Lo studio che fa dialogare architettura, tecnologia e politiche ambientali: parola a 2050+

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L’architetto Ippolito Pestellini Laparelli e la curatrice e ricercatrice Erica Petrillo ci spiegano come lo studio interdisciplinare 2050+ ridefinisce il concetto di pratiche curatoriali, muovendosi tra fenomeni contemporanei e spazialità.

Nato a Milano nel 2020 dalla necessità di raccontare la complessità del mondo in cui viviamo, lo studio 2050+ traccia nuove narrative, avvalendosi di pratiche spaziali, ricerche curatoriali e collaborazioni interdisciplinari. L’architetto e fondatore Ippolito Pestellini Laparelli e la curatrice e collega Erica Petrillo ci hanno raccontato cosa vuol dire lavorare in una realtà giovane, in grado di dissolvere i confini tra discipline, codificando un unico e ricco linguaggio della contemporaneità. Architettura, scenografia, curatela e pratiche di ricerca non sono più intese come contesti stagni, ma dialogano incessantemente, in maniera osmotica, con molteplici campi del sapere. 

2050+ team portraits. Courtesy 2050+

L’INTERVISTA A 2050+

Al giorno d’oggi l’interdisciplinarità può essere intesa quasi come una necessità. Tematiche quali ambiente, politica e tecnologia si intrecciano anche nei vostri progetti. Dove e quando nasce l’esigenza di trattare questi temi? E in che modo 2050+ si inserisce in questo orizzonte?
Ippolito Pestellini Laparelli: Bisogna fare un passo indietro, a quando lo studio è stato formato circa sei anni fa. Venendo da esperienze che ci precedono, la maggior parte del gruppo core di 2050+ aveva già sperimentato, nella propria pratica, cosa significa lavorare attraverso una lente interdisciplinare. C’è stato perciò un allineamento sia di necessità sia di esperienze che andavano già in questa direzione. In Olanda io ho fatto parte dello studio OMA, che si era dotato di una struttura gemella – AMO – dove le pratiche spaziali venivano usate come lente di osservazione della contemporaneità. L’obiettivo era generare progetti che potessero raccontare il mondo che cambia, anche attraverso l’editoria o l’exhibition design.
La nostra necessità nasce quindi dal fatto che l’architettura, in termini disciplinari, non è sufficiente a raccontare la complessità del mondo che ci circonda, in particolare l’accelerazione di crisi che stiamo vivendo. Con il tempo abbiamo sviluppato la capacità di entrare in dialogo con altri campi del sapere arricchendo le nostre prospettive. Cerchiamo di dare una visione un po’ più completa del mondo. Questo non significa che siamo dei tuttologi, non ci sostituiamo a un sociologo, uno scienziato o un politologo, ma abbiamo sviluppato una sensibilità per poter entrare in dialogo con tali campi del sapere, stabilendo una relazione più osmotica possibile. Abbiamo sperimentato che a una realtà complessa non si può rispondere senza una struttura interdisciplinare molto articolata. 
Erica Petrillo: Questa attitudine all’interdisciplinarità si riflette molto nello studio. Io non ho una formazione d’architetta, ma sono una scienziata politica. Mi sono avvicinata alla curatela attraverso un percorso con Paola Antonelli. Al MoMa abbiamo lavorato al dipartimento R&D e questa esperienza è stata cruciale. Il dipartimento nasce sulla premessa che le istituzioni museali non siano delle scatole in cui esporre degli oggetti belli, ma siano dei motori sociali e politici, degli spazi privilegiati in cui c’è la responsabilità di dover portare avanti le conversazioni che non hanno a che fare solo con l’estetica. L’idea che gli spazi istituzionali dedicati all’arte, all’architettura e al design debbano mettersi al servizio di tematiche sociali, politiche, ambientali è un’eredità che è confluita in maniera armoniosa in 2050+. Ci siamo trovati da percorsi diversi ma con un’attitudine di realtà molto simili.  

