In occasione della sua prima mostra istituzionale negli spazi di Pirelli HangarBicocca a Milano, Benni Bosetto esprime la sua capacità di adattarsi con convinzione a una scala più ampia senza perdere il senso di intimità e fragilità che caratterizza i suoi interventi. Esplorando le tematiche relative all’esperienza umana e all’identità attraverso disegno, scultura, installazione e performance, l’artista presenta un nuovo progetto in cui il sogno a occhi aperti diventa un atto di resistenza.
Rebecca, la mostra dedicata alla pratica artistica di Benni Bosetto (Merate, 1987) e curata da Fiammetta Griccioli, prende il titolo dal romanzo gotico di Daphne du Maurier e dalla sua incarnazione cinematografica realizzata da Alfred Hitchcock. Lo spazio espositivo, lo Shed di Pirelli HangarBicocca a Milano, è suddiviso in tre sezioni: “la guancia”, “la pancia” e “il cuore”, trasformando il luogo in una grande installazione. Al centro della pratica di Bosetto si trova un corpo, più precisamente il corpo di una donna. Qui, dissezionato, si impadronisce del sito industriale tramutandolo in un interno domestico romanzesco, popolato da tende e merletti.
Il pubblico attraversa una tenda simile a quella di un’astronave per entrare in un ambiente caratterizzato da pareti dipinte e velate, porte adagiate sul pavimento, tavoli illuminati da una luce soffusa e piccole isole fatte di sedie. L’allestimento suggerisce la presenza persistente di una donna: ha lasciato le sue tracce – baci, schizzi, disegni. Due colossi di pizzo (Gli occhi) richiamano la coppia spettrale del racconto A Haunted House di Virginia Woolf. Come uno dei fantasmi di Woolf, lo spettatore è alla ricerca di un tesoro nascosto: “They’re looking for it; they’re drawing the curtain […] And then, tired of reading, one might rise and see for oneself, the house all empty, the doors standing open.”

BENNI BOSETTO NEGLI SPAZI DI PIRELLI HANGARBICOCCA A MILANO
Come nel romanzo, il tesoro si trova in salotto. Il medium prediletto da Bosetto è il disegno, con un’attenzione particolare al lavoro manuale e alla temporalità del fare. Lo Shed, un tempo centro di lavoro industriale, riecheggia la pratica manuale dell’artista. Ogni opera è realizzata interamente a mano nel corso di diversi mesi. Bosetto ha ricoperto le pareti con centinaia di strisce di carta (Le cellule), su cui sono raffigurati schizzi erotici di streghe, fiori e farfalle. Il suo immaginario è surreale, sensuale. L’artista guida delicatamente il visitatore attraverso labirinti e passaggi nascosti da tende che raccontano storie intime – come quella all’ingresso, l’impronta delle labbra in un corridoio velato, che ricorda il modo in cui Bosetto da bambina baciava lo stipite della porta quando tornava a casa.
Ciò che colpisce di più è il modo in cui l’ambiente industriale viene trasformato da queste carte realizzate a mano. Nel romanzo Rebecca, la casa agisce come una forza autonoma che influenza i suoi abitanti. Qui lo spazio espositivo esercita un’influenza simile, assumendo la forma stessa di un corpo. Le carte che circondano il pubblico contribuiscono in modo decisivo a questa percezione, come se infestassero coloro che si trovano all’interno dello spazio. Piccole sculture, come sorprese nascoste, compaiono in luoghi inattesi e fungono allo stesso tempo da guide e da tracce di una presenza umana.

LE OPERE DI BENNI BOSETTO
Forse non è un caso che Rebecca presenti una serie di installazioni sotto forma di porte orizzontali. Le Porte, collocate al centro dello spazio, restano nascoste all’interno di un’area chiusa formata da tende. La loro disposizione orizzontale altera la nostra propriocezione: entriamo in una relazione diversa con lo spazio, come Alice nel Paese delle Meraviglie. Dietro le porte socchiuse ci sono oggetti pelosi, bassorilievi in ceramica raffiguranti parti del corpo, forme ibride in ceramica difficili da identificare e pomodori come simboli di desiderio e vitalità. Queste porte incarnano sensualità, sessualità e desiderio. Associazioni simili emergono dall’accumulatore orgonico I just know that something good is going to happen, la cui struttura richiama il prototipo ideato da Wilhelm Reich per concentrare la forza vitale universale. Le sfumature erotiche invitano a ritirarsi nell’intimità privata del cabinet, offrendo una fuga dallo spazio affollato. Toni smorzati, superfici neutre. Eppure Bosetto infonde una forte personalità alle diverse aree dello spazio. Mentre ci si muove lungo le pareti decorate, si prova un sottile piacere voyeuristico nel decifrare e scoprire le tracce fugaci dello spazio. L’hangar si trasforma in un luogo intimo e lo spettatore diventa un silenzioso esploratore alla ricerca della presenza dell’Altro. In ultima analisi, la mostra solleva una riflessione: siamo noi ad abitare gli spazi o sono gli spazi ad abitare noi?
Luiza Gareeva
La mostra di Benni Bosetto al Pirelli HangarBicocca di Milano
Il testo è stato tradotto in italiano utilizzando l’IA



















