Ambiente espositivo, bookshop, marchio editoriale e studio grafico veneziano, bruno si racconta attraverso la voce dei suoi fondatori, che propongono una riflessione sul ruolo dell’imprevedibilità e dell’errore come elementi generativi del processo creativo. Grazie a esempi concreti e riferimenti alle pratiche collaborative, emergono metodologie di lavoro che intrecciano produzione materiale del libro, curatela dei contenuti e costruzione di un dialogo costante con comunità locali e internazionali.
Andrea Codolo e Giacomo Covacich sono gli ideatori di bruno, realtà veneziana che, dal 2013, affianca alle logiche della progettazione grafico/editoriale quella dello spazio espositivo, instaurando collaborazioni con artisti, istituzioni locali e internazionali. Li abbiamo intervistati.

foto © Matteo de Mayda
Partiamo dal nome bruno, che sembra potersi riferire contemporaneamente a molte cose. Tra queste c’è anche l’orso, una figura che compare in modo più o meno esplicito nella vostra comunicazione. Per voi è una delle tante nature possibili del progetto, una chiave narrativa, oppure una presenza che orienta in maniera più radicale il vostro modo di lavorare?
Andrea Codolo: Il processo di scelta del nome è stato abbastanza complesso. Cercavamo qualcosa che non fosse troppo connotativo di una sola parte dell’attività che volevamo aprire, quindi fin dall’inizio il nostro progetto è stato concepito nelle sue molteplici nature. Ci piaceva l’idea che fosse un nome un po’ ambiguo, desueto se vuoi; bruno è anche un aggettivo, una sfumatura di colore, forse un po’ cupo. È una parola semplice anche per il pubblico a cui ci siamo sempre voluti rivolgere, che non è esclusivamente italiano, ma anche internazionale. bruno è nato in questo modo. Poi, però, quando abbiamo aperto il negozio, abbiamo messo in vetrina un orsetto che ci aveva regalato un’amica, da lì hanno cominciato a regalarcene in continuazione. Siamo diventati dei collezionisti di orsetti di tutti i tipi, ed è diventato una mascotte. In realtà ci aiuta, anche nella comunicazione online, a sdrammatizzare e a prenderci meno sul serio.
Il vostro spazio nel centro di Venezia è insieme laboratorio, bookshop, ambiente espositivo e luogo di passaggio. Queste diverse identità dialogano spontaneamente tra loro o convivono, talvolta, in una tensione produttiva?
Giacomo Covacich: Il nome è volutamente il riflesso della possibilità di abbracciare più dinamiche. Ovviamente il progetto è ancora in divenire: quando abbiamo aperto eravamo uno studio grafico e un bookshop, poi dopo un anno e mezzo abbiamo cominciato a pubblicare. Lo spazio vuole abbracciare e lasciarsi contaminare da questo grado di incertezza, da questa variabile imprevedibile. È qualcosa che abbiamo cercato, ma a volte anche subìto. In alcuni momenti è difficile da gestire, in altri è molto produttivo. A volte noi stiamo lavorando e nel frattempo ci sono delle presentazioni, tutto è molto aperto, non c’è un vero e proprio controllo. Ma anche questo ci ha permesso di conoscere figure stimolanti e interessanti. È una variabile che, all’inizio, abbiamo solamente teorizzato, poi l’abbiamo sperimentata nel nostro quotidiano. Con il tempo abbiamo imparato a trasformare questa imprevedibilità in un valore aggiunto.
I PROGETTI DI BRUNO
Nei vostri progetti il gesto artigianale convive spesso con la sperimentazione tecnica, in particolare nell’ambito della stampa e dell’editoria indipendente. Come si relazionano tra loro questi elementi?