Il vostro è un collettivo che lavora su più fronti, includendo professionisti di vari settori: architetti, designer e ricercatori. Cosa vuol dire lavorare in team e relazionarsi con figure professionali così differenti?
Erica Petrillo: Per la verità non ci definiamo come un collettivo. La nostra è una scelta abbastanza intenzionale poiché in termini di scala, ambizione e struttura siamo uno studio.
È sempre una sfida che chiede un esercizio di allineamento di codici, anche in termini di linguaggio ma, dopo questo sforzo iniziale, il dialogo è sempre più proficuo. L’interdisciplinarità non riguarda solo il core team di dieci/quindici persone che lavorano a Milano: lo studio ha una natura quasi a fisarmonica, con progetti specifici che richiedono competenze che potremmo non avere. Un esempio è il progetto che abbiamo sviluppato a Istanbul due anni fa, che aveva come focus la tossicità dell’aria. Il know-how più specifico di cui necessitavamo lo abbiamo acquisito coinvolgendo una tossicologa che lavora all’università di Istanbul. Ci sono perciò dei momenti dove la natura a fisarmonica ci permette di includere competenze molto specifiche. 
Ippolito Pestellini Laparelli: È una sorta di negoziazione continua. In particolar modo, in questo momento storico e nel modo in cui interagiamo con le piattaforme tecnologiche e sperimentiamo tutti i giorni, c’è una specie di processo di clusterizzazione, a seconda di discipline e gusti. Cerchiamo di mantenere vivo e costante il processo di scambio e negoziazione con altre bolle e questa scelta richiede uno sforzo preciso e continuo. I progetti su cui lavoriamo e che noi firmiamo sono sempre frutto di collaborazioni molto estese e non potrebbero essere tali senza un’attitudine polifonica e corale.

Potremmo affermare che ogni collaborazione porta con sé una sfida. Il confronto con curatori e direttori fa sì che il vostro sia un lavoro in continua evoluzione e di dialogo. Quali sono i punti di forza e le criticità di un lavoro a più mani?
Ippolito Pestellini Laparelli: Mantenere uno sguardo sulla complessità, avere gli stimoli per rinnovare, progetto dopo progetto, e costruire un’attitudine aperta. Questo presuppone un impegno che deve rinnovarsi ma che deve essere trasmesso anche a chi viene a lavorare da noi in studio. Trovare persone che abbiano questo grado di flessibilità, elasticità e interesse non è scontato. Secondo me un punto di forza è la costruzione di una cultura di ricerca e di linguaggio. Un altro punto, parlando di mercato, è il fatto che lavoriamo in maniera ibrida o caleidoscopica. Questo fa sì che riusciamo a relazionarci in maniera sfaccettata e a entrare in diversi ambiti che rappresentano l’interdisciplinarità che vogliamo mantenere viva.
Erica Petrillo: Mi ricollego alla parola usata da Ippolito: complessità. Da un lato vi è un’enorme ricchezza di sguardi e prospettive. Viviamo in un mondo complesso dove ci servono strumenti per abbracciarli tutti. Dall’altro, è sempre complesso raccontare ciò che facciamo, soprattutto in Italia. L’altro lato della medaglia della complessità è forse un punto di debolezza che però cerchiamo di rivendicare con orgoglio. 

2050+, Riders Not Heroes. Anatomy of a Delivery, 2020

I PROGETTI DI 2050+

Cosa vuol dire lavorare in una realtà creativa indipendente in Italia? A sei anni di distanza, qual è il vostro bilancio e cosa vi augurate per i prossimi tempi?
Ippolito Pestellini Laparelli: È molto difficile lavorare in Italia. Molti di noi hanno lavorato all’estero e l’impatto del ritorno è stato molto difficile. Ci sono difficoltà strutturali, i budget sono più bassi, la creatività e la cultura rappresentano, almeno nell’immaginario, un’economia meno rilevante di altre.
Viviamo di istituzioni culturali, ma in Italia sono poche quelle che lavorano in modo contemporaneo, anche in termini di produzione. Le istituzioni che capiscono l’apporto che uno studio come il nostro può dare sono poche. Molto spesso i musei ci chiamano come supporto a mostre e il nostro contributo viene ridotto a un margine molto limitato ed è noioso e anche frustrante. Sono pochi i curatori e direttori che capiscono che per noi scenografia e allestimento vanno di pari passo allo sviluppo dei contenuti. Fortunatamente abbiamo collaborazioni aperte con chi ci capisce. 
Erica Petrillo: Aggiungerei che, in momenti di ottimismo, abbiamo la tendenza a guardare all’Italia come a uno sbocco verso geografie che non fanno necessariamente parte del coro occidentale che predomina le istituzioni museali più radicate. Altri luoghi in cui abbiamo lavorato – Olanda, Inghilterra, America – hanno meno la possibilità di giocare sulle sfaccettature geografiche mentre l’Italia può essere vista come un punto di connessione tra il Nord Africa, il Medio Oriente e le geografie dell’ex Jugoslavia. “L’Italia mediterranea”, come la intende Federico Campagna, è una nozione che ci interessa molto, è un ganglio che unisce geografie altre e questo ci dà un poco di speranza.

