, film, ecc., venendo snaturati nel loro intrinseco ruolo politico. Azioni come (T)rap&Architecture, quindi, diventano assolutamente necessarie per non perdere il focus. Mia mamma, ad esempio, viene dal Melara di Trieste, e io molto spesso guardo il telegiornale del Friuli-Venezia Giulia: so benissimo ciò che accade ogni giorno in un luogo come quello, ma contemporaneamente lo vedo estetizzato in video di ogni forma e natura. Questa dinamica rappresenta, a mio avviso, il grande rischio del bombardamento delle immagini del contemporaneo e perciò sono convinta che tale forma di ibridazione sia oggi più necessaria che mai.

Screenshot from the 2017 music video “TU T’E SCURDAT’ ‘E ME” by LIBERATO, alongside photographs of the architectural complex by Fabrizio Vatieri.
LIBERATO, “TU T’E SCURDAT’ ‘E ME,” 2017. Image credits: screenshot from the music video “TU T’E SCURDAT’ ‘E ME,” 2017; photographs of the architectural complex by Fabrizio Vatieri

In ogni tuo lavoro è centrale la pratica curatoriale applicata alla disciplina architettonica e risultano fondamentali, nella tua attività, immagini, storie ed esperienze. Fare architettura, dunque, non riguarda solamente l’essenza concreta della progettazione, ma significa anche realizzare attorno a essa un’infrastruttura più ampia, in grado di connettere il discorso architettonico a diversi ambiti sociali e culturali. Come si innesta la pratica curatoriale in tale meccanismo, e a partire da quali riflessioni prende vita il tuo personale lavoro di integrazione?
Qui credo di averti già un po’ risposto, ma ti ringrazio perché sono domande davvero bellissime e non è facile riceverle. Una delle più grandi lezioni che mi hanno lasciato i radicali e la generazione degli anni Sessanta ‒ in particolare Germano Celant ‒ è la totale aderenza tra arte, architettura e vita. Ho sempre tenuto questo insegnamento come metodologia da applicare nel rileggere l’architettura oggi ed è anche la ragione per cui utilizzo medium diversi. Ciò che faccio è rileggere le urgenze culturali e ciò che più sento vicino alla mia persona traducendolo in progetti: cerco di tenere un costante parallelo tra mondo accademico-istituzionale e un discorso più pop, utilizzando una parola alla Superstudio. Di base, quindi, tutto quello che faccio nasce da interessi personali. Ad esempio, (T)rap&Architecture trova la sua origine nel legame che sin da piccola ho sentito con l’hip hop e con il rap underground italiano. 
Pur venendo da Bologna e avendo avuto una formazione da privilegiata, sono figlia di genitori che provengono da un contesto provinciale: mia mamma dal complesso contesto di confine della Bisiacaria in Friuli-Venezia Giulia, mentre mio padre dalle case popolari del Mazzini a Bologna. Il progetto, dunque, nasce anche da una visione di classe che ho maturato crescendo in un ambiente scolastico privilegiato, ma sapendo di non appartenere a quel mondo. Quando poi la musica underground è divenuta popolare, a partire dal ragazzino di quartiere fino al bocconiano, mi sono posta dei dubbi e ho sentito dei campanelli d’allarme su come questo potesse essere un’arma a doppio taglio. Quindi sì, porto avanti una connessione tra architettura e vita che si esprime in molteplici forme ed è la ragione per cui le cose che faccio hanno un forte carattere emotivo e sentimentale.

Il confine tra opera artistica e opera architettonica è spesso molto sottile e, altrettanto di frequente, il linguaggio delle arti visive può essere usato per decodificare progetti architettonici. Nella tua ricerca guardi al mondo artistico come uno strumento critico trasversale? Pensi che possa esserci un rischio estetizzante nell’utilizzo dell’arte e dei suoi criteri come mezzi di confronto e indagine sull’architettura?
Questo è proprio ciò che ho cercato di indagare nella mia tesi di dottorato, sviluppata in quattro anni durante i quali ho fatto tantissima ricerca d’archivio. La mia metodologia è stata quella di ricercare e raccogliere testimonianze tramite oral histories, indagando il rapporto tra arte e architettura attraverso i secoli e mediante diverse forme di esplorazione. Sicuramente, per chi non ha familiarità con il tema e con la disciplina stessa, ciò potrebbe rappresentare una semplice integrazione, come potrebbero essere le chiese del Barocco, Domus o la sintesi delle arti di Le Corbusier. 
In realtà quello che ho fatto, e che credo sia cruciale riprendere in questo momento, è indagare come ‒ in particolare tra gli anni Cinquanta e Settanta ‒ gli architetti non si siano ispirati all’arte semplicemente da un punto di vista estetico o con l’obiettivo di una sorta di integrazione, ma abbiano utilizzato i processi artistici nella definizione della loro pratica. In quella stagione pochi edifici sono stati costruiti e l’architettura ha utilizzato spesso la performance, il corpo, il collage, il fotomontaggio e il prodotto editoriale come medium. 
Penso, dunque, che sia importante tenere viva quell’esperienza, e comprendere come la connessione con altre discipline serva per dare nuove fondamenta e un nuovo landscape all’architettura. 
Tutto ciò si potrebbe declinare in varie forme, ed è quello che io stessa perseguo in modi diversi. Per esempio, unire architettura e musica urban (termine che non amo tantissimo, ma che accademicamente funziona di più) è per me un modo diverso di dare delle fondamenta a un’idea di architettura che sta nascendo. Spero sia l’inizio della messa a punto di un inter-landscape fatto di nuove voci che si incrociano e si intrecciano tra di loro costantemente.

Alessia Leoni

Bianca Felicori

  • Casa Albero in Fregene (1968–1975) by Giuseppe Perugini with Uga De Plaisant and Raynaldo Perugini; image courtesy of Archivio Studio Perugini.
  • Screenshot from the 2016 music video “Fuck Tomorrow” by Rkomi x The Night Skinny, with additional photographs by Federico Torra.
  • Screenshot from the 2017 music video “TU T’E SCURDAT’ ‘E ME” by LIBERATO, alongside photographs of the architectural complex by Fabrizio Vatieri.
  • Luigi Ciapparella’s extension of the Cemetery of Busto Arsizio, Italy (circa 1970); photograph by Stefano Perego.
  • Vittorio Giorgini’s Casa Saldarini in Piombino, Italy (1961–62); image courtesy of Archives Nice Côte d’Azur – Ville de Nice, fonds Guy Rottier.
  • Bianca Felicori. Credits: Benedetta Andrea Bonaschi
  • Bianca Felicori. Credits: Benedetta Andrea Bonaschi
  • Archival image of Ken Isaacs’ Beach Matrix, realized in Westport, Connecticut, in 1967; image credits include Archivio Vittorio Giorgini, Camilla Messini, and Giovanni Presutti.
  • Cesare Leonardi’s Casa Mescoli-Goich in Modena, Italy (1984–93); image courtesy of Archivio Cesare Leonardi Progetti