A Punta della Dogana, fino al 22 novembre 2026, la mostra “Algebra” di Paulo Nazareth, curata da Fernanda Brenner, materializza il pensiero dell’erranza contenuto nella “Poetica della Relazione” del filosofo martinicano Édouard Glissant. L’atto di camminare diviene gesto epistemico tale da scardinare le geografie coloniali attraverso la costruzione di economie simboliche e forme di reciprocità. L’ex dogana veneziana si ri-significa così in un archivio opaco del rimosso, dove la memoria della diaspora riemerge dall’abisso: non per cercare un’origine fissa, ma per abitare lo spazio instabile della Relazione.
Per Édouard Glissant il mondo contemporaneo non può più essere concepito come una totalità trasparente, ordinata secondo genealogie lineari e identità stabili. Nella Poetica della Relazione (1990), il filosofo martinicano ricama una nuova visione del mondo a partire dall’immagine dell’arcipelago: una costellazione di isole lontane e separate, eppure incessantemente interconnesse da attraversamenti vicendevoli e scambi. Una geografia della relazione in cui le identità stesse divengono eventi negoziabili, nate dalla possibilità dell’incontro e dall’incertezza delle traiettorie che le attraversano.

(wall) Paulo Nazareth, Amor de Mãe, 20162025, courtesy of the artist and Mendes Wood DM, Brussels.
(back room, floor) Paulo Nazareth, Cadernos de Africa, 2014, Pinault Collection.
(back room, wall) Paulo Nazareth, West África, 2017, Pinault Collection.
Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Photo Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Glissant inaugura Poetica della Relazione ricorrendo a una metafora: quella della nave negriera, presentata come il luogo dell’esilio dei corpi neri deportati verso una destinazione sconosciuta. All’interno di questo spazio, i popoli costretti alla deportazione vivono una triplice esperienza dell’abisso: il primo coincide con una condizione di dolore ontologico dato dalla visione della stiva – il ventre – della nave; il secondo abisso è quello della vortiginosa traversata marina, infine il terzo è incarnato nell’immagine di tutto ciò che si è lasciato indietro, in cui l’abisso è vivificato come terrore del paese nuovo e come memoria della terra abbandonata. Quei popoli che hanno sperimentato l’abisso abbandonano la propria identità-radice ridotta in frammenti e la ricompongono in una nuova e ramificata rete di apprendimento. Vivono la Relazione, la coltivano a mano a mano che l’oblio dell’abisso si fa strada e la memoria si rafforza. È la coscienza collettiva di un’esperienza di erranza e di esilio che permette all’identità di espandersi attraverso l’incontro con l’Altro. Da questa frattura nasce una soggettività che non può più essere ricondotta a un’origine unica, ma che si definisce attraverso la molteplicità delle connessioni che la costituiscono. La nave diventa così una figura emblematica del mondo moderno: non il simbolo di una destinazione, ma quello di un transito permanente. L’identità è un cammino errante che si manifesta nella Relazione. Glissant non individua nell’erranza un atto di rifiuto né un impulso incontrollato di abbandono, ma la riconduce all’immagine stessa del rizoma, una rete di radici che si espande orizzontalmente, si dirama, incontra altre radici e si trasforma nel contatto con esse.
Il pensiero dell’erranza è il pensiero del relativo, del transitorio, di ciò che è messo in relazione e di ciò che relaziona: l’errante rifiuta l’universale generalizzato e si immerge nell’opacità del mondo. Il pensiero dell’erranza concepisce la totalità ma rinuncia a possederla. È in questa prospettiva che il transito, il viaggio e l’incontro cessano di essere semplici metafore e diventano pratiche concrete di produzione di senso.
PER UN PENSIERO DELL’ERRANZA: ÉDOUARD GLISSANT E PAULO NAZARETH

(wall, from left to right) Paulo Nazareth, Oblie, 2016, Pinault Collection; MAQINA DE REVER O PASSADO, 2019, courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São Paulo, Brussels, Paris, New York; CONTINENTS APPROACHING MACHINE, 2019, courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São Paulo, Brussels, Paris, New York.
(center, video) Paulo Nazareth, L’Arbre D’Oublier, 2013, Pinault Collection.
Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection
In questa ottica si muove – nomade e transitoria – la vita e la pratica artistica di Paulo Nazareth (1977). Si definisce un “vecchio” di Borum-Nak, il nome indigeno dell’attuale Belo Horizonte, nel suo stato natale di Minas Gerais, una regione del Brasile attraversata da eredità indigene, diaspora africana e profonde stratificazioni coloniali. La propria identità meticcia, percorsa da genealogie afrodiscendenti, indigene ed europee, è divenuta per Paulo Nazareth il luogo di una tensione permanente attorno a cui si è progressivamente articolata una pratica artistica sconfinante in una prassi di vita. Sin dagli esordi, l’artista ha assunto l’attraversamento come metodo e l’azione nomadica del cammino come linguaggio e postura estetica e politica. Le sue opere nascono da lunghe peregrinazioni intraprese a piedi, attraverso le Americhe, l’Africa e i Caraibi dove incontri, oggetti, immagini e situazioni si depositano come tracce della Relazione in un archivio nomade di identità in perpetua negoziazione. Attraversando territori incisi dalle persistenti cartografie coloniali, Nazareth attiva forme di ascolto e prossimità con soggettività storicamente marginalizzate: camminare diviene allora un gesto epistemico, un esercizio di esperienza empatica e condivisa dell’abisso. Come l’errante glissantiano, Nazareth non ricerca una radice originaria ma abita piuttosto lo spazio instabile della Relazione, in cui l’identità si costruisce e ridefinisce nel contatto con l’Altro.