Il vostro portfolio include una grande varietà di progetti: collaborazioni presso musei e teatri, allestimenti e iniziative con brand – Gucci, Sunnei, Nike –, sviluppo di progetti di ricerca indipendenti e molto altro ancora. Partendo da questo e guardando al futuro, in quale direzione volete muovervi? Quali ambiti vi piacerebbe approfondire e perché?
Erica Petrillo: L’ambizione per il futuro è quella di poter essere un po’ più sostenibili sul lungo periodo. Essendo una realtà giovane, si fa fatica ad avere una progettualità su lunga scala. Non si tratta perciò di decidere se focalizzarsi soltanto su progetti indipendenti o commerciali. Per noi i progetti non vanno visti in compartimenti stagni, ma l’attitudine per un lavoro di ricerca e uno più commerciale è sempre la stessa. Ci piacerebbe mantenere ed espandere questa varietà ma soprattutto avere la solidità di poter progettare in modo più stabile.
Ippolito Pestellini Laparelli: È corretto sottolineare che la nostra attitudine non cambia. Siamo onnivori, in contesti diversi i linguaggi e i codici cambiano ma l’attitudine è la stessa. Il lavoro di Gucci, nell’ambito del Salone dell’anno scorso, ne è un esempio. Abbiamo avuto la possibilità di collaborare con l’artista e designer palestinese Dima Srouji – un’opportunità che, nell’attuale contesto storico, risulta molto difficile da realizzare all’interno delle istituzioni culturali.
Un atro esempio è Riders not heroes – ideato e prodotto all’inizio della nostra storia –, progetto-film di ricerca che indaga la condizione dei riders durante la pandemia, trattando temi che sono ancora molto urgenti. È nato in seno a un progetto che stavamo sviluppando per Nike come consulenti/ricercatori. L’osmosi tra ambiti che sembrano molto diversi è assolutamente presente in 2050+ e significativa.

Qual è il progetto che ritenete più ambizioso o che riesce a incarnare pienamente la vostra visione? E perché?
Erica Petrillo: Ci piace pensare che questo progetto perfetto debba ancora arrivare, ma ci sono progetti in itinere a cui spesso facciamo riferimento. Sono lavori che pensiamo possano cristallizzare bene la natura dello studio. Uno di questi è Synthetic Cultures, curato e progettato alla decima biennale di Rotterdam nel 2022. È un progetto di ricerca il cui focus è la carne in vitro, un tema che solitamente non viene trattato in ambiti museali per questioni politiche, ambientali, sociologiche ecc. Dal primo momento la curatela, la ricerca e la scenografia si sono mosse in parallelo per ritrovarsi nell’installazione mostrata a Rotterdam. Recentemente ha avuto una seconda vita a Vienna con una lettura più queer e femminista del tema. 
Ippolito Pestellini Laparelli: Non penso che siamo ancora arrivati a un progetto manifesto, però alcuni sicuramente rappresentano i nostri interessi. Rimango affezionato a Riders not heroes, formalizzato attraverso due film, che ha stabilito un linguaggio e un tipo di sguardo nei confronti di alcune dinamiche di rapporto con tecnologie ma anche con l’alterità. Un altro progetto che spesso utilizziamo come manifesto è la collaborazione sviluppata con i Masbedo per Diluvio universale, un’opera di Donizetti al Teatro Donizetti a Bergamo. Abbiamo curato la drammaturgia visiva per una collaborazione interessante, sia per il taglio dell’opera che per il ruolo di registi dei Masbedo. L’immaginario è stato modificato spiegando l’attivismo ambientale, collaborando con l’organizzazione di conservazione marina Sea Shepherd. L’opera è diventata un meccanismo per trattare temi urgenti, partendo dall’esterno del teatro per unire varie dimensioni.

