Inauguriamo una nuova rubrica dedicata ai musei che si aprono all’arte, in particolare contemporanea. Ogni caso studio ha caratteristiche specifiche, meritevoli di attenzione. In questo approfondimento raccontiamo il Museo Nazionale della Montagna di Torino, improntato all’accessibilità e alla valorizzazione del senso di comunità. Ne abbiamo parlato con Andrea Lerda, curatore del “Programma Sostenibilità” e delle iniziative legate all’arte contemporanea sviluppate dal museo torinese.
Quelle promosse dal Museo Nazionale della Montagna sono iniziative interdisciplinari ispirate a un forte sentimento di cura, che dovrebbe risultare implicito nella curatela. Grazie a un public program ben strutturato, alla costruzione di un solido rapporto tra il museo e la città di Torino e al coinvolgimento di esperti e ricercatori scientifici nella messa a punto delle attività espositive e di ricerca, il Museo Nazionale della Montagna si rivolge a un pubblico trasversale e affronta tematiche essenziali usando un linguaggio accessibile. Nel tentativo di sfondare il muro dell’arte che parla soltanto a se stessa, i progetti curati da Andrea Lerda (Cuneo, 1983) all’interno del “Programma Sostenibilità” – nel quale confluisce il ciclo di mostre avviato dal museo nel 2018 ‒ creano un ponte fra due dimensioni apparentemente distanti. In questo modo, nonostante la sua origine non artistica, il Museo Nazionale della Montagna si è guadagnato un posto nella scena artistica contemporanea.

L’INTERVISTA AD ANDREA LERDA
Quali sono i caratteri principali della tua pratica curatoriale e quali le tue aree di interesse?
Al centro dei miei interessi ci sono sicuramente le tematiche ambientali, che osservo nella loro prospettiva sociale e antropologica oltre che ecologica. I temi ecologici e le riflessioni sulla comunità sono due binari che vanno di pari passo nella mia pratica, frutto di una sensibilità, quella verso l’etica della natura, che si è materializzata in maniera del tutto inaspettata. Forse per le mie origini, ma certamente grazie agli studi con Serenella Iovino: una delle filosofe più straordinarie a livello internazionale, voce tra le più accreditate in materia di ecocritica e oggi professoressa ordinaria alla University of North Carolina at Chapel Hill. Dal 2000, all’incirca, mi sono reso conto che l’intuito mi stava portando a incontrare artiste, artisti e ricerche incentrate sulla complessa relazione tra l’umano e tutto ciò che è altro dall’umano.
Una ventina di anni fa si faceva sempre più largo, nella sensibilità di creative e creativi in Italia e all’estero, la consapevolezza dell’esito devastante prodotto dall’impatto antropico sugli equilibri ambientali. Nel tempo a seguire, le moltissime sfaccettature di questo scenario complesso sono state esplorate e analizzate in maniera sempre più ricorrente e approfondita da parte dall’arte e dalle istituzioni artistiche. Oggi, queste riflessioni sono protagoniste del dibattito quotidiano anche in ambito culturale, non solo grazie alla diffusione del pensiero di filosofe e filosofi, di ricercatrici e ricercatori autorevoli, ma anche in seguito a una serie di eventi di natura economica, sociale e politica. Inoltre, l’intensificarsi di eventi estremi indotti dal surriscaldamento globale ha contribuito a rendere sempre più urgente una presa di posizione, facendo diventare le prospettive post-antropocentriche e post-umane oggetto e soggetto delle ricerche e delle programmazioni di molti musei, nonché del sistema artistico in generale. La mia pratica curatoriale è guidata da un forte senso di responsabilità sociale, dal bisogno di rendere l’arte e la figura dell’artista sempre più centrale all’interno della società contemporanea. Credo nelle contaminazioni che si sviluppano attraverso il dialogo tra saperi, quindi nel dialogo con le persone e nel loro coinvolgimento in un complesso processo di conoscenza e di sensibilizzazione. Credo nei linguaggi contemporanei in quanto luoghi dell’incontro di diversi ambiti disciplinari ma anche come strumenti da usare in maniera inclusiva, accessibile, trasversale. Infine, credo nel reale contributo di questi linguaggi all’evoluzione umana.
