Umanità, cibo e natura: l’intervista con l’artista e chef Moza Almatrooshi

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Moza Almatrooshi è una giovane artista e pastry chef araba il cui lavoro fonde arte, cibo, umanità e natura. Attratta dal simbolismo del cibo, oggi conduce ricerche culturali e mette in atto pratiche artistiche che coinvolgono l’arte, il cibo, la sua terra e coloro che la abitano e la coltivano. Almatrooshi si definisce un archivio vivente, consapevole e responsabile nei confronti dell’ambiente e dell’attualità.

ballad è il titolo del nuovo progetto di Moza Almatrooshi (Dubai, 1991). Si tratta di uno studio artistico e culinario in cui i paesaggi vengono trasformati in menu modellati dalla stagionalità e offerti al pubblico attraverso incontri conviviali. Il tema dei pasti varia da evento a evento, ma è sempre il risultato di un’attenta ricerca artistica legata alle tradizioni e alla cultura degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman. 
Partendo dalle origini della sua pratica artistica e arrivando ai “molti altri mondi da costruire”, Moza Almatrooshi ci ha parlato del suo bisogno di comunicare, curare e preservare. Il consiglio per i giovani curatori e artisti è “guardare dentro di sé”. 

Portrait of Moza Almatrooshi.
Moza Almatrooshi. Photo: Arnold Barretto

L’INTERVISTA A MOZA ALMATROOSHI

Ripensa alla tua infanzia e a ciò che mangiavi nel periodo in cui hai capito che la tua pratica artistica sarebbe stata inevitabilmente legata al cibo. Quali sapori ti hanno ispirato allora? Quando hai capito che questa sarebbe stata la tua strada? 
In realtà per me non è stato così. Esiste un luogo comune secondo cui chi lavora con il cibo ama cucinare fin da piccolo. Per me è stato un amore che è sbocciato lentamente. Sono cresciuta con una certa conoscenza della cucina e della pasticceria, ma nulla che valesse la pena di essere ricordato come la scintilla che ha acceso la fiamma. Man mano che la mia pratica artistica evolveva, la consapevolezza ha preso forma come materializzazione dell’effimero, guardando ai paesaggi, alla materia terrestre, alle storie e ai miti. In tutte queste tematiche il cibo è entrato, in un modo o nell’altro, come realtà o come simbolo (o entrambi). È così che la mia pratica si è ampliata fino a coinvolgere il cibo, ed è lì che è iniziato il mio vero amore nei suoi confronti.

I tuoi primi progetti avevano già come tema il cibo, ma il risultato era più visual, performativo e strettamente artistico. Per quanto il fattore relazionale fosse già presente nei tuoi progetti, con ballad l’approccio è più metodologico e finalistico e, soprattutto, prevede che il cibo venga effettivamente consumato come un vero e proprio pasto. Ci parli del progetto a partire dal necessario senso di cura, estetica e sensoriale, che l’offrire cibo comporta?
Nelle prime occasioni in cui il cibo è apparso nel mio lavoro, esso incarnava un certo simbolismo e sostituiva il linguaggio. Ho iniziato a chiedermi se volessi introdurre la cucina nella mia pratica; a quel tempo sembrava che gli eventi artistici stessero riducendo mezzi come quello della performance alla sola attivazione dell’evento stesso. Pur non essendo in grado di evitare tale destino nel futuro, volevo prendermi del tempo per mettere in discussione le mie nozioni sul cibo inteso come immagine, oggetto e incontro. Dopo la laurea alla Slade School of Fine Arts, mi sono iscritta a una scuola di cucina nella mia città natale con il solo scopo di acquisire nuove competenze per migliorare la mia arte, ma l’ho fatto anche raccogliendo quella vocazione che sostiene la mia pratica artistica e la mia vita. ballad è stata fondata anni dopo, con l’idea di creare una realtà che combinasse il mio mondo artistico con quello culinario, rendendoli un unico universo in grado di dar vita a progetti propri così come di rispondere alle richieste della comunità.

Moza Almatrooshi’s ballad’s Edible Library project presented at Dubai Design Week, developed in collaboration with architects Omar Darwish and Abdulla Abbas
Moza Almatrooshi, ballad’s Edible Library project, in collaboration with architects Omar Darwish and Abdulla Abbas, 2025. Courtesy of Dubai Design Week

