Una casa rivestita di stoffa. La mostra di Dora Fiammetta Perini a Venezia

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La mostra a cura di Charlotte Laubard, sull’isola della Giudecca, si sviluppa all’interno di un’abitazione privata in cui l’artista condurrà la sua pratica e la sua vita senza distinzione tra il tempo dell’una e dell’altra. La casa, completamente rivestita di stoffa bianco latte, sarà manipolata e dipinta da Perini, che invita gli ospiti a interagire con questo spazio in trasformazione.

CA’DORA è la mostra ‒ la casa, il corpo ‒ di Dora Fiammetta Perini (New York, 1995), curata da Charlotte Laubard nel cuore della Giudecca e visitabile fino al 22 novembre 2026. Dopo il Master in Contemporary Art Practice al Royal College of Art di Londra nel 2023 e la residenza alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia nel 2024, Perini abbandona i suoi mondi espositivi e si rifugia in una casa privata con finestre altissime, dalle quali si intravede soltanto stoffa bianco latte e qualche timida bluastra figura dipinta, almeno per ora. Laubard definisce il progetto un Gesamtkunstwerk domestico, in cui l’intimo diventa universale e alla sottrazione radicale dell’identità dello spazio corrisponde una iper estensione del riconoscimento tra umano e oggetto: si assiste alla personificazione della casa attraverso una serie continuativa e inaspettata di interventi pittorici e manipolativi, eseguiti dall’artista per tutta la durata della mostra.

Exhibition view of Ca’ Dora in Venice, 2026, showing the installation within the historic interior spaces. Photo by Giulio Favotto.
Ca’ Dora, exhibition view, Venice 2026. Photo Giulio Favotto (@giulio.favotto)

LA MOSTRA-INSTALLAZIONE DI DORA FIAMMETTA PERINI A VENEZIA

L’opera site-specific è totalizzante, viscerale, instabile. All’interno della casa, che l’artista abiterà come fosse sua, pareti, oggetti e arredi sono scomparsi, nascosti da un telo candido ma grezzo. La cucina, le sedute, le superfici, i fornelli, le luci ‒ perfino il tostapane ‒ sono diventati epidermide; le fughe dei muri sono vene, i cavi arterie sotto pelle. Le pieghe incidono lo spazio come una ferita vulnerabile ma coriacea, una scorza che resiste al tempo e alla vita. Migliaia di graffette bucano e fermano il tessuto, come già in passato strumenti chirurgici hanno fatto con il corpo dell’artista, in una metafora autobiografica profonda e coraggiosa che rimanda alle manipolazioni che le hanno cambiato la forma: l’involucro, la dimora che chiedeva di essere rasa al suolo e ricostruita ‒ come scrive Perini ‒ “unendo i lembi di tela, restringendo una soglia tra il dentro ed il fuori, dando una forma desiderata, ad un corpo, una casa, che sono la stessa cosa”.  È proprio questo che accadrà nei mesi a venire. Cucire, pinzare, restringere una superficie non è mai un gesto neutro: significa decidere cosa resta fuori e cosa viene trattenuto, cosa emerge e cosa viene sepolto. La casa diventa estensione del corpo e il corpo estensione dello spazio; entrambi sottoposti a un regime di trasformazione continua che oscilla tra controllo e perdita di controllo, tra costruzione e dissoluzione, tra urgenza e noia. “La tela non dipinta sembra innaturale come una pelle tagliata”, afferma Perini: il colore, indelebile, continuerà a sporcare l’epidermide della casa e la modificherà per sempre, dalle seggiole rivestite in giardino fino al “ventre” dello spazio, nel punto più alto e più interno possibile. La fruizione si fa così percorso libero ma orientato al raccoglimento: molta luce all’uscita, soprattutto nei giorni di sole; nessuna luce nella nicchia vuota al termine della minuscola scala a chiocciola, invisibile dal piano terra e dove si va da soli, fisicamente e mentalmente, nel senso più radicale del termine.

Exhibition view of Ca’ Dora in Venice, 2026, showing the installation within the historic interior spaces. Photo by Giulio Favotto.
Ca’ Dora, exhibition view, Venice 2026. Photo Giulio Favotto (@giulio.favotto)

TEMPO E CURATELA

CA’DORA è processo di creazione ed esposizione permanente; vivere dentro il lavoro, però, non assume i toni della performance, bensì quelli di una coabitazione che tende alla codipendenza strutturale: abitare significa essere abitati. Perini continuerà a cucinare, lavare i suoi abiti, dormire, ricevere amici, ospitare cene, riporrà i suoi enormi anelli in un portagioie rivestito di panno. La vita quotidiana insiste sull’opera e, se Perini ne è protagonista, anche chi le orbita intorno finirà per lasciare traccia sulla stoffa. “Io sono tutti tipi di visitatore” dice, riprendendo la personificazione corpo-casa ed estendendola anche agli ospiti. Chi avrà “baciato i tagli”? Chi si sarà sentito sopraffatto? In questo senso, il tempo diventa materia curatoriale. Laubard e Perini lavorano sui paesaggi interiori ed esteriori e sulla possibilità che una pratica si lasci curare e consumare proprio mentre consuma e cura. Ed è forse questo il tratto più intuitivo del progetto: una richiesta di fruizione continuativa e curiosa, da parte di tutti i soggetti coinvolti. Ogni gesto, nei prossimi mesi, sarà assorbito dai teli bianco latte finché il candore iniziale non sarà scomparso. Probabilmente il colore finirà anche sui soffitti, la polvere si impossesserà di ogni fessura e ci saranno i segni, inevitabili, delle impronte di chi viene e va. Forse alcune pinzature salteranno e certi squarci si allargheranno, come succede con le ferite vere. Magari si romperà qualcosa, come accade in tutte le case, si proverà ad aggiustare il danno e, se non si riesce, si chiederà aiuto oppure ci si terrà i guai, come fa chiunque. Perini si definisce “la strega della Giudecca” e all’ingresso offre delle caramelle blu, come nella fiaba di Hansel e Gretel. Ai visitatori ricorda di non accettarle dagli sconosciuti, ma lei non può più esserlo: ha aperto a tutti le porte di casa, quando la casa è lei.

Vittoria Colagiovanni

Dora Fiammetta Perini

  • Exhibition view of Ca’ Dora in Venice, 2026, showing the installation within the historic interior spaces. Photo by Giulio Favotto.
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