Come è iniziata la tua esperienza al Museo Nazionale della Montagna? Come si relaziona la tua pratica, all’interno del museo, con i temi di comunità ed ecologia?
Il museo è un’istituzione che ha festeggiato da poco i 150 anni. Si tratta di una realtà storica non solo per la sua attività così antica e profondamente ancorata nella cultura italiana, ma anche in quanto portavoce di un’importantissima eredità. L’eredità è quella della montagna, soggetto che abbraccia tutti gli ambiti della vita, rappresentando al tempo stesso un luogo e un immaginario in costante evoluzione, oggi più che mai centrale nel dibattito di natura sociale, economica, politica e ambientale che caratterizza le sfide del presente e del futuro.
Il museo è diretto da Daniela Berta che, dal suo arrivo nel 2018, ha deciso di intraprendere un percorso di rinnovamento, affiancando al lavoro di valorizzazione dell’eredità storica della montagna – come anche delle sue protagoniste e dei suoi protagonisti – un programma che mette al centro i linguaggi contemporanei come strumento di indagine critica del presente. Una scelta inevitabile per un tema così antico, che necessitava, con tutta la cura del caso, di essere aggiornato e di essere traghettato verso un presente pronto a riaffermarne la straordinaria centralità. La decisione di Daniela Berta è stata dunque quella di lavorare anche con l’arte contemporanea e di mettere al centro il tema della sostenibilità. Per questo, nel 2018, sono approdato al museo.
Oggi credo di poter dire che siamo una delle poche istituzioni a livello italiano ad aver creato quello che abbiamo definito “Programma Sostenibilità”: uno strumento con un’identità tematica e visiva piuttosto specifica che si propone di essere un dispositivo di divulgazione e di sensibilizzazione ecologica costantemente attivo. Attraverso mostre, progetti di arte-scienza, esperienze di carattere comunitario, azioni performative, attività educative e divulgative – sia on-site, sia online, sia fuori dagli spazi del museo – proviamo a toccare il tema della sostenibilità nella sua dimensione sfaccettata e caleidoscopica, anche riflettendo sulle opportunità che le criticità possono offrire. Fondamentale è il dialogo con le persone, i territori, il mondo accademico e quello scientifico, così come verso tutto ciò che può mettere in dialogo il museo con la comunità.
Considerando questa volontà di aprire il museo all’arte contemporanea e quindi al suo uso, pensi che il linguaggio artistico contemporaneo possa essere un buon veicolo per coinvolgere il pubblico?
Con la nuova direzione abbiamo lavorato per un’apertura a 360 gradi. Non solo per quanto riguarda l’arte contemporanea e il “Programma Sostenibilità”, ma anche per tutto ciò che concerne la narrazione di carattere storico, che – grazie al lavoro del vicedirettore, Marco Ribetti, e della Conservatrice della Fototeca Storica, Veronica Lisino – presenta le collezioni del museo mediante un impianto narrativo aggiornato, rendendo attuali temi e materiali che, da testimonianze del passato, diventano mediatori trans-temporali.
Da quel momento (2018) il museo ha totalmente rinnovato la sua immagine, aprendosi a nuovi pubblici. Oggi vediamo i risultati positivi nel numero di visitatori; nella riconoscibilità del museo in ambito locale, nazionale, ma anche internazionale; nelle collaborazioni con enti e istituzioni italiane e straniere che sono state sviluppate in questi anni; nonché nella presenza che pian piano abbiamo costruito con la comunità locale e con i nuovi pubblici.