L’ARTE E LA CURATELA SECONDO MOZA ALMATROOSHI

Descrivi la scelta delle materie prime di stagione, il gesto dell’acquisto e la preparazione del piatto in modo molto evocativo. Il cibo non è solo un medium, ma diventa quasi il protagonista. Ricerchi, scegli e componi: comunichi. Tutto questo è affine alla pratica curatoriale. Organizzare lo spazio, selezionare cosa mostrare e come farlo sono prerogative di chi cura. Ti senti, nel senso più ampio del termine, anche tu una curatrice? Ti piacerebbe curare una mostra vera e propria? Indipendentemente dal fatto che il cibo ne sia il dispositivo. 
Tendo a usare in gran parte il termine “conduttrice” per descrivere il ruolo che ho nella mia pratica. Prima della fondazione di ballad, ho avviato una serie di progetti ‒ ancora in corso ‒intitolata The Agriculture School, in cui il mezzo principale consisteva in un’installazione spaziale organizzata attorno a un programma pubblico attivo. C’erano conferenze, workshop, discussioni, club del libro, il tutto incentrato su un pasto cucinato e poi condiviso. All’epoca capitava spesso che molti partecipanti ammettessero di essere motivati più dal cibo che dal contenuto del programma, per poi però finire a sentirsi coinvolti dalle discussioni e dalla condivisione di conoscenze, in modo naturale e inevitabile. La prima serie prodotta tramite ballad, Eat the Landscape, ha portato gruppi di persone nella regione montuosa degli Emirati Arabi Uniti per gustare un menu appositamente studiato per l’occasione, scortati nel cammino dalle esperte guide di montagna, che fungono anche da ricercatori e collaboratori. Va considerato il successo ottenuto finora da questa serie e il fatto che gli stessi partecipanti ammettono di essere motivati dal desiderio di provare il menu e di rimanere piacevolmente sorpresi dalle conoscenze che acquisiscono e che possono portare con sé. 

Quando l’opera esposta è collocata all’altezza delle nostre mani, anziché essere posizionata sul muro o su un piedistallo, emerge il naturale istinto di toccarla. Oggi la pratica aptica è molto in voga nelle mostre: i visitatori, soprattutto i più giovani, vogliono attivare i dispositivi artistici. Negli allestimenti che proponi durante gli eventi di ballad, il cibo è sul tavolo e può ‒ deve ‒ essere toccato. Pensi che il successo del progetto derivi anche dalla sua natura partecipativa e multisensoriale? Le tue opere avrebbero ancora senso senza essere consumate, ma unicamente esposte? 
Attraverso ballad si incontra il cibo in diversi modi; in Eat the Landscape mangiamo mentre ci muoviamo all’interno del paesaggio stesso, negli eventi con catering io sto in piedi per salutare e spiegare agli ospiti mentre li servo, creando una pausa necessaria per descrivere il menu e le storie che ci sono dietro, in modo simile alle cene artistiche. ballad include anche una serie chiamata The Edible Library in cui materiali, libri, ingredienti e prodotti commestibili sono disposti su un tavolo allestito per presentare il lavoro di creativi / ricercatori culturali. Mentre mangiano, le persone ascoltano, provano sensazioni, assaggiano, condividono e vedono la ricerca, immergendosi dal vivo in un progetto sensoriale di diffusione della conoscenza, nella cornice della convivialità e della gioia, impiegate come mezzi essenziali. 

Curi il tuo feed e la narrazione online del tuo lavoro in modo meditato, tenendo insieme la tua vita, la tua visione creativa e il modo in cui la realizzi. Sembra quasi tu voglia costruire un archivio digitale. Il tuo storytelling sembra essere il frutto dell’urgenza di farti capire ma anche di conservare e archiviare. Credi dipenda dalla natura inevitabilmente effimera del medium che usi? Come vivi il fatto che la tua opera sia destinata a scomparire dopo il pasto?
Più cresco e meno riesco a separare la mia pratica artistica dalla mia esperienza incarnata e vissuta. È un circolo virtuoso alimentato dalla curiosità e dalla comunità che mi circonda. Anche se non lo trasformassi in un sistema praticabile, continuerei comunque a vivere e a creare in questo modo. Quindi, trasmettere tutto questo attraverso la narrazione e le immagini su piattaforme pubbliche si configura come un naturale mélange, dovuto all’intreccio di questi percorsi. 

Quando descrivi il tuo lavoro al pubblico, fai sempre molta attenzione a menzionare e ringraziare chi ti ha accompagnata nel progetto e chi lo ha curato. Potrebbe sembrare un gesto scontato, ma non lo è. Come vivi il tuo rapporto con chi cura il tuo atto di cura verso il cibo e i tuoi ospiti? 
Senza una community il lavoro non vede la luce. Per creare un menu ho bisogno della terra, ho bisogno di entrare in contatto con qualcuno che la conosce, che ci lavora, che la ama, che ha legami con essa. Poi ho bisogno di fare un passo in più per vedere gli attori umani, e non solo, che ne fanno parte, me stessa inclusa. Infine, il lavoro deve essere accolto e conservato da un pubblico che non si limiti al consumo passivo. Il cerchio si chiude e ricomincia con ogni interazione, quindi è estremamente importante sottolineare l’orizzontalità della progettazione e lo sforzo che serve per dare vita a tutto questo. 