Giacomo Covacich: Sicuramente c’è una componente, come dici tu, un po’ artigianale. Ci consideriamo dei progettisti a tutti gli effetti: vogliamo lavorare in sintonia con tutti gli strumenti, sia digitali che di produzione, per poi dare una forma concreta alle idee. Ci piace molto lavorare sul formato libro e capire al meglio come diverse tipologie di confezione e di stampa possano aiutare a valorizzare i contenuti nel modo migliore. Cerchiamo sempre una relazione molto diretta tra il contenuto e la forma grafica del progetto; bruno è per certi versi un luogo di ricerca anche per noi, da cui possiamo attingere. Avere a portata di mano una vasta panoramica di lavori di altri nostri colleghi è un elemento molto stimolante. Qui tutto gravita attorno all’oggetto libro e ciò ci permette di portare avanti una ricerca teorica rispetto alla professione. Vale per tutti gli eventi, le presentazioni che facciamo e per i libri che poi andiamo a produrre. L’obiettivo è cercare di bilanciare al meglio diversi aspetti, che vanno dall’autorialità alla funzionalità.
Ci sono dei procedimenti che avete deciso di approfondire e portare avanti nel tempo?Andrea Codolo: Ci piace sperimentare sul lato tecnico perché ci permette di capire meglio il processo produttivo. Abbiamo un rapporto quasi sinergico con Grafiche Veneziane, il nostro principale fornitore. Quasi tutti i nostri libri sono stati stampati da loro e questo ci consente di entrare nel dettaglio della produzione in modo molto più efficace. Entrare in legatoria, fare prove con la macchina da stampa… sono tutte cose che ci permettono di essere più attenti ai processi industriali e artigianali, ma anche di portare avanti la ricerca alla base del nostro progetto.
Nella vostra esperienza, ci sono progetti nati da un errore di processo, da uno scarto o da un imprevisto?
Giacomo Covacich: Potrei dirti tutti e nessuno.
Andrea Codolo: Gli errori fanno parte del gioco e in alcune occasioni dallo sbaglio sono derivate cose migliori di quelle che avevamo immaginato. Detto ciò, per il tipo di lavoro che facciamo, per noi l’errore è sempre una grandissima sofferenza, ce lo portiamo dietro per tutta la vita anche se mentalmente sei preparato, sai che può succedere, soprattutto con l’editoria. D’altronde un libro senza errori non esiste.
E in quale momento, secondo voi, l’errore smette di essere qualcosa da correggere e diventa magari un metodo, o persino un tratto riconoscibile del vostro lavoro?
Giacomo Covacich: Pensando agli errori e alla loro capacità di generare uno scarto in termini di creatività, ci è capitato di voler realizzare un libricino con un effetto super lucido ottenuto dallo sviluppo fotografico. Alla fine abbiamo fatto una plastificazione talmente glossy che il foglio non stava più fermo e in legatoria non si riusciva a raccoglierlo perché scappava da tutte le parti. Confezionarlo è stato un inferno. Un’altra volta abbiamo tagliato un’aletta a causa di un errore, poi abbiamo timbrato i libri sul taglio facendo finta che fosse una labbratura. Il risultato finale è bellissimo, se non lo sai.
D’altronde, molto spesso, di questi processi resta visibile solo il risultato finale.
Andrea Codolo: Esatto. È una sfida anche l’errore, è una sfida uscirne e farne tesoro e memoria per cercare di evitarlo successivamente. Anche perché non è affatto divertente quando ha un impatto economico.
In relazione a questo, c’è un vostro lavoro passato su cui oggi vi piacerebbe rimettere mano? Non necessariamente per correggerlo, ma per rileggerlo o andare in un’altra direzione.
Giacomo Covacich: Per il momento no. Ci succede, più che altro, di dover affrontare delle ristampe e in questo caso dobbiamo fare delle scelte, come per esempio cambiare la carta perché il secondo giro di stampa deve essere più economico del primo.