Tutto questo percorso è stato un processo naturale per quanto molto complesso e tutt’ora in corso. Un viaggio che meriterebbe una serie di riflessioni interessanti rispetto alla necessità e possibilità di trasformazione dei musei storici, in risposta a tempo ed eventi. L’arte contemporanea è, a mio avviso, uno strumento fondamentale per tradurre il presente e per dialogare con gli stimoli che provengono dal mondo. Pur rimanendo convinto del fatto che sia essenziale rendere accessibili i suoi linguaggi e i suoi contenuti, l’arte contemporanea rappresenta un medium importantissimo per interagire con la collettività e per sollecitare l’audience più tradizionale (da sempre legata all’istituzione) ad avvicinarsi a nuovi immaginari. L’apertura del museo ai linguaggi contemporanei va di pari passo con la sua costante azione di apertura verso la città e la scena locale, intesi come luoghi del reale. Non è un caso che proprio i linguaggi performativi siano stati i protagonisti di eventi che hanno preso forma volutamente nello spazio pubblico: da Post Water Choreography Project di Marinella Senatore alle azioni del public program Walking Mountains Social Walks.
Come avviene nel principio dei vasi comunicanti, la sensibilità di artiste e artisti ha svolto un ruolo di mediazione sociale tra il dentro e il fuori, usando l’incontro e lo scambio come opportunità creative e di sensibilizzazione che attivano una relazione tra Città e Museo, e viceversa. La scelta non è dunque stata solo quella di usare semplicemente l’arte contemporanea tout court, bensì di compiere un lavoro organico sul museo in quanto organismo ibrido. Questa ibridazione porta con sé la necessità di interferenze e la consapevolezza che dall’incontro possono nascere esperienze di arricchimento e di innovazione rispetto alle modalità narrative, espositive e comunicative convenzionali.

A quali pubblici sono indirizzate le vostre iniziative?
La programmazione del museo si rivolge a un pubblico trasversale. Questo grazie alla sua natura e a quella dimensione ibrida che si è costruito in questi ultimi anni. Non credo sia così frequente trovare un’istituzione che possieda al suo interno una Collezione, una Fototeca e una Videoteca storiche, una Biblioteca (nel nostro caso la Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano), una programmazione artistica di taglio storico-archivistico, un palinsesto di arte contemporanea, un “Programma Sostenibilità”, oltre alle attività educative, divulgative, di ricerca e alla produzione di progettualità esterne. Tutto questo ha una forte ricaduta sulla grande varietà di contenuti offerti e sui pubblici che vi accedono. Inoltre, ribadisco la volontà di accessibilità e leggibilità, centrale nelle nostre proposte. Pur considerando i limiti economici che rendono complesso il lavoro in tal senso, facciamo del nostro meglio per migliorare costantemente rispetto a questo obiettivo.
Considero importante questo aspetto di accessibilità e leggibilità, poiché definisce un certo tipo di arte contemporanea, che non è tutta. Purtroppo esiste ancora un muro di arte elitaria che rappresenta un grande problema.
Personalmente mi piace lavorare con artiste e artisti che interpretano in maniera coerente e autentica il valore sociale dell’arte. Dunque, persone che non sono unicamente interessate a parlare di sé e della propria pratica ma che scelgono di lavorare e di mettere a disposizione della collettività il loro intuito per contribuire al dibattito sui grandi temi del presente e del futuro. Mi interrogo in questo senso su cosa sia oggi un artista, su come costruire modalità innovative per integrare la dimensione creativa e la capacità visionaria all’interno della vita quotidiana. Non essendo il nostro un museo di arte contemporanea in senso stretto, ma un museo “contemporaneo” – nella sua accezione più ampia e attuale – abbiamo la libertà di provare a fare in modo che da archivio del passato possa diventare con una sorta di parco giochi dove si incontrano diverse tipologie di tempo, temi e attori.
Credo che, nel nostro caso, questa sia la strada corretta per abbattere il muro che molto spesso – tutt’oggi – porta le persone ad affermare di non capire l’arte contemporanea.