ALGEBRA: LA MOSTRA DI PAULO NAZARETH A PUNTA DELLA DOGANA
A Venezia, negli spazi del piano superiore di Punta della Dogana, la Pinault Collection presenta Algebra, ampia mostra monografica di Paulo Nazareth a cura di Fernanda Brenner. A partire dal titolo – Algebra, appunto– è possibile rintracciare quella stessa frattura, quella stessa esperienza abissale che per Édouard Glissant diviene lo spazio epistemico di costruzione della Relazione. Dall’arabo al-jabr, rimettere insieme le ossa rotte, evoca l’arte algebrica come atto di ricomposizione di una frattura. Camminare per Nazareth è l’atto catartico di affrontare lo sradicamento abissale del ventre della nave schiavista, travalicando confini e sovrastrutture coloniali. A Venezia, storica soglia tra Occidente e Oriente, l’artista riconfigura gli spazi dell’ex dogana – luogo un tempo deputato al controllo e alla classificazione delle merci – in un archivio opaco del rimosso. Qui il documento ufficiale cede il passo alla traccia nascosta, alle forme di conoscenza radicate nella relazione, alla memoria che si incarna. Così, Nazareth permette di far riemergere dall’abisso ciò che le genealogie coloniali della storia avevano occultato: le vite cancellate in nome della modernità, le espropriazioni, le diaspore silenti, le classificazioni razziali, gli stereotipi inoculati negli oggetti di consumo di ogni giorno. La merce e il mercato globale sono pedine all’interno delle cartografie coloniali e tradiscono forme razzializzate, simboli di subalternità e appropriazioni esotizzanti di popolazioni afrodiscendenti o indigene. In Products of Genocide (2010), Nazareth sigilla in blocchi di resina alcuni di questi prodotti di consumo interrompendone la circolazione globale e cristallizzando la sovrastruttura coloniale della merce nel suo archivio opaco. Tutta la sua pratica trasforma lo scambio economico in una negoziazione paradossale e simbolica: lo dimostra la sala centrale della mostra dedicata a Cadernos de África, il progetto di auto-etnografia empatica che l’artista ha rivolto alle sue radici africane. Qui Nazareth ha impilato una serie di manifesti di immagini-reliquie del suo pellegrinaggio nel continente africano e permette il loro scambio per poche monete. Uno scambio rituale che richiama Exu, l’orixá protettore dei commerci, ed esplicita le economie simboliche che trasformano la sua pratica in un gesto di reciprocità. Nazareth è un mercante: scambia costantemente l’altro per noi stessi, identificazione per identità, arte considerata “alta” per arte “bassa” fatta su cartoni e giornali, vende bicchieri d’acqua, zucchero e sapone, distribuisce volantini, baratta lo spazio e il tempo delle cose.

Algebra è un mercato simbolico, un archivio opaco, un reliquiario laico, un sito archeologico invisibile. Fugge da genealogie, cronologie e mappature e preferisce procedere per frammenti, eventi, situazioni e piccoli nuclei: materializza in sé l’erranza, le sue infinite direzioni, le infiltrazioni rizomatiche e testimonia l’irripetibilità della Relazione. A fungere da fil rouge lungo il percorso espositivo è una densa scia di sale che attraversa gli ambienti di Punta della Dogana, disegnando progressivamente il profilo del ventre di un tumbeiro, la nave negriera che solcava le rotte atlantiche della tratta schiavista. Quel ventre cimiteriale richiama l’abisso evocato da Édouard Glissant: uno spazio di violenza, sradicamento e perdita in cui le genealogie vengono spezzate e l’illusione di un’identità fondata su un’origine unica si dissolve. È nella profondità di quell’abisso che prende forma una nuova condizione dell’essere, segnata dalla dispersione e dalla Relazione. La scia salina scandisce il passo fino al cuore della pratica di Paulo Nazareth, esemplificata in Notícias de América, il viaggio a piedi che ha condotto l’artista dallo stato del Minas Gerais fino a Miami nel 2012. Da quel viaggio iniziò a raccogliere frammenti e a costruire un archivio dell’erranza, tracciando rotte diasporiche e movimenti, attraversando margini, collegando l’Arcipelago e facendo esperienza della Relazione. Camminare diventa così una forma empatica in cui vivere l’abisso della Diaspora: è nell’atto stesso del viaggio che riaffiorano le memorie delle migrazioni forzate, degli sradicamenti e degli spostamenti coatti che hanno segnato la storia dei popoli indigeni e afrodiscendenti.
Camminare vuol dire lasciarsi trasformare da ciò che si incontra. Ogni passo interrompe la pretesa di una geografia stabile e restituisce il mondo alla sua dimensione relazionale. Se la storia ha mappato confini, e ha costruito il mondo tramite la separazione, Algebra di Paulo Nazareth invita ad attraversarlo come un arcipelago di reciprocità e di incontri, dimostrando che non esiste origine che non sia già una Relazione.
Niccolò Freri
29 marzo – 22 novembre 2026
Paulo Nazareth. Algebra
a cura di Fernanda Brenner
Pinault Collection, Punta della Dogana
Dorsoduro 2, Venezia
Pinault Collection Palazzo Grassi Paulo Nazareth