Andrea Codolo: Poi, come credo per tutte le cose della vita, se mi chiedi di guardare indietro ci sono delle scelte che abbiamo fatto con la consapevolezza che avevamo tanti anni fa e che nel tempo è mutata. Sicuramente sono capitate delle occasioni in cui ci siamo detti: “Questa specifica cosa sarebbe stata perfetta per quel progetto”, però credo che faccia parte dell’esperienza che si matura in tutte le situazioni.

Matteo de Mayda, bruno, Venezia 2024
foto © Matteo de Mayda
BRUNO E VENEZIA
Era Mare si configura come un progetto emblematico del vostro lavoro, tanto per il tema, quanto per le modalità. Di fronte all’acqua alta del 12 novembre 2019 avete evitato la cronaca diretta, costruendo un racconto collettivo fragile che invita a riflettere sul futuro della città. Quali urgenze vi hanno spinto ad avviarlo?
Andrea Codolo: Era Mare nasce da un’occasione drammatica e sconvolgente per tutte le persone che erano a Venezia in quel momento e lo è stato anche per noi. Alla fine la nostra struttura ha retto benissimo, ma eravamo chiusi in studio a pensare al nostro fortino e a come difenderlo, senza realizzare che probabilmente avremmo potuto essere d’aiuto ad altri. Questo è il contorno, anche a livello emotivo, che poi ci siamo portati dietro nelle settimane successive.
Concretamente, come si è sviluppato il progetto?
Giacomo Covacich: Nei giorni seguenti eravamo tra i pochi luoghi a essere completamente operativi. Questo ci ha permesso di ospitare Matteo de Mayda, caro amico e ottimo fotografo, che stava documentando la situazione in città per diversi giornali europei: girava per Venezia a scattare fotografie e a fine giornata tornava da noi per post-produrre e inviare le foto. L’idea è nata vedendo il materiale che Matteo stava producendo, abbiamo iniziato a pensare di poter fare qualcosa anche noi. Poco prima era nata un’associazione di residenti e commercianti tra Campo San Barnaba e Campo Santa Margherita e ci è sembrato interessante contribuire con un progetto che raccontasse quanto stava accadendo. Senza soffermarci esclusivamente sulla tragedia, ci interessava proporre uno sguardo che fosse anche propositivo. Da qui è nato il progetto. Ci siamo inventati questo formato particolare, che ti permette di guardare alla fragilità della situazione o fare quasi finta di niente. Sfogliando le pagine le fotografie sembrano raffigurare persone che giocano con le architetture, quando invece si stanno tenendo alle pareti per riuscire a camminare tra l’acqua. Un testo volutamente insolito, quasi distopico, suggerisce un futuro in cui l’acqua è ormai una condizione permanente, dove i piani terra non esistono più e i campi sono costantemente allagati.
In che modo questo gesto curatoriale riflette il vostro approccio all’editoria, dove convivono posizione politica, cura delle relazioni e sperimentazione formale?
Giacomo Covacich: Il progetto ha coinvolto diverse persone e ha riflesso lo spirito di quel momento, una forte esigenza di comunità e di contatto, un modo per chiedersi reciprocamente: “come stai, hai bisogno?”. In questo senso, anche il processo di realizzazione ha messo in moto la condivisione. Il risultato è stato molto positivo. Abbiamo prodotto 750 copie, che sono state veicolate attraverso donazioni a favore dell’associazione.
Andrea Codolo: Per facilitare la diffusione abbiamo dato una mano nella comunicazione, tra social e presentazioni pubbliche, contribuendo così a distribuire tutte le copie.
Giacomo Covacich: Abbiamo raccolto più di 8mila euro, con questi fondi siamo riusciti a realizzare delle paratie per i luoghi più fragili del quartiere. Il progetto ha avuto un ottimo riscontro anche a livello mediatico: diversi giornali ne hanno parlato, contribuendo a diffonderlo. Lo abbiamo realizzato cercando di fare il meglio possibile con i mezzi a disposizione, lavorando con una tipografia veneziana di grande qualità, stampando su carte che già utilizzavamo per le nostre edizioni precedenti e senza cercare di ridurre i costi, ma anzi puntando al massimo risultato possibile.