Le idee e le visioni utopiche – seppur guidate da obiettivi e da scenari applicativi reali – non ci mancano. Va detto che la complessità nell’individuare le risorse economiche adeguate rende questo processo di trasformazione molto lento e dilatato.
I PROGETTI DEL MUSEO NAZIONALE DELLA MONTAGNA
La mostra The New Orchestra. Dalle comunità montane alla comunità del futuro, visitabile fino 31 maggio 2026, presenta la duplicità di binari di cui parlavi all’inizio. Da un lato il tema della natura e della montagna, ma anche questo aspetto di comunità. Come è stato realizzare questo progetto?
Il progetto fa parte del “Programma Sostenibilità” ed è l’ultimo capitolo di una narrazione concatenata che ha preso forma negli otto anni precedenti. Dopo mostre più di ricerca e per certi versi di denuncia ecologica, guidate dal confronto con il pensiero filosofico e quello scientifico contemporaneo, a un certo punto mi sono chiesto: “Non è forse giunto il momento di ripartire dal Noi e dalla riscoperta del senso di cura verso l’altro, inteso come essere umano?”. Una domanda che sposta il focus del problema verso una dimensione più di prossimità, entrando nella sfera delle relazioni intime e interpersonali. Questo perché penso che le grandi riflessioni filosofiche, certamente necessarie per forzare la rilettura dei paradigmi, debbano essere affiancate da contenuti che permettano al pubblico di trasferire nella loro quotidianità il concetto di cambiamento. Così il cambiamento sarà fattivo, misurabile e concreto.
The New Orchestra parte, dunque, dalle persone. Si interroga sulla possibilità di un benessere comunitario generato dalla riscoperta del senso di collaborazione, partecipazione e mutuo supporto. Inoltre, di come questo benessere riesca, di riflesso, a produrre un welfare ecosistemico con ricadute positive per tutto ciò che ci circonda: montagna, foreste, ecosistemi marini e fauna inclusi. La mostra nasce da questo desiderio di rigenerare un senso di comunità e di comunanza oggi deflagrato per diverse ragioni.
Quale esempio migliore allora, se non le comunità montane, storicamente depositarie di quel sentimento di aiuto e di sostegno reciproco necessario per poter vivere nelle Terre Alte, per attivare una serie di riflessioni proiettate al futuro? L’atteggiamento comunitario con cui le persone hanno abitato questi luoghi in passato può stimolare il ripensamento degli stili di vita degradati di oggi, guidando i e le giovani che intendono investire in questi luoghi e in un mondo migliore, nel complesso percorso di riscrittura delle regole del gioco.
Essendo un progetto nato da sei residenze in diverse zone montuose, distribuite su tutto l’arco alpino e appenninico, come sono stati scelti i progetti?
Con The New Orchestra abbiamo scelto di incontrare le comunità, in modo particolare i giovani che hanno deciso di restare, di tornare o che hanno trovato nei territori montani il luogo per una ripartenza. Abbiamo scoperto che – nonostante le grandi complessità del vivere in questi luoghi e del poco sostegno verso le aree interne – la montagna è un luogo vivo e vitale, dove è possibile riscrivere i paradigmi contemporanei e dare vita a modelli alternativi per fare comunità. Da qui la scelta del sottotitolo della mostra, Dalle comunità montane alla comunità del futuro, che ha guidato tutta la narrazione del progetto espositivo.
Sono sei le figure coinvolte, quattro italiane e due internazionali, scelte grazie al contributo di altre tre figure curatoriali: Sofia Baldi Pighi, Gabriele Lorenzoni e Alexandra Mihali. Le artiste e gli artisti selezionati, Hannes Egger, Olivia Mihălţianu, Rebecca Moccia, plurale, Eugenio Tibaldi ed Emilija Škarnulytė, hanno trascorso un periodo di residenza di circa due settimane in dialogo con una delle sei comunità individuate presso altrettante località diffuse in cinque regioni dell’arco alpino e appenninico (Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna). Qui sono entrati in ascolto del territorio e delle sue storie, grazie alla mediazione e alla collaborazione fondamentale di enti del terzo settore, associazioni, fondazioni, musei, realtà pubbliche e private che già operano nei luoghi. È nata così questa collaborazione molto articolata, e decisamente arricchente, che ha permesso di approfondire tematiche diverse, dando vita a sei opere inedite che sono in questo momento esposte in mostra. In tal senso, il progetto espositivo è solo l’ultimo capitolo di un lungo racconto, per certi aspetti non così semplice da raccontare al pubblico.