Performance by Moza Almatrooshi developed from The Agriculture School project during the exhibition On Foraging at 421 Arts Campus, created in collaboration with artist Nahla Al Tabbaa
Moza Almatrooshi, performance derived from The Agriculture School, part of the exhibition On Foraging, 421 Arts Campus, 2022. The programme and performance were planned and cooked in collaboration with artist Nahla Al Tabbaa. Credits: Al Ameel. Courtesy of 421 Arts Campus

Basta seguirti sui social per capire quanti interessi, attività e progetti occupino il tuo tempo. Tutti legati da un filo rosso ‒ il cibo ‒, variano per tipologia, pratiche e approccio. Come riesci a far quadrare tutto? Quali consigli daresti a giovanissimi artisti e curatori per stare al passo con la velocità che caratterizza l’epoca attuale?
Il mio consiglio è di guardare dentro di sé. Trovo che alcune persone abbiano bisogno che io colleghi verbalmente o visivamente tutti i miei interessi, le mie curiosità e i miei risultati, ma per me ha tutto senso e mi sembra che una cosa abbia condotto all’altra. Questo perché non ho perso di vista il cuore della mia pratica. Che si tratti di produrre un film, una performance, un menu, un’esperienza o un oggetto, tutto nasce da un vasto universo che continuo ad alimentare dall’interno e, in più, sono molto cauta nel replicare il lavoro di altre persone. È bene evidenziare quanto sia sottile il confine tra ispirazione e riferimento, da un lato, ed estrazione, dall’altro. 

CONSAPEVOLEZZA E FUTURO 

La tua visione femminista e la centralità delle donne nel tuo lavoro sono evidenti. Cosa significa per te essere una giovane artista araba oggi? Come incide sul tuo modo di produrre senso, di lasciare un’impronta?
Ovviamente, esistendo sia come donna che come araba, non posso fare altro che attingere dalla mia esperienza di vita per impostare il corso del mio lavoro e della vita stessa. Quando si tratta di tempo, però, questo concetto mi risulta distorto, poiché la terra ne registra e vive uno che è diverso dal quello percepito dal mio corpo. Anche il modo in cui il tempo passa nella città in cui vivo, rispetto alla mia cucina-studio nel deserto e alle città e alle zone rurali in cui lavoro, si allunga e si contrae secondo regole diverse. Mi sento maggiormente in sintonia in quanto essere che fa parte della natura che esisterà e lascerà un segno in più di un modo, ma spero di sperimentarlo agendo come un archivio vivente della terra stessa, sia in senso effimero che duraturo. 

Nel tuo percorso di formazione artistica, Venezia occupa un ruolo importante. L’esperienza lavorativa in Biennale, stando alle tue parole. ti ha indirizzata verso il mondo dell’arte. Torneresti in Laguna? Negli ultimi anni, sono sempre più numerose le iniziative veneziane rivolte all’incontro tra il cibo, l’Isola e il sociale. Ti piacerebbe approfondire queste realtà food related e magari innescare delle collaborazioni?
Tornerei in qualsiasi luogo che ritengo contestualmente rilevante per condividervi una narrazione. Quando ho svolto la mia esperienza lavorativa lì, più di dieci anni fa, ero ancora alle prime armi in termini di accesso all’arte e di partecipazione al dibattito al di fuori del mio programma artistico prettamente universitario. È stata un’esperienza iniziale ma ampia in tutti i sensi, quindi sarei felice di tornare in quello spazio dopo tutti questi anni di esperienza accumulata e specializzazione. 

Sei soddisfatta di ciò che hai realizzato finora? Come pensi che evolverà il tuo rapporto con il cibo?
Sì! Sono abbastanza soddisfatta da riuscire a immaginare molti altri mondi da costruire e coltivare nel mio universo. A volte questo mi fa sembrare ancora più lontana dal raggiungere ciò che ho pianificato, ma quando ho momenti di riposo mi rendo conto che è un processo naturale, come piantare dei semi, e che ho già un giardino rigoglioso e pieno di germogli. 
Prevedo che il mio rapporto con il cibo continuerà a permettermi di riunire le persone insieme alle conoscenze legate alla terra, sperando che questo abbia anche il potere di rivalutare il nostro rapporto con l’ecologia, un altro tema urgente della nostra esistenza.

Vittoria Colagiovanni 

Moza Almatrooshi

  • Performance by Moza Almatrooshi developed from The Agriculture School project during the exhibition On Foraging at 421 Arts Campus, created in collaboration with artist Nahla Al Tabbaa
  • Performance by Moza Almatrooshi developed from The Agriculture School project during the exhibition On Foraging at 421 Arts Campus, created in collaboration with artist Nahla Al Tabbaa
  • Performance by Moza Almatrooshi developed from The Agriculture School project during the exhibition On Foraging at 421 Arts Campus, created in collaboration with artist Nahla Al Tabbaa
  • Portrait of Moza Almatrooshi.
  • Moza Almatrooshi’s ballad’s Edible Library project presented at Dubai Design Week, developed in collaboration with architects Omar Darwish and Abdulla Abbas

Il testo è stato tradotto in italiano usando l’IA