Era mare non si configura come un caso a sé stante: molti vostri libri nascono da relazioni e dialoghi con artisti, designer, fotografi o ricercatori. Quanto conta la curatela nella scelta di chi coinvolgere e di come combinare materiali, immagini e testi?
Giacomo Covacich: Per noi progettare vuol dire anche aprire un dialogo, quindi è fondamentale capire il pensiero degli altri. La cosa più interessante di questo mestiere è che puoi dialogare e continuare a imparare. Per noi bruno è la chiave per creare dei legami con altre realtà che lavorano con la città e il territorio. Nell’ultimo anno abbiamo lavorato con Simone Carraro, Amalgama, Tocia, Barena Bianca… Venezia è il luogo dove nasce bruno e abbiamo scelto di starci dentro. Avere un network è parte di una vitalità necessaria non solo da un punto di vista commerciale, ma anche relazionale. L’obiettivo è avere uno spazio frequentato da persone coinvolte nei nostri stessi interessi.

foto Grafiche Veneziane
IL DIALOGO E LA COLLABORAZIONE SECONDO BRUNO
In occasione dell’ultima Biennale Arte, avete proposto per la terza volta una collaborazione con UC studio, che si è tradotta in Morning Rituals: un invito a rallentare, a ritrovarsi in un momento dichiaratamente non produttivo attraverso una colazione collettiva. In che modo questa esperienza ha interagito con la vostra pratica quotidiana?
Andrea Codolo: Morning Rituals influisce nettamente sulla nostra pratica quotidiana. Innanzitutto, perché ci fa svegliare prima per essere pronti all’arrivo degli ospiti; inoltre, ci permette di godere delle presentazioni e della colazione collettiva. È una cosa a cui teniamo tantissimo, tant’è che quest’anno la rifaremo. Ci permette di invitare le persone in una situazione conviviale, ma anche di mantenere la concentrazione su quello che presentiamo. Durante la settimana di opening della Biennale succede di tutto e verso sera ci sono sempre un sacco di eventi, quindi ci interessava arrivare a un equilibrio. Ci sembra che questa cosa funzioni.
Se pensiamo a bruno più come pratica che come studio, qual è l’aspetto che difendereste anche se diventasse improduttivo, poco efficiente o non performante? C’è qualcosa che, proprio perché fragile o non ottimizzato, ritenete essenziale preservare?
Andrea Codolo: Mi verrebbe da dire l’essenza stessa di bruno. D’altronde, la relazione di equilibrio che si crea tra uno spazio aperto come un negozio e uno spazio più privato come uno studio cela delle fragilità, però è anche l’essenza di quello che facciamo. Non funzionerebbe in nessun altro modo, il suo valore aggiunto è l’imprevedibilità.
Giacomo Covacich: C’è stato un progetto che abbiamo scoperto essere nato durante una Biennale Architettura attraverso incontri tra curatori di alcuni padiglioni che venivano qui a guardare i libri. A distanza di due anni ci hanno chiesto di presentare questo prodotto editoriale e raccontato che proprio bruno, in maniera del tutto autonoma, era stato un catalizzatore per il progetto. Lo stesso vale per noi: ci piace il fatto che una persona possa entrare a vedere dei progetti interessanti che si condensano nella forma del libro e pensare: “Questo potrei farlo anche con il mio progetto” e iniziare così una nuova sfida.
Andrea Codolo: In un certo senso ci rende molto accessibili. Genera occasioni che poi nel tempo sono diventate amicizie, ma anche opportunità di lavoro; ovviamente a volte genera anche degli incredibili fastidi perché, come può arrivare una persona interessante, può arrivare anche un grandissimo scocciatore. Alla fine, anche se a volte ci lamentiamo, ci siamo abituati, fa parte della fragilità e dell’essenza di bruno.
Camilla Credendino