Anche in questo caso, si tratta di una mostra che non si limita al dato artistico, ma che si articola in un percorso di contenuti parallelo di diversi ambiti disciplinari: dall’etnomusicologia alla sociologia all’antropologia. In questo modo, il pubblico è portato a incontrare gli stimoli degli artisti e delle artiste ma, se lo desidera, ha la possibilità di approfondire una serie di questioni prettamente tecniche o di incontrare punti di vista che consentano un’immersione più profonda e critica.

Quali sono stati i progetti precedenti a The New Orchestra sviluppati dal Museo Nazionale della Montagna?
La prima mostra che abbiamo presentato, in quello che sarebbe poi diventato il “Programma Sostenibilità”, è stata Post Water (2018). Un progetto di natura artistica e scientifica che affrontava l’impatto del surriscaldamento globale sugli ecosistemi idrici, aprendo lo sguardo a una serie di scenari possibili. In questa occasione, l’impianto artistico e quello scientifico, insieme al dialogo con le collezioni storiche del Museo Nazionale della Montagna, creavano un cortocircuito denso di rimandi tra passato e futuro.
Il riallestimento della mostra ha preso forma sotto il titolo di Under Water (2019). Così è diventata un’esposizione che alla prospettiva catastrofista privilegiava uno sguardo generativo, guidato dalle ricerche in materia di Nature-Based Solution: quindi dalla possibilità di mitigare gli esiti della crisi climatica adottando tecniche apprese dal funzionamento della natura e dal suo potere autogenerativo.
È stata poi la volta di Tree Time (2019), anche questa di carattere scientifico e in dialogo con le collezioni del museo. Un’esposizione che giunse, in maniera del tutto inaspettata, in un momento storico significativo (in negativo) per gli ecosistemi forestali e boschivi a livello planetario. Era il momento del post Tempesta Vaia e dei grandi incendi in California, che proponevano scenari devastanti (per certi versi post-apocalittici), oggi oggetto di un pericoloso processo di normalizzazione mediatica. Grazie al coinvolgimento di Matteo Garbelotto – Direttore presso il Forest Pathology and Mycology Lab di Berkeley e adjunct professor presso l’Environmental Science, Policy and Management Department dell’Università della California – è nato un progetto improntato sui contributi offerti dalla scienza in materia di gestione e cura del patrimonio forestale e boschivo. È nata così la collaborazione con il MUSE ‒ Museo delle Scienze di Trento, che ha ospitato una versione aggiornata della mostra.
Nel 2020 abbiamo sviluppato un progetto di ricerca dal titolo Ecophilia, nato dal confronto con Ruyu Hung – Professoressa di Filosofia dell’Educazione presso la National Chiayi University di Taiwan ‒ che, nel 2017, ha coniato questo termine, costituito dall’unione di due concetti: quello di “biofilia” e quello di “topofilia”.
Cos’è quindi l’ecofilia e quali erano i temi cardine dell’esposizione?
La mostra Ecophilia si soffermava sul sentimento di connessione fisica e affettiva tra la specie umana e tutto ciò che è altro dall’umano, nonché sulla possibilità di riscoprire e allenare questo senso attraverso un approccio eco-pedagogico. Al fianco di azioni necessarie sul piano politico ed economico, così come su quello culturale e sociale, Ruyu Hung definisce i caratteri di un nuovo modello educativo che, agendo sui meccanismi mentali e comportamentali e intervenendo sulle metodologie di insegnamento, possono sviluppare un sentimento collettivo di empatia, o di ecofilia con il mondo. In questo senso, Ecophilia, allarga una visione dal piano artistico a quello sociale, ponendo le basi per l’osservazione della montagna quale luogo privilegiato per l’eco-pedagogia teorizzata dalla Hung.
