Per lungo tempo il white cube è stato considerato lo spazio ideale dell’arte contemporanea: neutro, silenzioso, isolato dal mondo. A distanza di decenni questo sistema espositivo non appare semplicemente superato, ma messo in crisi da un’evidenza radicale: non esiste esperienza estetica che non sia situata, corporea, influenzata dal contesto storico-culturale.
Il white cube è un modello espositivo affermatosi nel secondo Dopoguerra, caratterizzato da pareti bianche e luce uniforme, concepito per presentare l’opera come autonoma e atemporale. Le ricerche in ambito neuroestetico ‒ nel solco della disciplina di cui il neurobiologo Semir Zeki è pioniere ‒ hanno dimostrato che il giudizio estetico non si forma in uno spazio mentale puro, ma emerge dall’interazione tra ambiente, corpo, aspettative cognitive, memorie, ricordi. Studi recenti dimostrano come il contesto espositivo influisca in modo significativo sulla percezione e sulla valutazione di un’opera, modificando parametri neurofisiologici come l’attività cerebrale, la frequenza cardiaca o i movimenti oculari. In altre parole, ciò che vediamo non è mai realmente separabile da dove lo vediamo. BrainSigns ‒ dal 2010 spin-off dell’Università La Sapienza di Roma ‒ usa le neuroscienze per analizzare i segnali cerebrali e fisiologici, producendo valore nel campo della neuroestetica. Gli esperimenti di neuroestetica vengono solitamente condotti in contesti espositivi non convenzionali. Le ricerche hanno mostrato, ad esempio, come opere identiche possano essere valutate in modo significativamente diverso a seconda del luogo in cui sono presentate o delle informazioni preliminari fornite al visitatore. Tra queste, un ruolo rilevante è svolto dalle attribuzioni di paternità dell’opera: è emerso infatti che la conoscenza a priori dell’autorialità ‒ umana o riferita a un’intelligenza artificiale ‒ influisce in modo determinante sul giudizio estetico finale.
NUOVE PRATICHE CURATORIALI
Alla luce di questi fatti, l’abbandono delle pratiche espositive che riproducevano il white cube e la predilezione di luoghi storicamente connotati, ambienti ibridi, architetture temporanee non può essere liquidata come una moda curatoriale. Si tratta piuttosto di un tentativo di ripensare l’esperienza estetica quale esperienza incarnata, come suggeriscono Vittorio Gallese e David Freedberg, rispettivamente punto di riferimento nella ricerca sui neuroni specchio e nella teorizzazione dell’embodied simulation applicata all’arte. In questi spazi, il contesto non è un fondale neutro, ma una variabile attiva che dialoga con l’opera e con lo spettatore. Brian O’Doherty parlava del white cube come dimora dell’Occhio, tuttavia lo spettatore non è solo uno sguardo, ma un corpo sensibile a diversi tipi di stimoli, non solo visivi, attraversato da reazioni automatiche, bias cognitivi, risposte emotive che precedono ogni interpretazione cosciente. Ignorare questa dimensione significa continuare a progettare mostre per un soggetto che non esiste. In tale scenario, la curatela è chiamata ad assumersi una responsabilità: riconoscere che ogni scelta espositiva costruisce un insieme di condizioni che orientano la percezione, l’attenzione, il giudizio. Essere curatori significa allora essere designer dell’esperienza artistica per gli spettatori-interlocutori.
IL RUOLO DI MEDIAZIONE DEL CURATORE D’ARTE
Gli studi sull’interazione con lo spazio includono l’analisi dei rapporti tra più attori e le ricerche hanno dato risultati forieri di cambiamenti tanto nel modo in cui si produce arte, quanto nel modo in cui la si presenta al pubblico: da una parte sono coinvolti gli artisti, che passano da una produzione in studio o in laboratorio a una produzione in loco; dall’altra sono coinvolti i fruitori come soggetto fondamentale nel rapporto triangolare con l’opera e l’artista. Lo spazio è dunque il contenitore in cui questo rapporto avviene. Con il tempo il ruolo del curatore nel mondo dell’arte ha assunto particolare importanza proprio per il suo compito di mediazione: un ponte tra il processo creativo degli artisti e le esigenze esperienziali dei visitatori di una mostra, di un museo o di qualsivoglia ambiente in cui sia possibile vivere l’esperienza artistica.
Una mostra che ha cambiato il modo in cui pensiamo all’arte, a come viene presentata e al ruolo di chi la organizza è Live in Your Head. When Attitudes Become Form, curata da Harald Szeemann nel 1969 presso la Kunsthalle di Berna, uno spazio modernista neutro che Szeemann usa alla stregua di un campo di prova, inducendo gli artisti a produrre opere direttamente in loco, facendo diventare l’ambiente parte della mostra stessa. Quello spazio ha influenzato gli artisti e le opere prodotte; se la mostra fosse stata organizzata in un altro ambiente, le opere e il risultato finale sarebbero cambiati. Venne, dunque, esplorata l’idea che l’arte non è solo l’opera finita ma l’intero processo, nell’arco del quale il curatore assume una valenza creativa in relazione all’artista.
COME RICONFIGURARE LO SPAZIO DI UNA MOSTRA
Ripensare oggi gli spazi espositivi, non solo per l’arte contemporanea, ma anche per i riallestimenti di collezioni museali, significa progettare ambienti percettivi, non semplici contenitori. Tenere conto dei cinque sensi, non solo della vista, implica, ad esempio, lavorare sulla luce come materia variabile e non uniforme, capace di generare zone di attenzione e di pausa; sul suono, costruendo paesaggi acustici che orientino il movimento del corpo nello spazio; sulla tattilità, attraverso materiali, superfici e temperature che rendano lo spazio esperibile anche oltre la visione e cancellino pure quella sensazione di distanza che assale il visitatore; sull’olfatto, spesso rimosso, ma potente attivatore di memoria e di stati emotivi; e infine sul ritmo temporale della visita, che coinvolge il senso interno del corpo e della durata, che aiuta a combattere il cosiddetto “affaticamento da museo”, quando la soglia dell’attenzione cala drasticamente tra l’inizio e la fine del percorso di visita. In questa prospettiva, allestire significa calibrare, creare condizioni in cui l’opera possa entrare in risonanza con un corpo situato, restituendo all’esperienza estetica la sua complessità sensoriale e cognitiva.
I contesti “parlano”, aggiungono un discorso all’opera, a volte ne completano il senso, altre volte sono la fonte d’ispirazione per la loro stessa genesi. L’arte accade sempre in relazione a un luogo, a un corpo, a una situazione.
Forse non si tratta di abbandonare totalmente o per sempre il cubo bianco, ma di smettere di crederlo neutro.
Alice Longo
