L’artista angolana-portoghese Ana Silva espone per la prima volta i suoi lavori all’interno di un’istituzione italiana. La mostra “Eau”, allestita fino al 6 settembre 2026 nello Spazio Zero della GAMeC di Bergamo e curata da Lorenzo Giusti, affronta le urgenze socio-culturali del presente, criticando il consumo sfrenato di un bene essenziale come l’acqua e gli effetti della globalizzazione.
La drammatica questione dell’accesso all’acqua è il fulcro della personale di Ana Silva (Calulo, 1979) alla GAMeC di Bergamo, che riunisce, nello Spazio Zero, due nuove serie di lavori tessili: Agua (2024-25) – concepita specificatamente per la mostra bergamasca– e Guardiãs (2024-25), le quali interagiscono con la serie precedente O Fardo/ Vestir Memórias (2023).
Attraverso il linguaggio del ricamo, l’artista vuole denunciare la carenza di un bene essenziale per la sopravvivenza, laddove questo non rappresenta un diritto, ma un privilegio.
In tale chiave, Silva ritrae nelle sue opere paesaggi che ripercorrono le geografie della propria biografia – dall’Angola, suo Paese nativo, al Portogallo e al Brasile.

LA MOSTRA DI ANA SILVA A BERGAMO
Le serie più recenti presentano luoghi che spaziano tra zone semidesertiche e aree dove la flora e la fauna sono rigogliose, come la savana durante la stagione delle piogge. A queste si mescolano figure femminili – simbolo di generosità e rinnovamento – e bambini, guardiani della memoria intergenerazionale e dell’ambiente. Sono questi ultimi, di fatto, a portare le pesanti taniche d’acqua potabile nelle comunità più povere del continente africano.
Una tematica importante, che Silva riesce ad affrontare con delicatezza. I suoi lavori sono composti da un materiale leggero e semitrasparente, la crinolina, che permette all’artista di agire su grandi formati, mettendo in luce i vari passaggi di lavorazione e il processo di realizzazione delle opere. I soggetti, raffigurati in prima battuta attraverso la tecnica del ricamo a macchina – una pratica tradizionalmente maschile in Angola –, sono poi rielaborati dall’intervento manuale di Silva, che introduce alcuni dettagli decorativi.
In occasione della mostra – parte integrante del programma culturale Pedagogia della Speranza, promosso da GAMeC nel 2026 ‒, Ana Silva ha avviato una collaborazione con una rete di ricamatrici locali, invitate a intervenire sui suoi lavori, trasformando l’impiego del ricamo in una pratica artistica relazionale. Il titolo del programma fa riferimento al saggio pedagogico del brasiliano Paulo Freire e si ispira alla “educazione come apprendimento condiviso e strumento di emancipazione e trasformazione sociale”, ponendo in evidenza il ruolo dell’azione educativa nel contesto museale.
Varcando la soglia della prima sala, ci si trova dinanzi a una combinazione di opere dalle quali emergono figure dai colori cangianti, cha appaiono sospese nel vuoto e sovrapposte. In connessione con lo spazio bianco e luminoso – un perfetto white cube – nel quale sono inserite e che le fa risaltare, creano un immaginario etereo, dove i lavori sembrano fondersi con l’ambiente circostante.

LE OPERE DI ANA SILVA
Nella serie O Fardo/ Vestir Memórias l’artista utilizza, invece, tessuti industriali: sacchi di plastica comunemente impiegati nel mercato per trasportare vestiti usati dai Paesi del nord ai Paesi meridionali del mondo. Circa l’80% degli indumenti non può essere riutilizzato, finendo per essere bruciato o, nel peggiore dei casi, gettato in mare. In questo modo Silva recupera i rifiuti di un sistema consumistico riscrivendo un ecosistema che parla di sostenibilità e di relazioni socio-economiche. I sacchi diventano, dunque, nuovi supporti su cui intervenire ricamando figure umane – principalmente donne e bambini incontrati nei mercati africani –, che raccontano una storia più ampia. A differenza delle serie recenti, questi lavori nascono direttamente dal gesto del ricamo e non procedono per stratificazioni successive. E, sebbene si tratti di una tecnica che rende impossibile il riconoscimento dei soggetti raffigurati, diviene un mezzo per sovvertire il funzionamento dei sistemi globalizzati: ricamare è una pratica antica, che procede lentamente, richiede dedizione e si oppone alla rapidità del fast fashion.
Dunque la manualità non è solamente correlata a una questione ambientale, ma anche culturale e sociale.
Anche le opere allestite nella seconda sala sono sospese nel vuoto in una cornice spaziale bianca, neutra, che ne esalta i colori vividi e i pattern decorativi. Una soluzione allestitiva funzionale, che innesca un dialogo silenzioso fra il pubblico e i lavori di Silva, e una riflessione profonda sulle urgenze dell’epoca attuale.
La mostra offre quindi una chiara risposta alla necessità di costruire narrazioni e pratiche culturali di denuncia sociale che siano inclusive e partecipative.
Elena Mutti