L’esposizione, che ha visto protagonistə sei tra artiste e artisti attivi a Torino, ha prodotto altrettante opere inedite ed è nata grazie a un lungo percorso di interazione con filosofə, antropologə, espertə di sostenibilità e di cultura della montagna, in un dialogo multidisciplinare con gli artisti e il curatore. Tra le figure coinvolte: Rosi Braidotti − Filosofa e Distinguished University Professor all’Università di Utrecht; Giuseppe Barbiero − Biologo e Professore di Ecologia all’Università della Valle d’Aosta; Ruyu Hung; Enrico Camanni − scrittore, giornalista e storico dell’alpinismo; Paolo Cresci − Direttore associato, responsabile del settore sostenibilità e impianti in Arup a Milano.
Ecophilia ha dunque segnato una sorta di evoluzione rispetto a Post Water e a Tree Time. Da un approccio più di denuncia aperta del problema, al tentativo di indagare e proporre scenari nuovi, generativi e alternativi, con un’attenzione anche alla possibilità di affrontare temi critici mediante immaginari positivi e possibilisti.
Ci sono state altre mostre con proposte di nuovi scenari positivi sul tema?
Successivamente, è stata la volta di The Mountain Touch (2022), mostra di arte-scienza, che andava proprio in questa direzione. La riflessione nasceva da una serie di ricerche scientifiche relative all’impatto positivo della natura sul nostro piano biologico e psicologico. Le opere in mostra indagavano i benefici, visibili e non, dell’esposizione umana agli ambienti naturali. Anche in questo caso la voce della scienza è stata fondamentale, grazie al coinvolgimento, tra gli altri, di Qing Li, immunologo e presidente della società giapponese di medicina forestale (Università degli Studi di Tokyo); del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi dell’Università degli Studi di Torino; del Center for Behavioral Sciences and Mental Health dell’Istituto Superiore di Sanità. Anche questa mostra è stata riallestita presso il MUSE e ampliata ulteriormente nei contenuti.
Altro progetto sviluppato attraverso un percorso di ricerca allargata, grazie alle esperienze artistiche e performative nate nel territorio transfrontaliero tra Italia e Francia, è stato Stay With Me – The Mountain as a Space of Resonance: una mostra che ha visto protagonisti la sound artist Magda Drozd e il walking artist Michael Höpfner, coinvolti in un lavoro di incontro con i territori e le comunità locali per parlare di risonanza. Questa esperienza ha generato successivamente Walking Mountains (2024): una grande collettiva che includeva le opere di una ventina di artiste e artisti che fondano la loro pratica sul cammino. Non un’esposizione sulla Walking Art, bensì una mostra che proponeva il cammino come occasione per immergersi nei contesti montani e per ripensare il nostro modo di stare-in-contatto con il mondo. L’attraversamento della montagna a piedi è diventato allora l’occasione per un dialogo inedito con l’alterità, strumento per un’evoluzione del sentire; esperienza di rinnovamento della coscienza individuale e collettiva, ma anche atto radicale − intimo e politico al tempo stesso − di disubbidienza e rivoluzione. Il progetto ha visto il coinvolgimento di Hamish Fulton (fondatore della Walking Art) in chiave di mentore d’eccezione insieme a Michael Höpfner, ed è stato l’omaggio a una figura che da sempre dichiara il legame inscindibile tra cammino e arte.

LA CURATELA SECONDO ANDREA LERDA
Quale valore dai ai public program? Pensi che siano complementari rispetto alla mostra nell’ambito della quale sono inseriti?