2050+, Canicula, Complesso dell’Ospedaletto, Venice. Photo Marco Cappelletti Studio, 2026

LA CURATELA SECONDO 2050+

Nei vari allestimenti è possibile individuare alcuni tratti distintivi: l’uso di moduli, supporti sospesi, linee e forme minimaliste. Tutti elementi che conferiscono una personalità ben definita. Quanto l’architettura influisce sulla fruizione dei lavori e quali sono, secondo voi, gli elementi fondamentali per una curatela trasversale? 
Erica Petrillo: Forse l’unico modo per poter rispondere è comparare l’esperienza che sto facendo adesso con quella fatta in precedenza. Le esperienze al MoMA e in Triennale sono state estremamente formative, ma l’articolarsi del lavoro funzionava a compartimenti stagni. Curatori e curatrici svolgevano il loro lavoro, lo consegnavano agli exhibition designer, si installava e il processo finiva. Nel nostro caso il processo è osmotico. I progetti risentono, anche a livello spaziale, della tematica di partenza. Ho capito molto di più come lo spazio sia un fattore che va considerato in ciascuno step del processo curatoriale, è un’altra voce nella polifonia che permette di articolare una narrativa. L’esperienza si fa forse al 90% attraverso lo spazio, più che attraverso i contenuti.
Ippolito Pestellini Laparelli: Bisogna considerare la pratica scenografica e di allestimento come uno strumento materiale e spaziale per rafforzare ed espandere i contenuti. Questo è possibile quando si ha uno scambio continuo, dall’inizio della produzione dei contenuti, attraverso un dialogo molto serrato. L’input curatoriale viene trasferito prima nella mise en scene e poi questo entra in dialogo con le opere degli artisti. La relazione tra spazio e contenuti si riflette poi sull’architettura in cui le mostre si trovano. Per concludere, non c’è un’attitudine prefissata e ogni mostra porta con sé un proprio linguaggio, anche in termini di exhibition design.

In che modo intendete la curatela e come può questa inserirsi in un dialogo tra spazio, linguaggi e architettura?
Ippolito Pestellini Laparelli: C’è un tipo di conoscenza visiva-razionale e un tipo di conoscenza che passa per il corpo. Quello che senti attraverso altri sensi fa parte dell’esperienza conoscitiva di una mostra. In progetti come Penumbra o Nebula, il suono, il buio e la luce accecante aumentavano la tensione che i lavori cercavano di comunicare. C’è poi una questione materiale. Concepiamo e realizziamo allestimenti e scenografie in cui la materia non è neutra, come per il mattone in de bello, costituito da cemento per ricostruzioni post belliche, e di per sé ha un significato che già racconta i contenuti della mostra. Il dialogo è sempre costante e la materia non è mai inerte. 

Ci sono figure, pratiche o esperienze che hanno contribuito a definire la vostra visione?
Ippolito Pestellini Laparelli: Ce ne sarebbero tantissime: registi, artisti, scrittori. Farei un torto a dirne uno piuttosto che un altro.
È vero che siamo uno studio e non un collettivo, però ci teniamo alla nostra polifonia. L’operazione di sintesi totale è molto difficile perché coesistono collettivi di cucina sperimentale, appassionati di mondi digitali, attivisti e ognuno di noi porta un po’ della propria esperienza. C’è un diagramma che usiamo spesso nelle nostre lezioni e rappresenta bene quello che siamo: una costellazione. 
Erica Petrillo: Sono sicura che ognuno in studio avrebbe almeno dieci nomi da proporti, forse potremmo mandarti una foto della nostra libreria. 

Maddalena Domenghini

2050+

IG @2050,plus