Il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna ospita nella Sala delle Ciminiere “John Giorno: The Performative Word”, a cura di Lorenzo Balbi: la prima retrospettiva istituzionale dedicata al radicale poeta e artista dell’avanguardia newyorkese.
Come si può esporre, in una mostra d’arte, il verso di una poesia? Si tratta di una delle questioni centrali di John Giorno: The Performative Word, allestita nelle sale del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna fino al 3 maggio 2026. La mostra, curata da Lorenzo Balbi e costruita per nuclei tematici, esplora tutti i principali filoni della produzione artistica di John Giorno (New York, 1936-2019), partendo dalla serie, relativamente recente, dei Perfect Flowers per arrivare ai numerosi e celebri Rainbow Paintings, alle stampe delle poesie, passando per un lungo estratto del film di Andy Warhol, di oltre cinque ore, del quale il poeta newyorkese fu protagonista. A ciò si aggiungono una sezione “d’archivio” che ripercorre le esperienze di attivismo e di formazione spirituale e il video THANX 4 NOTHING, realizzato nel 2015 in collaborazione con il marito, Ugo Rondinone. Il cuore della mostra è, però, Dial-A-Poem, un’opera interattiva con cui John Giorno, attraverso un numero di telefono da comporre, ha reso fruibili a chiunque volesse ascoltarle le registrazioni delle voci di poeti, artisti, musicisti e intellettuali intenti a leggere le proprie composizioni; l’opera è presente sia nella sua versione americana prodotta nel 1969 che in altre versioni internazionali successive, inclusa quella italiana, appositamente realizzata per la mostra, alla quale hanno partecipato, fra gli altri, Antonella Anedda, Tomaso Binga, Milo De Angelis, Valerio Magrelli e Patrizia Valduga.

L’APPROCCIO CURATORIALE DELLA MOSTRA
Il marcato eclettismo che ha caratterizzato la produzione artistica e poetica di Giorno è riflesso anche nelle scelte curatoriali volte a trovare delle soluzioni espositive efficaci per opere non del tutto convenzionali come quelle di John Giorno. Alcune stanze della mostra seguono, infatti, un criterio lineare di allestimento, facendo leva sui cromatismi intensi delle opere, mentre in altre le pareti sono internamente riempite di quadri e testi, in un sovraccarico che rispecchia quello delle insistenti ripetizioni delle poesie di Giorno e la caotica energia delle sue performance, in modo che l’atmosfera della mostra vada a integrare l’impatto visivo delle opere. Se, nel complesso, le scelte curatoriali e di allestimento cercano di riflettere l’approccio di Giorno all’arte è, tuttavia, proprio nella grande sala centrale dedicata al progetto Dial-A-Poem che lo spirito radicale ed energico della poetica di Giorno viene meno e, dalla sovrabbondanza di scritte e colori, si passa a una grande sala vuota ed essenziale, con al suo interno solo i telefoni a disco e, riportati sulla parete, i nomi dei poeti e degli artisti che hanno prestato la loro voce. In questo spazio, che dovrebbe fare della ricostruzione di una certa atmosfera intellettuale uno dei suoi punti di forza, una sostanziale aporia è data dalla mancanza di didascalie che riescano a rendere l’idea dell’importanza delle personalità dei partecipanti a Dial-A-Poem, rischiando, così, di abbandonare lo spettatore davanti a una lunga lista di nomi su un muro.

LA MOSTRA DI JOHN GIORNO AL MAMBO
Nel complesso, la mostra traccia un quadro dinamico e accattivante del vivace mondo concettuale di John Giorno e della poetica dell’avanguardia newyorkese di cui faceva parte e che costantemente riaffiora nelle sue opere, come un inno a un instancabile vitalismo espresso in una molteplicità di forme ‒ la poesia, l’arte, la performance, la musica, la spiritualità, l’amore, il sesso, l’ubriachezza e l’uso di droghe. Una pratica artistica e di vita incarnata nelle parole dipinte dallo stesso Giorno nella grande tela You got to burn to shine.
Elia Castello