Tutte queste mostre sono solitamente arricchite da public program che prendono forma sia all’interno del museo sia fuori. Il public program credo possa rappresentare uno strumento fondamentale, soprattutto se l’istituzione ha le risorse adeguate per poterne realizzare di coinvolgenti e dall’impatto convincente, in termini qualitativi ma anche quantitativi. Ciononostante, rimane importante anche come occasione per sperimentare modelli di interazione nuovi con i pubblici. Noi abbiamo scelto, quando ne abbiamo la possibilità, di affiancare a eventi più tradizionali (come talk e presentazioni), momenti di carattere performativo on-site, nel bosco che circonda il museo e in città. Ciò che per me è stimolante è il “portare fuori”: il museo e la sua identità, così come la mostra e i suoi contenuti, cogliendo le opportunità date dal contatto tra l’istituzione e la comunità. Ecco allora l’esperienza di Walking Mountains Social Walks, programma performativo pubblico presentato tra il 2024 e il 2025.
Nel 2014 hai fondato Platform Green. Da dove è nata la scelta di aprire una “piattaforma curatoriale” online e quali sono i suoi obiettivi?
È nata sempre da quell’intuizione di cui ti parlavo e dall’esigenza di condividere, attraverso un contenitore aperto e accessibile a chiunque, non solo il frutto delle ricerche e degli incontri che stavo conducendo, ma l’urgenza di temi che mi stavano a cuore. Platform Green risponde al desiderio di creare qualcosa di condiviso e potenzialmente utile. Inoltre, in quel momento, non esistevano molti spazi online tematicamente così specifici. Nel tempo si sono così rafforzate le indagini su artiste e artisti vicine alle questioni ecologiche, gli studio-visit, le chiacchierate, le letture e le visite alle mostre su questi temi, che ho deciso di raccogliere in una sorta di archivio a disposizione di tutti, senza particolari pretese in termini di posizionamento o altro. Nel tempo Platform Green ha avuto un’evoluzione maggiormente “fisica”, grazie alle collaborazioni e alle progettualità nate da tali ricerche. Oggi continua il suo percorso, molto meno intenso in termini di pubblicazioni, questo perché il tempo che ho a disposizione per curarne i contenuti è estremamente limitato.
Qual è il tuo progetto a cui sei più legato?
Sento molto forte il legame con il mio territorio di origine, non a caso montano, dove – ormai da molto tempo – collaboro con l’associazione Art.ur di Cuneo. Con loro mi occupo principalmente di curare due progetti: Living Room e Connecting Worlds, La prima è una residenza d’artista, che ogni anno porta nel capoluogo cuneese e sul suo territorio quattro artistə per un’esperienza di scoperta, ricerca e produzione. Ogni edizione è dedicata a un tema specifico e prende vita grazie alla collaborazione con numerosi enti pubblici e privati, nonché delle comunità locali. Il secondo è invece una sorta di festival, nato nel 2022 su invito del Parco fluviale Gesso e Stura. La loro richiesta fu quella di immaginare un progetto che potesse sensibilizzare i giovani e la comunità locale sul tema dell’emergenza climatica. Ho dunque scelto di rispondere a questa committenza non mediante una mostra tradizionale, bensì lavorando nello spazio pubblico e creando un evento non convenzionale (almeno per quanto riguarda il panorama dell’arte contemporanea), che potesse intercettare e coinvolgere le persone direttamente, in maniera familiare e non istituzionale.
