Fino al 31 luglio 2026 l’Archivio di Stato di Venezia aprirà al pubblico ospitando la mostra fotografica di Dayanita Singh. Un archivio vivo, in continua evoluzione, che raccoglie scatti realizzati dall’artista in archivi ‒ e non ‒ nel corso degli ultimi dieci anni.
La mostra Archivio dispiega un archivio parallelo ‒ un meta-archivio ‒ costruito da Dayanita Singh (New Delhi, 1961) nell’ultimo decennio. Un corpus di scatti realizzati a Bologna, Como, Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, nel quale convivono ritratti degli archivi delle rispettive città, visti dall’esterno e dall’interno. Presso l’Archivio di Stato di Venezia è dunque esposta una selezione di trecentocinquanta scatti inclusi nel progetto. Le immagini, allestite su quindici supporti mobili in legno, si integrano e dialogano perfettamente con le scaffalature e con lo spazio. Ogni totem è tematico e dedicato a una città italiana ‒ fatta eccezione per Patrons, legato a ritratti e fotografie di famiglia, e i cuscini di Blue Measures. Grazie alle strutture lignee, le fotografie intessono unna conversazione formale, espositiva e concettuale con l’archivio ospite.

LA MOSTRA DI DAYANITA SINGH A VENEZIA
Dopo l’Archivio di Stato di Venezia, la mostra raggiungerà il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, poi il MAO ‒ Museo d’Arte Orientale di Torino e infine l’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi, trovando di volta in volta una nuova identità site-specific ed esplicitando la volontà di fornire un’interpretazione dell’idea di archivio, inteso come un organismo fatto di memorie condivise e condivisibili. Sono emblematiche, in tal senso, le parole del curatore Andrea Anastasio riferite a Singh e riportate nel foglio di sala della rassegna: “Cruciale è stato il ruolo dell’amicizia. L’accesso – a case private, biblioteche nascoste, collezioni di famiglia, magazzini e spazi altrimenti inaccessibili – le è stato concesso non solo grazie a incarichi istituzionali, ma anche grazie alle relazioni coltivate nel corso di decenni. Gli amici le hanno aperto le porte; le hanno affidato le loro storie, i loro interni, i loro silenzi. Così facendo, sono diventati, in senso profondo, i suoi mecenati”.
Gli scatti dell’artista prestano allo spettatore degli occhi e un punto di vista che non potrebbe mai avere, scoprendo e osservando silenziosamente spazi altrimenti inaccessibili che divengono aperti e fruibili. La mostra riporta in primo piano il ruolo del medium fotografico quale strumento di divulgazione collettiva di qualcosa che, seppur nascosto, ha valore per chiunque. Così, da un lato la fotografia, dall’altro l’archivio diventano simboli della tendenza umana a raccogliere e custodire immagini e ricordi.

L’ARCHIVIO SECONDO DAYANITA SINGH
Quel che emerge da Archivio è l’intimità di un gesto collettivo, è il raccoglimento davanti a tesori nascosti, è l’importanza data al dettaglio che, se non immortalato, rischia di cadere nell’anonimato.
In un turbinio di immagini che ossessionano il contemporaneo, Singh sceglie la quiete di una ricerca decennale: una raccolta di fotografie che si arricchisce con il tempo e che cambia costantemente. Archivio manifesta questo accrescimento nella ricomposizione e selezione specifica per ogni sede che accoglie la mostra, concretizzando così il concetto foucaultiano di eterotopia (un luogo reale che funziona come spazio “altro”). Nel medesimo luogo ‒ stavolta l’Archivio di Stato di Venezia ‒ convivono la facciata di un palazzo torinese, la mise en abyme di un album di famiglia, un labirinto di riflessi di un archivio veneziano. In questo modo l’archivio fisico diventa uno spazio di raccolta ma anche un attivatore, in un discorso che mette in relazione passato, presente e tutti i luoghi ritratti. Le immagini sono collegate da un unico grande filo rosso: lo sguardo di Dayanita Singh, capace di donare al visitatore la possibilità di vedere ciò che, molto probabilmente, non avrebbe mai guardato.
Rebecca Canavesi