Nelle prime due edizioni Connecting Worlds ha infatti preso forma all’interno di tre grandi tende della Protezione Civile, dispositivi molto lontani dalle sedi convenzionali deputate all’arte. Le tende, allestite nel centro storico della città, rappresentano spazi accessibili all’interno dei quali sono contenute opere di figure artistiche italiane e internazionali, in dialogo con le voci provenienti dal mondo della scienza. Chiunque è il benvenuto: tutti sono invitati a fruire gratuitamente stimoli visivi, a godere di esperienze artistiche, a leggere contenuti, apprendere nozioni e fare esercizio di riconnessione con gli ecosistemi naturali. Connecting Worlds è realmente nato come un esperimento, ma fin dalla prima edizione ha riscosso un ottimo successo, raccogliendo, con il tempo, il supporto di stakeholder e sostenitori. Questo, grazie anche alla collaborazione con Ferrino, che è il nostro partner e che ci permette di presentare il progetto all’interno delle sue tende. Nelle ultime due edizioni questi spazi sono stati aggiornati, permettendo al progetto di prendere forma all’interno di una tenda speciale (Tenda Ferrino 1870, ideata da Anna Ferrino e progettata dal designer Moreno Ferrari). Connecting Worlds è in qualche modo la testimonianza del mio approccio e del mio interesse a mettere al centro del discorso la capacità dell’arte e degli artisti di entrare in connessione con la società, sollecitando riflessioni e partecipazione.

Sarai coinvolto nella curatela di Fort Biennale 2026 (Forte di Fortezza, Bolzano) e Trienala Ladina (San Martino in Badia): come vedi questi incarichi all’interno del tuo percorso curatoriale?
Mi fa molto piacere poter curare la seconda edizione di Fort Biennale e l’ottava edizione della Trienala Ladina nel 2026. Al primo posto non metto la mia gratificazione personale o quella lavorativa – per quanto sono consapevole del fatto che si tratti di due esperienze estremamente arricchenti per il mio percorso di curatore e per la formazione generale –, quanto l’opportunità di amplificare la risonanza di determinati messaggi e valori che guidano le mie ricerche. Nonché il lavoro che portiamo avanti con il “Programma Sostenibilità” al Museo Nazionale della Montagna. Interpreto e vivo questi due momenti come occasioni per crescere ulteriormente e per stringere nuove sinergie e alleanze. Anche in questo caso, al centro del discorso ci saranno le artiste e gli artisti. Nel caso della Biennale – che curo insieme ad Hannes Egger e Veronika Vascotto – anche le ricercatrici di Eurac Research di Bolzano.
E per quanto riguarda i progetti futuri?
Sto lavorando a un programma di talk che affiancherà la mostra The New Orchestra e che prenderà forma tra marzo e aprile in maniera diffusa, al museo e nei territori montani, in Piemonte e Valle d’Aosta. È inoltre in fase di lavorazione la prossima mostra che presenteremo in concomitanza di Artissima 2026: si tratterà di un’esposizione collettiva, incentrata sulla necessità di riposizionare la dimensione femminile all’interno dell’universo montano. Non un progetto di carattere femminista, piuttosto, un racconto del bisogno fondamentale di riscoprire le peculiarità proprie della donna e dei caratteri umani che la caratterizzano come figura salvifica per la società post-capitalistica, e per questo – storicamente – ostacolata. Alla narrazione contemporanea sarà affiancato un percorso di carattere storico che, grazie alla collaborazione con la giornalista e scrittrice Linda Cottino, proverà ad attivare un dialogo tra passato e futuro, proiettando il visitatore all’interno di uno spazio inteso come dispositivo attraverso il quale vivere un’esperienza trasformativa.
Ti ritieni soddisfatto delle iniziative realizzate presso il Museo Nazionale della Montagna?
Nonostante le complessità e le risorse a disposizione ridotte, stiamo facendo un grosso lavoro, provando a rendere questo luogo uno spazio sempre più permeabile all’esterno. Siamo consapevoli che oggi il museo non è più un luogo legato prettamente alle comunità affiliate all’universo CAI, bensì uno strumento capace di interagire con la società in generale, che qui trova uno spazio critico di riflessione e un ventaglio ampio di temi e contenuti.
Stiamo progettando numerose iniziative per il prossimo triennio, per rafforzare ulteriormente il ruolo dell’istituzione, attraverso azioni di valorizzazione della Collezione Permanente, di co-progettazione, di relazione con realtà culturali italiane e internazionali, di sinergia con la Città e i con pubblici.
Rebecca Canavesi










